Dall'Europa all'Asia: 8.000 km, cinque mari
Quanti mari si possono contare viaggiando tra l'Europa e l'inizio dell'Asia? Lo abbiamo scoperto passando tra Grecia e Turchia via terra e via mare. Adriatico, Egeo, Mar di Marmara, Mar Nero e Mar di Corinto; il conto (per ora) si ferma qui. Nel mezzo storia e natura e quell'incedere verso il mondo asiatico tutto da scoprire
da una sera d'inverno ad un alba d'estate

Il viaggio è iniziato un anno prima. Si, ci abbiamo provato a illuderci di poterlo cambiare, di modificarlo, di andare in un'altra direzione ma non ci credevamo nemmeno noi. Ci hanno provato anche i giornali, i telegiornali e le loro notizie dell'inverno e della primavera del 2013 che ci raccontavano di un Turchia in fiamme, in preda ad una rivolta senza freni (ricordate piazza Taksim?). Ci hanno provato i parenti, i colleghi e gli amici. Ma niente da fare. il viaggio, soprattutto per Francesco era iniziato alla vista di quell'ultima bandiera turca nell'Agosto del 2012, di quell'ultimo Kebab mangiato e dell'Airan bevuto pieno di malinconia. Solo  un anno prima un assaggio di costa Egea (mare stupendo e siti archelogici incredibili) ) e di Mediterraneo (fino ad Antalya), con una puntata nell'interno, fino a Pammukkale e il ritorno dallo spendido stretto dei Dardanelli. Ma sapevamo che potevamo vedere molto di più. Quante volte abbiamo sentito nominare il Mar Nero o Trebisonda? Quante volte abbiamo visto le immagini della Cappadocia? Cosa si prova a raggiungere un 4.000 m a piedi, in un paesaggio incontaminato. E come sono fatte le grandi città dell'Est Anatolico? Per non parlare dello spendore di isole che appartengono alla Grecia ma che sono appena a poche bracciate dalla costa turca. Così, scartate altre mille ipotesi in lunghe sere invernali davanti al PC che ci illustrava le meravigle di mezza Europa e dell'Africa, è nato questo nuovo viaggio: 8.000 km per arrivare ai confini della Georgia percorrendo le coste dei mari sopra citati e lasciandoci qualche giorno di relax in una Grecia fuori dai principali percorsi turistici occidentali. Compagna d'avventura la nostra VFR 800 V-Tech soprannominata "Ammiraglia" con appena 80.000 km. Il tempo di cambiargli le scarpe, aggiungere molle progressive all'anteriore e un mono posteriore che permettesse la regolazione del precarico senza particolari strumenti. Infine, attenzione particolare agli unici due punti deboli: lo statore cambiato al ritorno del viaggio precedente e i tenditori della catena di distribuzione per evitare di trovarsi in una località sconosciuta con il classico scampanellio che preannuncia tragici eventi. Con noi il solito tris di valigie GIVI, borsa da serbatoio, l'immancabile zaino da trekking e i sacchi a pelo che si riveleranno utilissimi nelle nostre escursioni in montagna.

pontedera - ancona - igoumenitsa  (15 - 16 luglio)

È l'alba, la sveglia suona, ma siamo già svegli. Così come sveglie sono già le nostre gatte che saltano sul letto come ogni mattina. A noi stringe un po' il cuore pensare che le rivedremo solo al nostro ritorno, ma siamo sicuri che le cure amorevoli della mamma di Francesco non faranno mancare loro niente. L'ammiraglia è carica e ci è sufficiente legare zaino e sacchi a pelo per fare rotta verso Ancona. Chiaramente percorriamo solo lo stretto necessario di autostrada prima di raggiungere il raccordo Bettolle - Perugia e conseguentemente la meravigliosa SS318 che attraversa Casacastalda, dove è obbligo omaggiare il monumento al motociclista. Da lì discesa verso l'Adriatico fino ad Ancona, dove ci attende il passaggio ponte sul traghetto della Anek verso Igoumenitsa. Prima cena a base di giros, tramonto sul mare e una bella dormita nel corridoio della nave, nel nostro sacco a pelo. Colazione con materiale portato appositamente da casa e sbarco in territorio greco: che il vero viaggio abbia inizio!

Mare e relax nella penisola calcidica (16 - 21 luglio)

