L'inverno sta finendo (e un anno se ne va?)
Di agnelli, lupi e passi ventosi

Premesse:

La prima premessa è che il “Dream Team” Paola Verani e Mario Ciaccia crea piccoli mostri.

La seconda premessa è che se mi avessero detto, un anno fa, che avrei partecipato a 3 tendate invernali, probabilmente mi sarei fatta una grassa risata.

Ma andiamo con ordine.

L’Agnellotreffen (16-17-18 gennaio)

Il prima l’ho già raccontato http://www.motociclismoalltravellers.com/viaggi/view/id/966 e devo dire che la mia preparazione è stata corretta, i consigli ricevuti utili e il fatto che ci fosse un paese ben disposto all’accoglienza, con i bar aperti tutta la notte, un’organizzazione attenta e molti amici mi hanno fatto apprezzare l’esperienza.

Ma ho apprezzato anche i momenti “difficili”, quelli che mi avevano sconsigliato di affrontare. 

La neve

Il venerdì, mentre mi avvicinavo a Pontechianale, ma ancora in area solo piovosa, ho ricevuto messaggi che mi dicevano di fermarmi, di non salire, che c’era la neve, che senza catene la polizia non lasciava passare, di non salire, di fermarmi, di non salire, che c’era la neve, etc.

Ho invece deciso di provarci.

Perché i km da percorrere, quando ho incontrato la neve, erano solo 20, perché c’era ancora luce, perchè, comunque, era una strada che attraversava aree abitate, perché volevo vedere se il “vestitino” chiodato per la ruota anteriore funzionasse, perché ho pensato che il giorno dopo avrebbe potuto comunque essere ancora “brutta” la strada, ma in più avrei anche dovuto vedermela con un folto gruppo di motociclisti che avrebbero cercato di raggiungere la meta.

E credo di aver fatto la scelta giusta.

Appena incontrata la neve sono scivolata, io davanti e il mio compagno di viaggio dietro di me, immagino frenando per non venirmi adosso. 

Una volta rialzati i mezzi lui ha deciso di fermarsi mentre io, per le ragioni sopra elencate, ho deciso di proseguire. 

Ho montato i chiodi e ripreso la strada. 

Ho superato moto (le famose moto) abbandonate lungo la strada, ho incrociato gruppetti fermi ed altri che andavano in direzione opposta. 

E così, mi sono ritrovata, in questa situazione stranissima, con la neve che cadeva a grossi fiocchi, obbligandomi a viaggiare con gli occhialoni alzati, la Vespa che “sculettava” sulla strada innevata e deserta, il buio, perchè ovviamente è arrivato, il silenzio e l’assoluta tranquillità che niente mi potesse accadere. 

Nessuna paura. 

Ovviamente ho dovuto fare qualche pausa tecnica per spostare Pentola dal portapacchi davanti e liberare la luce del faro, una seconda scivolata e impiegare un tempo infinito per percorrere quei 20 km. 

Ma è stato molto bello, mi è piaciuto essere lì, da sola, nella neve, e mi rendo conto che è difficile da spiegare.

Probabilmente ero così tranquilla anche perchè sapevo che la meta era vicina e che, se proprio non ce l’avessi fatta, avrei sempre pututo piantare la tenda lungo la strada perché, nonostante l’apparente solitudine, qualche macchina passava e per qualunque problema avrei sempre potuto chiamare l’organizzazione. 

L’arrivo 

All’arrivo, poi, ho trovato le tende, il fuoco acceso, il gruppo dei Travelbike ad accogliermi e la neve, che ha continuato a cadere per parecchie ore. 

Ho piantato la Vespa nella neve e ho seguito i consigli di chi era già lì per posizionare la tenda e poi è iniziata l’attesa per l’arrivo di Muz (Mario Ciaccia, ndr) che, sbarcato da un aereo proveniente dal Cile, doveva raggiungere la sua moto e partire. 

E l’attesa si inganna cucinando un piatto di pasta, facendo un salto al bar/discoteca, che “allieta” tutta la vallata con una rassegna musicale piuttosto improbabile, bevendo un bombardino con la panna, chiacchierando del più e del meno, salutando gli organizzatori che passano a vedere chi ancora arriva, dopo la lunga giornata. 

E alla fine (alle 2 di notte), compare anche Muz, felice e beato dalla salita innevata. 

