Mototurismo in Slovenia
Sei amici parmigiani e sei moto in giro per la Slovenia, in piena estate, per sfuggire l'afa della pianura e perdersi nelle montagne friulane, nelle gole del Vintgar e di Tolmin, nelle strade del Parco Nazionale del Triglav, scalare i tornanti del Mangart e del passo Vršič, bagnarsi nelle acque celesti della Soča (l'Isonzo). Ma anche per scoprire il suo mare, le sue belle città, come Lubiana, Maribor e Ptuj, e assaggiare la sua cucina e i suoi vini pregiati
Dalla costa slovena al castello di Predjama

Da Parma le nostre moto ci portano velocemente e comodamente al confine seguendo la Cispadana fino a Pegognaga, e poi le autostrade A22 e A4, noiose ma indispensabili. Prima di entrare a Capodistria, una sosta per acquistare la vignetta, obbligatoria se pensiamo di fare qualche tratto in autostrada (in realtà faremo solo statali), e poi subito verso il breve tratto di mare che bagna il litorale sloveno, stretto fra Italia e Croazia. La prima tappa è Piran, una cittadina pittoresca ed elegante, su un promontorio che s’inoltra nel mare, con i palazzi, il campanile, le piazzette e i vicoli stretti e contorti che richiamano Venezia. Si è arricchita in passato con il commercio del sale (poco più a sud si possono vedere ancora le saline di Sicciole).

Il tempo è bello e il centro è molto affollato di turisti; troviamo posto in una trattoria vicino a piazza Tartini, dove cominciamo a conoscere la cucina slovena (pesce fresco e carne alla griglia, patate e peperoni e naturalmente birra alla spina). Visitiamo il colorato centro storico, saliamo alla chiesa con il bel campanile che imita in piccolo quello di piazza San Marco, poi scendiamo verso il lungomare, nel quartiere di Punta, dove ci sono il faro, tanti bar e ristoranti con l’accesso diretto agli scogli, e la gente prende il sole e fa il bagno. Verso le cinque ripartiamo per raggiungere la nostra seconda tappa: il castello di Predjama, nella regione di Notraniska. Infatti, prima di raggiungere il nostro hotel, nei pressi di Postumia, c’è tempo per vedere (almeno dall’esterno) questo particolare maniero, arroccato sulla bocca di una grotta che si affaccia sulla parete verticale di un roccione alto 123 metri. La costruzione attuale, scenografica e affascinante, risale al XVI secolo. Sotto, si aprono altre grotte profonde, dove si estende una rete di gallerie per 5-6 chilometri. Verso sera prendiamo le moto e raggiungiamo la Guesthouse Sanabor a Prestranek, accolti da un buffo gestore che parla un po’ di italiano e che ci propone camere decisamente minimaliste, ma graziose e pulite. Cena in una Gostilna lì vicino, non memorabile.

Le Grotte di Skocjan e Lubiana

Dopo l’ottima colazione (salumi e formaggi locali, e marmellate fatte in casa dalla gentile signora), rivediamo il programma di viaggio e, invece di visitare, come avevamo programmato, le famose Grotte di Postumia, siamo attirati da quelle di Skocjan, non molto distanti, che Luca conosceva e da cui era rimasto affascinato. È presto e c’è poca gente. Parcheggiamo la moto e ci rechiamo al Centro Visite.

Le Grotte di Skocjan (San Canziano), nella regione del Kras (Carso) sono lunghe 6 km e profonde 250 m. Sono state scavate dal fiume Reka, che riaffiora poi vicino a Trieste con il nome di Timavo. La visita è guidata e ben organizzata, dura circa due ore (e purtroppo non si potrebbe fotografare …). Attraversiamo le prime grotte con imponenti stalattiti e stalagmiti (come il “gigante” e “l’organo”), che non hanno tuttavia il fascino di altre grotte famose; quando, però, si arriva alla “grotta dei sussurri” e al “ponte sospeso” si resta a bocca aperta! Sono spazi grandiosi e profondi, illuminati solo dalle luci fioche delle passerelle che corrono a mezza costa, sospese sul dirupo, in fondo al quale scorre rumoreggiando il fiume, visibile a stento (…una visione dantesca!). Si risale in superficie e si visita con un percorso attrezzato in salita, l’area esterna, ricca di una vegetazione lussureggiante, dove il fiume forma piccole cascate. Riemergiamo dai profumi e dai rumori di questo ambiente selvoso ritemprati, ma anche molto affamati così, prima di ripartire, ci rifocilliamo con birra e panini al bar del centro visite. Ma è ora di ripartire. La meta prevista è Lubiana.