L'Egnatia Odos scorre veloce sotto di noi, ed è bello vedere questa impressionante opera di ingegneria che parte dall'Egeo e arriva fino al confine turco. È un'autostrada che per i primi anni non prevedeva pedaggio e porta l'antico nome della strada romana che attraversava la Tracia fino a Costantinopoli. La utilizziamo per raggiungere la nostra meta di villeggiatura; si, perchè di villeggiatura almeno per una settimana dobbiamo parlare. A circa 100 km a sud di Salonicco si trova la penisola Calcidica che è formata da tre lembi di terra che ricordano le dita di una mano. Kassandra, la più modaiola e turistica, è diventata il parco divertimenti dei giovani di Salonicco che la occupano durante ogni fine settimana estivo e per tutto il mese di agosto. Il monte Athos è un territorio sacro nel quale esistono solo monasteri ortodossi ed è visitabile solo da dieci uomini adulti di religione non ortodossa e cento ortodossi al giorno. E, infine, c'è Sithonia che rappresenta tutto quello che può richiedere chi vuole un soggiorno di mare e natura. Francesco l'aveva già visitata ma sono bastate poche foto per convincere anche Serena a fare altrettanto. Infatti siamo ospiti di Ioannis, greco di Salonicco, laureato a Palermo, che Francesco aveva appunto consociuto nel precedente giro. Abbiamo avuto il piacere di condividere con lui e  la sua famigla cene e gite in barca. La penisola è percorsa da una strada molto divertente, di circa 100 km, che ne completa il periplo e che devia solo per raggiungere incredibili spiagge o per trasformarsi in sterrati che si inerpicano all'interno tra foreste incontaminate. Difficile credere che due motoviaggiatori si siano abbandonati alle comodità di un appartamento a pochi metri dal mare in località Vourvourou, per godersi con calma mare, cene preparate in terrazza con pesce pescato del posto e camminate nella natura. Impariamo  ad apprezzare da buoni toscani i vini greci; in particolare ottimi i bianchi Moscofilero, Asyrtico e Savatiano e il rosso Agiorgitiko. Facciamo inoltre indigestione di yogurt greco e di frappè al caffe, imperdibili compagni dei greci nei caldi pomeriggi estivi. Tutto questo a prezzi davvero abbordabili e lontani dalla calca dei turisti che affollano le solite e famose isole greche.

L'INGRESSO IN TURCHIA: eDIRNE (22 lUGLIO)

Partiamo all'alba, sotto una bella pioggia battente, dopo una cena conclusasi con l'ultima bottiglia di vino aperta in nostro onore dal padrone di casa all'una di notte. "In Calcidica non piove mai, solo quando siete arrivati e domani che ve ne andate", così ci ha salutato Ioannis. Dopo circa cento km di statale, che ci regala gli ultimi scorci di uno splendido Egeo sotto un'insolito cielo nero, percorriamo ancora l'Egnatia Odos fino ad intercettare la strada che corre parallela al confine con la Turchia verso nord e ci porta al valico di frontiera di Kastanies - Pazarkule. Per nostra fortuna poche macchine e qualche camion e, in pochi minuti, siamo dalla parte turca. Appena mettiamo la moto sul cavalletto notiamo galline, tacchini e pavoni girottolare liberi di fronte agli uffici e un simpatico signore all'interno di una lussuosa auto che ci chiama a turno per farci ripetere una preghiera islamica che a noi pare una bendizione, sotto gli occhi divertiti degli agenti e degli altri ospiti della macchina. Timbro sul passaporto, controllo dell'assicurazione e via verso gli ultimi dieci km che ci separano dalla prima tappa turca: Edirne. Chiaramente appena entrati in città caos totale, non tanto per gli automobilisti turchi che guidano anche abbastanza ordinati, quanto per dei lavori che fanno impazzire il nostro navigatore e, di conseguenza, Francesco decide di abbandonare la nave e manda Serena a scovare l'albergo a piedi.  La città  presenta un centro facilmente esplorabile, ma il vero motivo per cui vale la pena visitarla sono i palazzi di epoca  ottomana e le incredibili moschee. Tra queste spicca la Selimiye Camii progettata da Mimar Sinan, architetto di alcune delle più belle moschee ottomane. La moschea ha un'imponente cupola ed una facciata magnifica ed è bellissimo visitarne gli interni. Particolare per i suoi quattro minareti diversi è la Uc Serefeli Cami che domina la piazza della libertà. Camminiamo per visitare l'antico borgo medioevale chiamato Kaleici, dove incontriamo le prime bellissime case ottomane con balcone in legno a vista, fino a raggiungere un immenso mercato brulicante di merci e persone. La sera rispettiamo l'usanza locale di metterci a tavola in attesa del colpo di cannone che segna la fine giornaliera del Ramadan. In questo periodo i ristoranti non prettamente turistici servono il ramadan menu (zuppa di cereali, pane ekmek  e gli spiedini Sis kebabo polpette kofte) ed è davvero bello iniziare a mangiare insieme a locali che si possono finalmente gustare cibo bevande (e sigarette) dopo una giornata di digiuno. Concludiamo con una passeggiata notturna in mezzo ai turchi che continueranno a festeggiare fino a notte fonda con concerti di artisti locali e bambini che spuntano giocando in ogni angolo della città. Sullo sfondo, le moschee illuminate che di notte diventano ancora più suggestive.