Per me, invece, è ora di andare a dormire e di accorgermi che la botta presa sulla spalla nella prima caduta è stata più forte di quanto mi fosse sembrata, ma la stanchezza aiuta e mi addormento senza problemi nel mio sacco a pelo multistrato nella notte a -2°.

Il giorno dopo (sabato)

La giornata è soleggiata e comincia ad arrivare parecchia gente: quelli che si sono fermati a valle per la nevicata e quelli che avevano previsto di arrivare sabato. 

Gli spazi vuoti vengono riempiti dalle tende, la strada dalle moto e dalle persone. Faccio dei giri perlustrativi, incontro Anna arrivata anche lei venerdì con il gruppo di quelli dell’Alpiraid e incontro molti altri che mi offrono da bere e da mangiare, con il rischio di finire ubriaca alle 10.30 del mattino.

Il mio aver dato una mano nel conteggio dei Travellers partecipanti mi fa “alzare di grado” e ricevere un invito a pranzo da parte dell’organizzazione, che certo non rifiuto. Per cui mi ritrovo, molto comoda, al ristorante a mangiare piatti tipici (buonissime le ravioles, degli gnocchi di patate e tomino di Melle conditi con burro nocciola e salvia). 

Dopo questa parentesi “VIP” torno nei miei ranghi e vado a salutare chi ancora arriva.

Il pomeriggio passa veloce, davanti al fuoco o a zonzo a curiosare le moltitudini di tipologie arrivate, si va dal gruppo di vespisti con assistenza al seguito e gazebo lusso con tavolata per 30 persone, alla tenda con stufa incorporata e tavolo di neve (quelli dell’ Alpiraid), ai gruppetti più piccoli ma sempre ben attrezzati, con griglie, treppiedi, tavoli, seggiole... Che non si capisce come si faccia a trasportare tutta quella roba su due ruote.

Lo spezzatino e la polenta

Per la serata del sabato l’idea era di cenare tutti insieme, "tutti" inteso come gruppo Travellers e Travelbike, visto che condividiamo l’area tende e il fuoco, per cui, nei giorni precedenti, ho lanciato l’appello: io porto lo spezzatino e voi preparate la polenta.

Lo spezzatino l’ho portato, la polenta è arrivata, però qualcosa non ha funzionato nel mio messaggio che era: “VOI fate la polenta”... Quindi succede che mi scaricano kg e kg di sacchetti di farina gialla, qualcuno ci mette anche la pentola e il fornellino, ma pochi la manodopera. Quindi, dopo aver mangiato tonnellate di carne e formaggio e salsiccia alla griglia, si mangia pure la polenta con lo spezzatino, per accumulare le giuste calorie necessarie per affrontare la notte, che si prevede molto fredda.

Per quello che mi riguarda mi sono organizzata per dormire con due amici (Il Nagio e Danilka) e di sfruttare l’effetto “bue e asinello”, che funziona a meraviglia, tanto che quando la domenica mattina gira la voce che la tempratura fosse arrivata a -17° quasi non ci si crede. Ma in molti hanno avuto freddo e dicono che la loro esperienza invernale l’hanno fatta e che non ci tengono a ripeterla. 

Io sono abbastanza tranquilla: ho passato un certo numero di ore dentro ai bar e la mia attrezzatura rimediata qua e là mi ha protetto a sufficienza.

Il raduno comprende il pranzo della domenica alle h. 12.30 ma in realtà, non so come, dopo aver bagagliato Vespina, finisco per pranzare tardissimo e di conseguenza anche la partenza per rientrare a Milano viene posticipata.

La nebbia

Parto da Pontechianale che ancora c’è luce, voglio superare il tratto di montagna il prima possibile e vedere bene la strada che, anche se pulita, riserva ancora qualche pezzo ghiacciato.

Una volta arrivata a valle tiro un sospiro di sollievo, ma lo tiro troppo presto. Di lì a poco mi ritroverò a “combattere” con il freddo e la nebbia, per un rientro veramente faticoso. La nebbia è davvero difficile: ti ritrovi fradicio, non vedi nulla ma ti rendi conto che le strade della Lomellina sono una striscia di asfalto ai cui lati si trovano i canali irrigui, se non incontri un paese non puoi neanche fermarti per controllare la strada, perchè il rischio che non ti vedano è davvero alto (parlo per me che ho una Vespa Primavera del ‘75 che, se si spegne, anche i fari lo fanno).