Arriviamo nella capitale verso sera, dopo un percorso di circa 55 km lungo strade perfette per gli amanti delle curve veloci e adrenaliniche: asfalto senza buche, segnalazioni efficaci, traffico scarso e colline verdeggianti. Messe a riposo le moto nel garage dell’Hotel Adora, a due passi dal centro, vecchiotto ma piacevole (e con una doccia favolosa), cominciamo la visita della città, adagiata sulle rive della Lubjanska e sorvegliata da un castello (molto rifatto e restaurato), che decidiamo di visitare l’indomani mattina. Dal 1992 capitale della nuova repubblica slovena, Lubiana è una città accogliente ed elegante, con un passato prestigioso, con bei palazzi e una famosa università. Ha subìto due pesanti terremoti, nel 1511 e nel 1895, che non hanno distrutto però il centro medievale, e le hanno dato quell’aspetto moderno che vediamo oggi (negli anni Venti interviene con nuove idee postmoderne l’architetto Jose Plecnik, che ha progettato anche il Triplice Ponte, cuore della città). Facciamo una piacevole passeggiata sulla riva destra del fiume, la più caratteristica. Attraversiamo il “Ponte dei calzolai” e arriviamo fino alla centrale piazza Presernov, circondata da edifici fine ottocento.

Passiamo il Triplice Ponte e visitiamo la cattedrale di San Nicola, imponente edificio barocco progettato dal nostro Andrea Pozzo, con una bella cupola e due campanili settecenteschi in facciata. L’interno è decorato con affreschi illusionistici del pittore italiano Giulio Quaglio nel 1703. Facciamo qualche foto nella vicina piazza Mestni, con la fontana dei fiumi e l’obelisco (ispirati alla romana piazza Navona del Bernini), e al palazzo del Municipio. Sempre più distratti dalle belle ragazze slovene che ci passano accanto, arriviamo dalle parti del mercato coperto, con un suggestivo colonnato che dà sul fiume (opera di Plecnik), un ponte pedonale stracarico di lucchetti “amorosi”, e un altro ponte, detto “dei Draghi”, costruito in stile secessione nel 1901, ornato da quattro sculture in bronzo del drago alato (simbolo della città). È ora di cena, e ci consigliano un locale vicino alla cattedrale, “Da Sokol”, con cucina tradizionale. Purtroppo era tradizionale, e sparata a volume piuttosto alto, anche la musica saltellante che ci ha accompagnato per tutta la serata…

Verso la Stiria: Maribor e Ptuj

Restiamo a Lubiana anche la mattina, per vedere il castello. Venne costruito sui resti di un forte romano, ma l’edificio medievale fu semidistrutto dal terremoto del 1511. Nel XIX secolo fu adattato a carcere e, nel secondo dopoguerra, si cercò di ristrutturarlo riportandolo all’epoca medievale. Curiosiamo un po’, a partire dal grande cortile centrale, ora spoglio; ci portiamo nella cappella di San Giorgio, costruita nel XVII secolo con la volta affrescata con gli stemmi dei governatori carniolani, poi nella parte delle prigioni e, infine, nel terrazzo panoramico: da lì ci appaiono i tetti del centro storico e, oltre il fiume, i quartieri nuovi con audaci architetture contemporanee. Riprendiamo le moto e, dopo 140 km di strade statali poco affollate, con le moto che filano veloci su un asfalto come sempre ben tenuto e attraversano campagne curate e colline ricche di vigneti, arriviamo a Maribor, nella regione della Stajerska, la Stiria slovena.

Entriamo in città ancora scossi per le tracce di un grave incidente capitato pochi minuti prima sulla nostra strada: abbiamo visto un’auto completamente disintegrata, i rottami sparsi per duecento metri e un lenzuolo steso per terra. Istintivamente rallentiamo l’andatura. Attraversiamo la Drava, che scorre lenta e davvero imponente, e ci fermiamo sulla lunga piazza Glavni trg, che nel medioevo era la piazza del mercato di Maribor, con il municipio, bei palazzi barocchi con le facciate decorate e una elaborata “colonna della peste”. Eretta nel 1743, raffigura la Madonna, dorata su un’alta colonna, circondata da una mezza dozzina di santi. Pranziamo lì vicino in una Gostilna dove apprezziamo, come al solito, la birra locale e i rustici piatti a base di carne alla griglia e le polpette (cevapcicj). Dopo il caffè, facciamo due passi digestivi nel quartiere di Lent, a ridosso del fiume. Nel medioevo la banchina divenne uno dei porti più attivi della regione per il commercio del legname e del vino. Vediamo la rotonda Torre del Giudizio, una delle torri difensive ancora esistenti e, sulla banchina, la cosiddetta “Vecchia Vite”, il più antico vitigno esistente al mondo (!): è stato piantato quattro secoli fa e produce ancora circa 50 kg di uva all’anno e 25 litri di prezioso vino rosso, chiamato “Velluto nero” (offerto in dono in piccole bottiglie ai dignitari in visita). Dal ponte principale osserviamo i quartieri moderni della città, che fu importante centro industriale tra Otto e Novecento, e fu distrutta per i due terzi nella seconda guerra mondiale.