Safranbolu (23 - 24 luglio)

Sveglia all'alba! Oggi ci aspettano i 650 km che ci separano da Safranbolu. In realtà, quello che ci preoccupa non sono i chilometri ma dover attraversare, anche se esternamente, Istanbul. Infatti, abbiamo scelto di non visitare quest'ultima città che richiede secondo noi diversi giorni per essere vissuta nella sua interezza e che inoltre ci porterebbe a guidare in un caldo e in un traffico insopportabili. Rimane, però, l'emozione di passare sopra ad un altro mare, quello di Marmara e percorrere il ponte sul Bosforo che separa, almeno geograficamente, l'Europa dall'Asia. Ce lo dice anche il bel cartello giallo "Welcome to Asia" che scorgiamo in mezzo ad un traffico caotico che ci blocca per circa tre ore nell'attraversare i 30 km di tangenziale esterna da Istanbul. Per riprenderci facciamo una sosta panino - bibita - gelato appena ne veniamo fuori. Il resto della strada scorre tranquilla e un po' monotona fino a che non scorgiamo l'enorme acciaieria di Karubuk che precede di poco l'ingresso nella nuova città di Safranbolu, il cui nome significa zafferano e, di lì a poco, capiremo perchè. La ciità ottomana meglio conservata della Turchia si svela, però, al di là del promontorio, con le sue costruzioni tipiche che si sviluppano nel "Carsi", il quartiere storico. Forse per la stanchezza del viaggio impazziamo per trovare l'ostello situato all'interno del centro storico. Francesco deve fare un po' di enduro con il VFR lungo stradine acciottolate e ripide per riuscire a parcheggiare di fronte alla struttura che si rivela, però, accogliente, funzionale ed economica. Safranbolu è una località fortemente turistica e che viene visitata da tutto il mondo. Per questo, per una sera, saltiamo il ramadam menù e ci concediamo una cena a base di piatti tipici turchi, ma scopriamo, un po' delusi, che il the che spesso ci veniva regalato e la musica di accompagnamento sono inclusi nel conto. Tutto questo non ci rovina la passeggiata serale accompagnata dai minareti illuminati e da una splendida luna piena. La mattina dopo, visitiamo una cittadina ancora assonnata. Incontriamo chi ci offre un favoloso the allo zafferano e pasticcini senza l'insistenza di venderci qualcosa; rimasti colpiti dalla bontà di questa spezia ne facciamo una piccola scorta da portare a casa. Il secondo incontro è, invece, con un fabbro molto loquace che ci mostra orgoglioso la collezione di articoli di riviste internazionali che lo ritraggono all'opera. Immancabile la foto ricordo. Infine, conosciamo il custode della Torre dell'orologio che ci invita ad entrare per mostrarci i meccanismi che fin dal 1797 scandiscono le ore in tutta la città.

Amasra (24 - 25 luglio)

Partiamo in tarda mattinata verso il Mar Nero, qui chiamato Karadeniz. L'intenzione è quella di percorrere per intero la sua costa fortemente incuriositi di scoprire un mare poco turistico, tranne per alcune località, ma ricco di storia e di bellissime spiagge da gustarci in solitaria. Ci eravamo immaginati una strdada tutte curve e divertimento simile alle nostre strade appenniniche, visto che dovevamo percorrere un passo che superava quota 1.000. Ci ritroviamo, invece, di fronte ad una strada ancor più stretta del normale per via dei lavori in corso che, proprio vicino alla vetta, diventa sterrata. Francesco ha un bel da fare per portare l'ammiraglia, Serena e i 50 chili di bagagli verso valle, iniziando così la scuola di enduro che l'accompagnerà in alcuni dei tratti più impegnativi, ma più suggestiivi del nostro percorso. Avvicinandoci al Mar Nero notiamo immediatamente il combio di clima, che diventa più umido amplificando la sensazione di caldo e accrescendo in noi il desiderio di un bagno in mare. La prima visione di Amasra dall'alto è davvero incantevole con il suo promontorio che si allunga verso il mare formando due baie. Siamo ospiti di una ev pansiyonu (casa privata) il cui proprietario ci viene incontro nella piazza del paese. Dopo un panino sulla spiaggia cittadina, andiamo alla ricerca di un bel posto per il primo bagno; dopo una breve camminata verso il promontorio, troviamo una bella scogliera con un facile accesso al mare, dove si respira la tipica atmosfera di una qualunque delle nostre località balneari. Francesco non perde un secondo a tuffarsi, come sempre dotato di occhialini dato che per lui bagno significa nuoto ed esplorazione del fondale (deformazione sportiva). Scopre, però, due cose: la prima è che il Mar Nero è sciapo (senza sale in toscano), ma d'altronde prima era un lago! La seconda è che, almeno in quella baia, è pieno di meduse che, con sua grande sorpresa, sono innocue. Si volta verso Serena, che è rimasta sulla scogliera, e capisce dal suo sguardo che anche lei ha visto le meduse e che non è per questo intenzionata a buttarsi. Cerca di convincerla facendole notare che tutti, compresi i bambini, fanno il bagno con disinvoltura; sarà per il caldo, ma alla fine vince la voglia del tuffo refrigerante che, però, dura poco perchè, malgrado siano innocue, la sensazione dello scontro con quelle palle viscide non le piace per niente. Francesco, invece, si gode la sua mezz'ora di nuoto potendosi finalmente allungare i muscoli come piace a lui. La sera assaggiamo il pesce del Mar Nero scoprendo che le acciughe e le triglie risultano essere gustose almeno quanto quelle del Mediterraneo.  Il mattino seguente, ci viene servita nel giardino della casa con vista su una splendida insenatura un'abbondante Kahvalti (colazione turca): pane, formaggio, yogurt, marmellate e gli immancabili pomodori, cetrioli, olive nere e uova lesse, che spesso ricicleremo per il nostro pranzo, senza che nessuno si scandalizzi se chiediamo che ci vengano incartate. 