Lentamente, e facendo parecchie pause per riscaldarmi, alla fine rientro anche io a casa.

(Come sempre: prima a partire, ultima a rientrare).

WE da Lupi (13-14-15-16 febbraio)

L’Incipit mi ha subito attratto :“Non e' un motoraduno... Non c'e' musica... Non c'e la banda che suona o lo spettacolo della notte... Ci siete solo tu, la tua moto, la natura, il bivacco, i tuoi amici... e i tuoi racconti di moto e viaggio...

E ho deciso di partire.

Sulla via Emilia 

Dopo la neve dell’Agnellotreffen ero curiosa di vedere se riuscivo (o no) a raggiungere un posto lontano: la meta erano i Monti Martani, praticamente a Spoleto. Meta già raggiunta, a maggio del 2014, per la prima Tendata All Tavellers, ma a febbraio immaginavo fosse ben diverso.

Come sempre ho dovuto allungare il mio WE con partenza il venerdì e rientro il lunedì.

Il programma prevedeva, per il venerdì, di raggiungere Fano per “sfruttare” l’ospitalità di Danilka che mi lasciava le chiavi di casa, perchè lui doveva essere già in giro con il gruppo del Fintentreffen (Muz, il Nagio, Baypiss). Avremmo poi dovuto ritrovarci il sabato sui Monti Martani. Avremmo, perchè poi il programma è cambiato leggermente.

Ma iniziamo... dall’inizio: partenza da Milano, direzione Piacenza e poi la via Emilia in tutta la sua lunghezza, come sempre qualche pausa per riscaldarsi, un po’ di nebbia, qualche intoppo per superare Bologna dove arrivo giusto all’ora di punta e mi ritrovo imbottigliata in un traffico serratissimo che neanche con la Vespa riesco a muovermi. 

La strada è davvero tanta, per me: sono 430 Km e impiego 18 ore per percorrerli.

Arrivo alla meta alle 4 del mattino, trovo quello che mi era stato annunciato da qualche messaggio e cioè un Danilka malaticcio, ma la stanchezza del viaggio è tale che, senza preoccuparmene troppo, a malapena lo saluto e me ne vado a dormire.

Verso Spoleto

Dopo qualche ora di sonno, mi sveglio riposata e abbastanza lucida, la giornata è anche soleggiata.

Ritrovo un Danilka poco in forma.

Quindi penso che da lì a poco partirò verso i Monti Martani da sola ma, colpo di scena, con una semplice pastiglia per il mal di testa Danilka si riprende e decide di partire anche lui.

Ovviamente non potrà raggiungere i suoi compagni di viaggio (che non si sa bene dove siano) e quindi verrà con me all’appuntamento al WE da Lupi, per poi andare con loro nel giro della domenica.

Essendo lui più ferrato riguardo alle strade della zona, mi precede.

Raggiungiamo la gola/passo del Furlo, posto abbastanza incredibile dove facciamo una pausa foto e scopriamo che non possiamo proseguire a causa della strada chiusa per frana che non lascia passare neanche le biciclette (e le moto).

Torniamo indietro e imbocchiamo la galleria, una galleria lunghissima, uscendo dalla quale Vespina fa alcuni scoppiettii sospetti. A quel punto passo io davanti per essere visibile in caso di fermate improvvise.

Ma tutto prosegue bene, ogni tanto qualche scoppiettio, ma niente di più.

Le strade che percorriamo sono belle, i prati verdi mi distraggono parecchio, cioè rischio di andare fuori strada per guardare il paesaggio! 

Man mano che ci avviciniamo a Spoleto il tempo peggiora, ma non piove, facciamo qualche breve pausa e raggiungiamo l’ultimo pezzo di strada, quello sterrato ancora con la luce, cosa di cui sono molto contenta.

Saliamo alcuni tornanti e raggiungiamo il punto del ritrovo, dove c’è un piccolo rifugio.

C’è ancora luce e ne approfittiamo per montare le tende, poi vado a salutare il padrone di casa (Lupo Fifì) e tutti gli altri. Che sono lì già da ore a mangiare meraviglie portate un po’ da tutti. Mi aggiro salutando i convenuti al raduno, senza sapere esattamente chi sono, perchè intanto si è fatto buio e il faro frontale non aiuta a riconoscerci! 