L'incredibile statale costiera  D010 (25 - 26 luglio)

La strada costiera che da Amasra porta a Sinop si snoda lungo 320 km del Mar Nero. Chi ha fretta può scegliere di rientrare verso l'interno e percorrere la veloce nuova statale. Ma chi, come noi, vuol godere di tutta la bellezza di questa parte della Turchia non può fare a meno di gustarsi la lentezza quasi estenuante della D010. La strada, che in alcuni punti si restringe ad una sola corsia, presenta infiniti cantieri di rifacimento del manto stradale, ma offre la possibilità di attraversare paesi di pescatori con incredibili spiagge di sabbia finissima e mare cristallino. È possibile godere di tutto questo senza traffico e turismo di massa, pagando il solo prezzo di ritrovarsi a guidare a meno di quaranta km all'ora; questa velocità calza a pennello con la voglia di catturare scorci e scegliere al meglio dove fermarsi per una sosta. La località di Kapisuyu è un pittoresco villaggio dove abbiamo parcheggiato la moto sul lungomare e abbandonati giubbotti, scarpe e pantaloni ci siamo concessi un bel bagno; ad Akbayr oltre al bagno abbiamo pranzato con un gelato, un pomodoro, un cetriolo, un po' di pane ed un ayran a testa (Francesco è stato accompagnato da un abitante locale dal padrone dell'unico negozio del paese che l'ha aperto appositamente per noi). Sulla spiaggia abbiamo conosciuto un ex capitano di marina che parlava benissimo inglese e faceva da interprete agli altri signori del villaggio incuriositi dalla nostra presenza. È stato il primo ad avvisarci che il tempo sarebbe peggiorato andando verso nord - est, ma questo avvertimento lo avremmo compreso solo successivamente. Infine, da citare Kurucasile con i cantieri navali che producono ancora oggi imbarcazioni in legno. Dopo circa 170 km e otto ore di viaggio (soste comprese), ci fermiamo a Inebolu, cittadina che ha ben poco da offrire se non alcune strutture dove mangiare e dormire per spezzare il viaggio.

Il mattino seguente, ci svegliamo per la prima volta sotto un cielo plumbeo e minaccioso di pioggia e ci tornano in mente le parole del capitano incontrato ad Akbayr. Continuiamo a seguire la strada costiera in direzione Sinop per altri 150 km. Raggiungiamo in tarda mattinata la città, unico porto naturale del Mar Nero con costa esposta a sud e riparata quindi dalle tempeste invernali. Per questo motivo è stata utilizzata fin dai Greci come snodo di scambio commerciale e vanta circa 2.500 anni di storia. Lasciata la moto, ci incamminiamo verso le fortificazioni che ci offrono belle viste sul mare e sulle baie del promontorio. Visitamo le ex prigioni incontrando la statua di Diogene. Tutta questa cultura ci surriscalda la testa e decidiamo di affrontare la camminata che ci porta versa la Karakum beach, dove ci becchiamo la prima acquata del Mar Nero. Francesco aveva letto su un articolo che il clima del Mar Nero sarebbe piaciuto poco ai turisti occidentali in cerca di sole, ma aveva sottovalutato la cosa tacendola a Serena. La sera, ceniamo nel ristorante dell'albergo gustandoci un favoloso piatto di triglie e acciughe fritte e un buonissimo pesce arrosto. Cadiamo nella tentazione di pasteggiare a Raki, che i turchi usano spesso come accompagnamento per le cene. La bevanda è molto simile all'Ouzo greco con l'inconfondibile sapore di anice e la caratteristica di diventare bianca aggiungendo acqua o ghiaccio. Fortemente alcolica e poco apprezzata da Serena, viene invece gustata da Francesco che deve solo scendere pochi scalini per tornare in camera.

ordu e gli argonauti (27 luglio)

Da Sinop la D010 diventa una moderna statale costiera che scorre veloce oltrepassando il più grande porto del Mar Nero, Samsun e raggiungendo Ordu. Questa strada continua ad offrire belle viste sul mare ma è innegabile che abbia radicalmente trasformato il profilo della costa spesso tagliando in due interi paesi con dei viadotti. Questo il prezzo da pagare per lo sviluppo e il progresso dell'area, anche se ci domandiamo perchè non sia stata fatta passare più nell'interno lasciando inalterata la bellezza di questi luoghi. Percorriamo la galleria più lunga della Turchia, di circa 3,2 km. Lungo il tragitto cieli apocalittici ci appaiono sopra il mare, mentre possiamo intravedere grosse navi cargo e petroliere navigare in mezzo a quelle che possiamo immaginare come vere e proprie tempeste. Anche noi ci troviamo a giocare a "guardie e ladri" con acquazzoni di breve durata che ci accompagneranno, d'ora in avanti, per tutta la costa del Mar Nero.