La notte intorno al fuoco

È una serata un po’ speciale, per i WE da Lupi perchè, anche se il numero dei partecipanti non è altissimo (l’inverno frena leggermente gli entusiasmi) verrà letto il “Giuramento del lupo”, un breve scritto in cui si dichiara la propria appartenenza al “branco” e il rispetto per quello che ci circonda, il tutto però con la giusta ironia di Stefano...

La serata prosegue mangiando, qualcuno tira fuori anche una chitarra.

Il gruppo del Finten è arrivato verso le h 20.00 e decide il programma di domani.

La trippa, che ha viaggiato con me, è stata gradita, ma certo non necessaria, visto il quantitativo di cibo presente, neppure nella sua versione versione vegetariana (in realtà dei ceci in umido) per Lupo che, nonostante il nome, non mangia carne.

Dopo l’esperienza dell’Agnellotreffen, mi pare perfino che faccia caldo, non ho idea di quale sia la temperatura, ma non essendoci né neve, né vento non ho davvero freddo (la minima notturna sarà di -2°, ndr).

Come sempre, ad una certa ora, si va a dormire lasciando gli irriducibili a fare spuntini con le melanzane alla parmigiana che, certo, sono un tipico piatto da bivacco.

Tappa corta

Qualche ora di sonno, un the e poi si riparte. 

Il programma di oggi, in realtà, prevede una tappa corta: raggiungere Magione, sul Trasimeno. Dove vengo ospitata per la notte.

Visto che è anche la meta del gruppo Finten per il pranzo, mi sforzo di arrivare ad un’ora decente.

Quindi per l'una e mezza circa ci ritroviamo tutti con le gambe sotto il tavolo per il “Pranzo di Natale” che ci ha preparato la mamma di Danilka. Restiamo a tavola parecchie ore, mangiando tutta una serie di ottimi piatti, guardando i video che Danilka ha fatto anni fa alla Dakar e incrociando i suoi fratelli, sorelle, nipoti che lo vengono a salutare.

Si arriva così al tardo pomeriggio dove il “gruppo Finten” deve rivestirsi e partire, mentre io rimango per la notte. Ripartirò domani. 

Quel che resta della giornata lo passo guardando il calendario che mi ha regalato Lupo Fifì, con le foto del suo viaggio in Sud America e in chiacchiere con Danilka e la sua famiglia.

Anche se pare impossibile, ad un certo punto si cena pure e io ne approfitto per assaggiare i dolci tipici del carnevale che non ero riuscita a mangiare a pranzo perchè proprio non ci stavano.

Il ritorno

Lunedì mattina sveglia presto, colazione, bagagliare Vespina, controllo della candela, pulizia della stessa ad opera del papà di Danilka (si vedono dei piccolissimi residui e forse erano loro a provocare lo scoppiettio dell’andata) e partenza. Direzione passo della Futa. 

Parto con indosso l’antipioggia perchè già cade qualche goccia che però, per fortuna, si interrompe subito; percorro quindi i primi 170 km abbastanza tranquillamente, quando comincio la salita alla Futa dove, purtroppo, il tempo peggiora e inizia a piovere, c’è un po’ di nebbia e a bordo strada c’è la neve, la strada è pulita, ma il paesaggio è innevato (e bello).

Niente traffico e l’obiettivo è di arrivare sulla via Emilia prima del buio, ce la faccio e poi via, il lungo tratto da affrontare con pazienza, pause e scaldini chimici, tenuti a portata di mano e appiccicati sulla maglia termica. 

I rientri sono sempre la parte più difficile e questa volta mi viene anche sonno, ma resisto e arrivo a casa.

Valparola (20-21-22 febbraio)

E così arriviamo all’ultimo atto della trilogia: Valparola. 2190 m, neve con certezza e tanta strada.

Nel mio immaginario personale, avrebbe dovuto essere una specie di “somma” delle tendate precedenti e avrei dovuto essere perfettamente in grado di affrontarlo, ma ho sottovalutato il fattore corpo che, probabilmente, non felice di dover affrontare una terza prova, si è ribellato regalandomi un bel due giorni di malessere intenso e debolezza, l’ ideale per passare una notte in tenda sotto la neve. 

Ovviamente mi sono resa conto del malessere soltanto una volta arrivata alla meta! E non dovrei lamentarmi, pensando ai soldati che hanno passato lì molto più tempo di me, nelle trincee, nella neve, come documenta il Museo che non sono riuscita a visitare. 

Il viaggio

Anche questa volta parto il venerdì, ma nel tardo pomeriggio per fare una prima tappa al lago di Garda (Salò), dove mi incontro con Aduilio che arriva da Genova e, come me, spezza in due il viaggio.

La mattina del sabato ci mettiamo per strada alle 7.30 circa, perchè l’idea è quella di arrivare prima che inizi a nevicare, secondo le indicazione delle ultime previsioni.

Percorriamo la gardesana occidentale fino a Riva, poi saliamo verso Trento. Io viaggio davanti, vista la “velocità” del mio mezzo ma, vista la rumorosità del mio mezzo, non mi accorgo di non aver più dietro Aduilio... 

Torno indietro, poi torno avanti, alla fine riusciamo a sentirci, mi spiega che ha perso un pezzo di bagaglio e poi, nel tentativo di raggiungermi, mi ha superato e mi aspetta a Lavis. 

Così ci ritroviamo e proseguiamo.

Facciamo una pausa toast e tisana ed io mi rendo conto di non essere in gran forma, continuo ad avere freddo, ho sovrapposto tutti gli strati possibili, compreso il giornale piegato, non ho ancora attinto agli scaldini chimici perchè ho paura che manchi ancora troppa strada. 

Proseguiamo seguendo per Bolzano, Bressanone, Brunico, Val Badia (ma tutte con la “B” iniziano?), fino all’incrocio che sale al passo e dove inizia a nevicare, ma praticamente siamo arrivati, la neve non fa in tempo a fermarsi che raggiungiamo il rifugio.

Ci sono già un bel po’ di moto e Vespa ovunque, sul piazzale.

L’arrivo

Come sempre faccio un giro a salutare, mi faccio spiegare dove va piantata la tenda e cerco di approfittare della luce per sistemarmi, così come fa Aduilio.

Scarico Vespina e mi dirigo verso l’avvallamento dove vanno messe le tende.

Non è un punto comodo, il primo pezzo conviene farlo scivolando sul sedere e per il resto si affonda nella neve, anche se sono già passati in tanti.

Io non sono particolarmente atletica, ma dopo aver percorso anche solo un pezzetto mi sento spossata, in maniera anomala.

Apro la tenda, ci butto dentro il mio bagaglio e anche me stessa e rimango qualche minuto a guardarmi intorno. La neve cade, sempre più intensamente, osservo il gruppo di 10/12 persone che montano il tendone Ferrino da dieci posti, una bellissima struttura con un telo rosso/arancio che svetta su tutte le altre tendine piantate li intorno e dà una bella idea di campobase Himalayano al nostro incontro.

Mi faccio forza e decido di tornare al rifugio passando, però, vicino a un fuoco, dove assaggio un ottimo vin brulé bianco, preparato da un gruppetto di irriducibili che tira già fuori la carne da grigliare! 

Raggiungo il rifugio e capisco che sono ammalata. 

Invece che migliorare peggioro, mi sento sempre più debole.

Intanto continua ad arrivare gente e la neve ad aumentare di intensità, ad un certo punto sarà una vera e propria tormenta.

Bella gente

La gente entra e esce, beve qualcosa di caldo, di forte, chiacchiera, si scambia consigli, si racconta la strada percorsa, le difficoltà avute, l’equipaggiamento recuperato per l’occasione, io sto lì come un telefonino scarico... Faccio fatica anche a socializzare. 

Arriva il momento dell'aperitivo Mash, dove si stappano bottiglie e si mangiano ottimi pezzi di formaggio e poi si prende posto a tavola per la cena, siamo circa un’ottantina. 

L’atmosfera è bella e io ne godo pochissimo, il cibo è davvero invitante e io non ho fame, non riesco a finire nessuna delle belle cose che mi portano. Dopo la cena cominciano a girare le grappe e i liquori... Ma io non assaggio quasi nulla. Prendo un Tachifudec sperando che mi faccia “risorgere”, ma niente. Intanto, intorno a me, tutti si divertono e sono contenti! Intorno alla mezzanotte il rifugio chiude e ci “butta fuori” e io vengo invitata a dormire nel tendone, dove la temperatura dovrebbe essere leggemente più alta che nella mia 2seconds (minima esterna -7°, minima interna +7°), visto l’alto numero di occupanti. Faticosamente porto i miei bagagli nella tenda, gonfio i materassini, srotolo i sacchi a pelo e mi ci infilo sperando di risvegliarmi in una forma migliore. 