Ordu è una grande città che non ha molto da offrire, ma dalla quale è facile raggiungere l'ultimo tratto della D010 che si snoda lungo Capo Giasone. Il sito si dice essere uno dei luoghi dove Giasone e i suoi argonauti sarebbero sbarcati durante la loro impresa e, in ricordo ci ciò, è rimasta una piccola cappella e un monumento che ne spiega la storia. Più che per il lato storico il posto merita una visita per la lunga scogliera che si estende per tutto il capo e per le colonie di uccelli marittimi. Sulla via del ritorno, ci fermiamo sulla spiaggia bianca di Çaka per riposarci un po' e farci un bagno.  La cosa più piacevole da fare ad ordu è prendere la funivia che ci ha portato (nonostante la tempesta) sull'alta collina alle spalle della città per ammirare il bel panorama. Ceniamo sul lungomare, ma stavolta il ristorante troppo turistico ci serve portate deludenti. Ci rifacciamo con un bel gelato e una piacevole passeggiata nelle vie pedonali, dove Francesco è attratto dalla vetrina di un negozio di strumenti musicali il cui padrone, notandolo, ci invita ad entrare. Insieme ai suoi ragazzi è orgoglioso di farci sentire la sua maestria nel suonare la chitarra e quella dei figli nel flauto traverso e batteria. Davvero un piacevole fine serata sopratutto per Francesco che è batterista da più di 15 anni.

trebisonda e il monastero di sumela (28 - 29 luglio)

Preseguendo verso est la statale costiera non offre più begli scirci del Mar Nero, ma ci permette di viaggiare spediti sotto un cielo che continua a cambiare umore repentinamente. Potremmo dire che dopo una settimana ci siamo quasi abituati a questa pioggia. Nel nostro immaginario Trebisonda (Trabzon) era solo il finale di un antico adagio che tutti voi ricorderete; in realtà più che perderci a Trebisonda ci siamo ritrovati di fronte ad una delle più grandi ed antiche città della costa turca del Mar Nero. Questa si sviluppa attorno alla piazza principale e ci ricorda con i suoi segni evidenti quanto importante sia stato l'insediamento della civiltà cristiana in questa zona. La più importante testimonianza è rappresentata dall'ex chiesa Aya Sofia, oggi diventata un museo. Costruita nel tardo periodo bizzantino e trasformata successivamente in una moschea durante il regno ottomano, si trova in una spianata a circa quattro chilometri dal centro e la sua posizione elevata permette di aprire lo sguardo sul porto e sull'area circostante. La chiesa presenta al suo interno affreschi cristiani sia sulle pareti che sulla volta. Visitarla permette di riflettere su quanto la politica influisca sulla conservazione di un bene dichiarato patrimonio dell'umanità. Infatti l'ex chiesa sarebbe ad oggi un museo, ma l'amministrazione di Trabzon ha voluto in tutti i modi dedicarne una parte a moschea coprendo con orribili teli e plastiche posticce buona parte delle pareti decorate. Sia chiaro che non stiamo discutendo sul fatto che all'interno di una moschea non debbano esservi raffigurazioni di divinità e dell'uomo, ma sulla necessità di preservare un patrimonio culturale in una città che comunque conta decine di moschee. Ci è piaciuto molto camminare nel quartiere del bazar in una girandola di colori, odori e voci in cui si mischiavano tradizioni antiche e modernità. Particolarmente affascinante il mercato della frutta e verdura con centinaia di donne intente a scegliere tra i banchi, mentre i mercanti le richiamavano a gran voce. Ci siamo, infine, diretti verso l'Ataturk kosku, una residenza donata ad Ataturk nel 1924 da una famiglia di mercanti, nella quale abbiamo ammirato i giardini e il bel panorama sulla città. Tornati in città ci siamo dedicati ad un po' di shopping nel bel quartiere commerciale dove Francesco ha visitato il negozio del Trabzonspor, amatissima squadra di calcio locale, e il commesso si è meravigliato che due italiani fossero giunti fino a lì in moto.

Il giorno dopo lo dedichiamo alla visita del monastero greco ortodosso di Sumela, imperdibile perla incastonata nel parco nazionale della valle di Altindere. La strada sale costantemente fino ai 1.200 metri di quota dove si trova il monastero. Serena ha la brillante idea di lasciare giacca e pantaloni in albergo, mentre una leggera pioggerella inizia a scendere. Ci infiliamo alla svelta i completi antipioggia che per quanto possano funzionare per l'acqua, poco fanno per il freddo. Foreste di abeti ricoprono i pendii di questa zona e il monastero ci appare da lontano abbarbicato sul fianco della montagna; parcheggiata la mot,o percorriamo a piedi il sentiero che ci avvicina all'edificio, circondato da una nebbia che rende l'atmosfera ancora più suggestiva. Il monastero vanta affreschi che risalgono anche al IX secolo e fu abbandonato nel 1923 quando la nascita della repubblica turca fece decadere ogni ipotesi di un nuovo stato bizzantino. Nonostante gli ampi lavori di restauro alcuni affreschi risultano danneggiati da scritte e sassate, ma rendono bene l'idea della maestria dei pittori che li hanno realizzati e rappresentano una buona introduzione a ciò che vedremo nelle chiese della Cappadocia.

Il pomeriggio percorriamo l'ultimo tratto di costa del Mar Nero arrivando fino ad Hopa, a pochi chilometri dal confine con la Georgia. Nel tragitto passiamo la zona di produzione di tè e superiamo camion carichi di piante comprendendo da dove prevengono le innumerevoli tazze di questa bevanda che vediamo consumare ad ogni ora del giorno e che ci viene costantemente offerta in ogni luogo che visitiamo.

Hopa è una cittadina di frontiera nella quale passa una delle più importanti vie di comunicazione verso l'Asia centrale; camion targati Georgia, Uzbekistan, Kazakistan... stuzzicano la fantasia di Francesco su possibili viaggi futuri verso quelle destinazioni remote. In realtà, ci fermiamo ad Hopa giusto il tempo per riposarci e ripartire l'indomani verso un punto cruciale del nostro viaggio: i monti del Kaçkar.

Trekking sul kaçkar (30 Luglio - 1 agosto)

Dopo l'ennesima sveglia all'alba iniziamo a percorre i circa 160 chilometri che ci separano da Yusufeli, dove lasceremo l'ammiraglia, dato che la strada diventa impercorribile per la nostra moto, e ci faremo accompagnare dalle nostre guide fino a Olgunlar minuscolo villaggio di 50 persone dove saremo ospiti della Kaçkar pansiyon. Per tutto l'inverno abbiamo definito questa come la "tappa X" dato che eravamo veramente incerti sulla condizione della strada. Da Hopa la strada inizia a subito a salire e, superando il primo passo, ci lasciamo alle spalle l'aria umida e i cieli grigi del Mar Nero tornando a guidare sotto un cielo turchese. I primi 80 km di statale scorrono senza problemi; superiamo il bacino artificiale di Borçka che, per quanto ci possa piacere, è una grande fonte di preoccupazione per tutti gli abitanti della valle. Il governo turco ha infatti in progetto la costruzione di una diga sul fiume çoruh, noto in tutto il mondo per il rafting, che alimenterebbe la più grande centrale idroelettrica turca, ma inonderebbe completamente tutti i paesi della valle. Nel progetto gli abitanti di città come Yusufeli e Ayder verrebbero spostati obbligatoriamente sulle alture circostanti, stravolgendo abitudini e stili di vita costruiti nei secoli. Ci possiamo solo augurare che questo non avvenga per salvaguardare sia il patrimonio culturale di questi uomini, sia la bellezza della natura ancora incontaminata di questi luoghi. Superata la diga, un tratto della nuova strada ci illude di poter arrivare a Yusufeli all'orario concordato; ma solo qualche chilometro dopo torniamo sulla vecchia strada che si fa sempre più sconnessa fino ad attraversare diversi chilometri di vero e proprio sterrato. Il culmine lo raggiungiamo quando vediamo auto e camion incolonnati per colpa della strada bloccata. Superata la fila chiediamo informazioni ai lavoratori che, però, parlano poche parole di inglese. Un autista si offre di farci da interprete e così riusciamo a capire che il motivo dell'interruzione sono le bombe che stanno facendo esplodere per scavare una nuova galleria e che non sono esattamenti noti i tempi di attesa. Ci affrettiamo allora a chiamare le nostre guide che ci rassicurano che ci attenderanno. Il tempo scorre tra una chiacchiera con qualche autista e qualche foto ricordo della situazione. Per nostra fortuna, dopo circa un'ora, la strada viene riaperta ed è strano come la deviazione per Yusufeli risulti invece ben asfaltata.

Qui ha inizio un viaggio dentro il viaggio; parcheggiamo la moto all'interno di un fondo e prendiamo tutto quello che ci occorrerà per i prossimi tre giorni di trekking. Mikael parla un perfetto inglese e scopriamo che d'inverno fa l'insegnante proprio come noi. Con un furgone ci accompagna all'interno della valle percorrendo una strada di circa 40 chilometri, che farebbe la gioia di tanti enduristi. Francesco è entusiasta di parlare con chi vive e consoce la natura di questi luoghi e fa di tutto per proteggerla. Nel tragitto Mikael ci spiega come Yusufeli, pochi decenni prima, fosse una grande città, centro principale di queste vallate. Ci parla di un favoloso mercato dove settimanalmente tutti gli abitanti della zona vengono per barattare i loro buonissimi prodotti agricoli, il latte e i formaggi della pastorizia e il miele impollinato da api sui milioni di fiori che sbocciano ogni primavera. Francesco rimane sopratutto colpito quando Mikael dice che nessun abitante vorrebbe che la strada che stiamo percorrendo venisse asfaltata anche perchè questo significherebbe l'apertura di grandi centri turistici gestiti da multinazionali che sicuramente non porterebbero nessun miglioramento alla vita degli abitanti del posto.