Domenica 

Questo non succede.

La domenica mattina sono ancora uno “straccio”. Ha nevicato tutta la notte, ancora nevica, le strade sono bianche, inizia il fuggi-fuggi di chi smonta e scappa. 

Il programma di oggi prevede la visita al Museo della Guerra e la ciaspolata nelle trincee austriache, io non mi sento di fare nessuna delle due cose e l’idea di dover percorrere i quasi 400 km che mi separano da casa mi inquieta abbastanza. Per cui decido per il piano B: chiedo a Marcello (Bulldozer) di caricarci sul suo furgone. Per fortuna acconsente e quindi non mi resta che aspettare.

Smonto la mia tenda e porto tutto dentro al rifugio quindi, mentre un gruppetto va a fare le visite stabilite, io resto lì, al caldo, a conversare con chi non è ancora partito, faccio qualche foto uomo-mezzo e seguo i “drammi” di chi ha la moto che non parte. 

Quando rientrano dal giro si danno allo smontaggio della Tendona Ferrino ed io mi sento abbastanza in colpa per non riuscire a dare una mano, ma mi sento così debole che non vorrei finire per essere di impiccio. Quindi si preparano le moto, si carica Vespina e il mio bagaglio sul furgone, ci si saluta e si parte verso Milano. 

Il viaggio di rientro è comunque lunghissimo, sono comodamente seduta in macchina, al calduccio ma mi pare comunque infinito e non so come avrei fatto se non ci fosse stata questa possibilità, ma decido che è meglio non pensarci sapendo che una soluzione si trova sempre. 

Marcello, molto gentilmente, mi accompagna fino a casa, mi scarica la Vespa e gli innumerevoli bagagli che sono sparpagliati nel furgone.

Si può dire che Valparola sia andata un po' così: mi è sembrato tutto molto bello, ma senza farne proprio parte, come se osservassi  da dietro un vetro, senza poter partecipare. 

Inverno sì, inverno no

Ora, dovendo tirare le somme di queste mie esperienze invernali, ho qualche difficoltà.

Ho ancora il freddo nelle ossa per capire cosa farò l’anno prossimo.

Certo, ho visto che Vespina non ha mai avuto problemi e che io, invece, ho qualche difficoltà in più, non mi piace dovermi coprire fino quasi a non riuscire a muovermi e la tensione alla sopravvivenza fa sì che mi goda molto meno tutto il resto (l’ho capito andando al TTT a Varazze, con il sole sono più simpatica!) .

Certo è vero che ci si trova in situazioni particolari.

Certo viaggiare sotto (e sopra) la neve è stato bello, anche se forse ci vuole un po’ più esperienza per poterne godere completamente. 

Certo ho apprezzato dei miei lunghi viaggi anche le pause per riprendermi dal freddo, dove ti trovi, quasi sempre, a scambiare chiacchiere con sconosciuti che ti chiedono cosa stai combinando e ti danno consigli.

Certo ho apprezzato l’arrivare e trovare sempre bella gente che ti accoglie e ti aiuta, perchè più la situazione è al limite e più si sviluppa il senso di fratellanza/apparteneneza al gruppo e scatta maggiormente lo spirito di condivisione.

Certo ho anche apprezzato avere dei compagni di viaggio (io che apprezzo moooolto il viaggiare in solitaria!) per una parte dei percorsi fatti: Mauro all’Agnellotreffen ha fatto sì che arrivassimo ancora con la luce all’inizio del pezzo più difficile, Danilka mi ha guidato tra le stradine delle sue terre che forse non avrei fatto o comunque sarei stata troppo concentrata sul percorso per godermi il paesaggio e Aduilio mi ha, anche lui, in un certo modo, “spronato” ad arrivare in tempo prima della grande nevicata.

Certo continuo a non capire quelli che bloccano l'assicurazione e dicono che "la stagione" inizia e/o finisce. 

Certo che il Millevaches...