Arrivati ad Olgunlar, appena scesi dal furgone, rimaniamo colpiti di quanto questo luogo sia rimasto autentico e anche la kaçkar pansiyon è una struttura che si intona perfettamente all'ambiente circostante. Ci troviamo dove confluiscono due vallate da esplorare esclusivamente a pied,i proprio come noi amiamo. Nessun rimorso quindi di aver lasciato l'ammiraglia a riposare per questi giorni. La struttura è gestita a livello familiare e non facciamo in tempo a sistemarci in camera che il padre di Mikael, Ismail, e sua moglie ci invitano a tavola. Ci servono il Kuimak, due formaggi fusi con uova in un piatto di metallo dal sapore intenso e ricco di energia accompagnato con pane casareccio. Ci spiegano essere il piatto ideale per iniziare una lunga giornata di cammino. Caricata l'attrezzatura sui cavalli e scelto cosa mettere nello zaino ci mettiamo in marcia con Mikael e Jihad, suo fratello minore, verso il campo base, a quota 2.800 metri. Per arrivarci durante un cammino di circa 6 ore ci inoltriamo in una valle il cui verde contrasta un cielo turchese, totalmente priva di costruzioni umane. L'unico rumore sarà quello dei nostri passi e dei torrenti formati dal disgelo della neve che incontreremo il giorno successivo. Al campo base scopriamo che tutta questa bellezza non è solo per noi e conosciamo escursionisti tedeschi, austriaci e francesi presenti lì dal giorno prima. Il campo base si trova in una spianata circondata da vette che superano i 3.000 metri ancora ricoperte da neve e che ricordano le nostre Alpi. Appena il sole tramonta si alza un vento gelido che farà precipitare di lì a poco la temperatura a circa 0°C. Ad alleviare un po' il freddo ci penseranno le prelibatezze cucinate da Jihad che studia come cuoco all'università di Denizli. Attendiamo l'Iftar (pasto serale che segna la fine giornaliera del Ramandan) per iniziare a cenare con le nostre guide condividendo un'ottima zuppa di cereali, trote cucinate secondo tradizione, verdure, frutta e le immancabili tazze di tè. Appena usciamo dalla grande tenda rimaniamo a bocca aperta per lo spettacolare cielo pieno di stelle, come poche altre volte abbiamo visto. Corriamo però a ripararci dal freddo all'interno dei nostri sacchi a pelo e scopriamo che l'abbigliamento intimo termico della moto è utilissimo anche in Turchia a luglio. Ci addormentiamo senza fatica verso le nove pensando alla scalata alla seconda vetta della Turchia, il Kaçkar Dagi.

Mikael ci sveglia alle cinque con i primi raggi di luce e, anche se il freddo è ancora pungente, lo spettacolo di aprire la tenda e vedere quelle vette ci fa dimenticare l'alzataccia. Colazione e partenza per quella che si rivelerà la più bella escursione che fino ad oggi siamo riusciti a realizzare nella nostra vita da viaggiatori. Durante la colazione, in accordo con i suggerimenti delle nostre guide, prendiamo la decisione di non passare nuovamente in tenda la notte, date le condizioni estreme ed inusuali di freddo che potevano nuocere sopratutto agli animali. La decisione ci costerà circa 16 ore di cammino, la cui fatica accuseremo nel ritorno dal campo base alla pensione. Con noi viene Mikael, mentre suo fratello smonterà le tende e si incamminerà verso casa. Il ripido cammino ci porta, in due ore, sul Deniz Golu, un bellissimo lago glaciale a 3.500 metri di quota di acque limpide da cui possiamo addirittura bere e, in ulteriori quattro ore, ai 3.937 metri della vetta. Durante la salita alcuni passaggi di primo grado che superiamo grazie all'aiuto di Mikael e una passeggiata sopra la neve perenne di un ghiacciaio. La vista dalla vetta è incredibile e domina, guardando a sud, le vallate circostanti e il lago, mentre verso nord si intravedono le nubi sulla costa del Mar Nero. Il tempo di scattare qualche foto e inizia la lunga via del ritorno su un sentiero abbastanza faticoso fatto prima di sfasciumi e poi di rocce calcaree che rallentano il nostro cammino. Malgrado l'allenamento dovuto allo sport che pratichiamo, la fatica inizia a farsi sentire verso la dodicesima ora anche per l'aria di alta quota. La sensazione di avercela fatta si concretizza quando vediamo apparire all'orizzonte la pansyion dove ci aspettano una doccia calda, una cena speciale nella quale sono compresi "turkish maccheroni" e una dormita rigenerante. 

La mattina seguente, dopo una colazione a base di dolci casalinghi, partiamo con Jihad alla scoperta della seconda vallata, chiamata la valle delle farfalle, la cui caratteristica principale sono gli Yaylalar (pascoli d'altura) dove vivono zio e zia di Jihad che lo salutano calorosamente. Jihad ci spiega come queste persone abitino per mesi senza corrente e a due ore di cammino dalle prime case, ma i loro prodotti caseari (che abbiamo avuto il privilegio di assaggiare alla pansiyon) siano ineguagliabili. Lungo il tragitto torrenti impetuosi di montagna e sorgenti da cui sgorga acqua purissima che Jihad ci invita a bere anche per lui, che resisterà durante la lunga giornata di cammino senza bere nè mangiare. La vallata si chiude con un lago nel quale si riflettono alte vette, circondato da fiori e farfalle di mille colori. Torniamo alla pansiyon lungo lo stesso cammino per l'ultima cena e il nostro riposo.

Il nostro soggiorno sui monti del Kaçkar si conclude qui; un dolmus con altri escursionisti ci riporta dall'ammiraglia. Poche volte nella vita ci siamo commossi così tanto nel lasciare un luogo, dove abbiamo trascorso solo tre giorni, ma la pace di quei luoghi, l'accoglienza a noi riservata e lo stile di vita così semplice e rispettoso nei confronti della natura e degli altri uomini di questa gente ci ha conquistato il cuore.

citta' anatoliche dell'est (2-3 agosto)

Un piccolo bus ci riporta alla moto, dove il primo compito sarà quella di un accurato lavaggio per cercare di riportare la catena di trasmissione finale ad uno stato decente. Caricati i bagagli, partiamo alla volta di Erzorum: la nosta idea era di pecorrere le valli Georgiane per visitare le chiese cattoliche datate VII secolo circa. Usciti da Yusufel,i imbocchiamo la statale e, poco dopo, deviamo per Ishan dove volevamo visitare la chiesa della madre di Dio. Per arrivarci abbiamo tentato di risalire i 7 km di sterrata in forte pendenza che con la moto carica sono risultati impossibili da percorrere dopo circa 2 km. Molto abbattuti, sudati e assetati ci siamo allora diretti verso le Tortum salesi (cascate), facilmente raggiungibili con una breve deviazione. Una piacevole passeggiata per ammirare le cascate e una bibita fresca offerta dal custode ci hanno risollevato il morale. La voglia di vedere almeno una delle chiese georgiane ci ha portato prima a deviare per Oskvank, dove abbiamo nuovamente dovuto rinunciare per colpa della strada e, successivamente, a Bagbasi dove finalmente siamo riusciti ad visitare il monastero della fine del X secolo chiamato "Ani Kilisesi". Lo stile georgiano è facilmente riconoscibile per le cupole a punta conica e le piastrelle multicolore, piccola delusione scoprire che oggi la chiesa è stata trsformata in moschea senza preservarne la bellezza originaria.

La strada verso Erzorum ci mostra la steppa e le sue distanze abissali tra i centri urbani. Erzorum ci appare da lontano unico elemento di rottura di un territorio vuoto verso l'ora di pranzo e ci accorgiamo immediatamente di essere in una città a forte indole religiosa: vicino al nostro albergo tutti i bar/ristoranti sono chiusi per via del Ramadan e fatichiamo non poco a trovare un supermercato aperto dove comprare del pane e un po' di formaggio. Rifocillati iniziamo la visita della città che si trova su un altopiano e la cosa che ci colpisce di più è lo stile architettonico delle moschee e dei palazzi che risultano essere molto più asiatici rispetto a quanto visto fino ad ora. Da visitare la Cifte Minareli, medrese con i suoi minareti gemelli in mattoni. La facciata è un chiaro esempio di architettura selgiuchide. Saliamo in cima alla cittadella per ammirare il panorama della città e della steppa che la circonda e, infine, visitiamo il sito delle tre tombe. Tornati nella zona commerciale, una ragazza e suo padre ci fermano incuriositi dalla nostra presenza e ci chiedono da dove veniamo. Rimangono davvero increduli quando gli raccontiamo del nostro viaggio, ci spiegano infatti che gli unici turisti di Erzorum sono ricchi arabi accompagnati dalle loro mogli avvolte nel burka, intenti a comprare gioielli di ottima qualità e fattura. La sera scopriamo che oltre ai gioielli la città offre cibo buonissimo ad un prezzo irrisorio e ci perdiamo nel mare di persone che invadono le strade dopo il tramonto.

Per arrivare a Sivas compiamo una lunga traversata sulla statale che attraversa un altopiano e due passi che superano i 2.000 metri. In realtà niente a che vedere con i nostri passi appenninici o alpini, ma grandi strade che disegnano solo qualche curva lungo il percorso. Ci rendiamo conto di essere così alti per la temperatura che scende ed i cartelli che indicano la quota.

Di Sivas ricorderemo oltre alle belle moschee, il più grande Iftar a cui abbiamo assistito. Già dal pomeriggio centinaia di tavolini e migliaia di sedie erano state posizionate nella piazza e nel grande viale per permettere a tutti di partecipare alla cena offerta dal comune. Al canto del Muezzin, inizia il grande rito del pasto collettivo e buona parte della città vi partecipa. Anche noi siamo stati invitati, ma abbiamo preferito rifiutare cortesemente per non prendere il posto di chi ne aveva più diritto, e, anche se seduti ad un ristorante abbiamo atteso come tutti per iniziare a mangiare.