Ripartiamo per la nostra prossima tappa, la vicina Ptuj, cittadina molto pittoresca, sulle rive della Drava. Di origine romana (Poetovio), ha mantenuto intatto l’impianto medievale. È pomeriggio inoltrato quando percorriamo affascinati le stradine tortuose e silenziose che salgono al castello. C’è poca gente, l’aria è fresca e il sole al tramonto arrossa le acque del fiume: c’è un’atmosfera di tranquilla serenità. Naturalmente il castello sta chiudendo e quindi ci limitiamo a osservare il panorama sui tetti rossi della cittadina e le anse del fiume che più a nord si allargano a formare quello che ci sembra un lago. Tornati al centro storico, vediamo la Torre della Drava, costruita nel 1551 come difesa contro i Turchi, e la Mestni trg, la piazza del Municipio, con la statua barocca di San Floriano in cima a una colonna. Nell’altra piazza importante di Ptuj, a imbuto, c’è la chiesa di San Giorgio, di stile molto eclettico (da romanico a neogotico), con il suo alto campanile eretto nel XVI secolo e trasformato poi in torre civica nel 1830. Lì vicino, una lapide romana del II secolo, molto rovinata, con scene tratte dal mito di Orfeo. Fu usata nel medioevo come gogna per i malfattori. Ceniamo in un ristorante con la terrazza sulla riva della Drava, che ci offre un tramonto spettacolare. Molto romantico ma, a detta di Michele, che si era dotato di torcia elettrica per vedere cosa mangiava, un po’ troppo buio…

Skofja Loka e i laghi di Bled e Bohinj

Partiamo subito dopo colazione, diretti verso l’autostrada che ci porterà velocemente a Skofja Loka, nella regione della Gorenjska. È un villaggio medievale tra verdeggianti colline, dominato dal suo castello cinquecentesco, eretto in origine dal vescovo di Frisinga, feudatario dell’imperatore Ottone II. Dopo aver attraversato il ponte in pietra a un’unica arcata sulla Selska Sora, s’incontra la chiesa di San Giacomo, del XVI secolo (interessante l’abside e il soffitto con le volte a stella), e la piazza principale, la Mestni trg, oblunga e circondata dalle case dei ricchi notabili, del XVI e XVII secolo, con le facciate decorate e colorate. Ad una estremità della piazza si nota Casa Homan: il bel palazzo a tre piani del 1529, di proprietà del vescovo, con affreschi, è ora un accogliente e ombreggiato caffè all’aperto, da sempre centro della vita sociale della comunità. Al centro della piazza su un’alta colonna la statua barocca della Madonna con, ai lati, le statue dei santi Giuseppe e Antonio del 1751, e una fontana, con lo stemma della città. A un livello più basso della piazza corre parallela la strada riservata alle abitazioni più modeste: interessanti e rustiche case popolari a uno o due piani, con il tetto fortemente spiovente e, a volte, il secondo piano sporgente. Un breve percorso in salita a piedi ci porta al castello. Venne ricostruito in stile barocco dopo il terremoto del 1511 e, nel corso dei secoli, ha subito numerose trasformazioni. L’attuale edificio, circondato dal parco, è a forma di U con un cortile interno quadrangolare; all’interno ospita un museo locale. Sono le 13.30 quando ripartiamo per la prossima tappa, i laghi di Bled e di Bohinj all’interno del Parco Nazionale di Triglav, ma prima decidiamo di fare sosta a Kranj, una città importante, dice la guida, ma … è così assolata e semideserta che ci fermeremo solo due ore, per un pranzo veloce.

A Bled arriviamo verso le 17, ma troviamo con grande sorpresa molta difficoltà a scendere dalla moto e parcheggiarla: il sovraffollamento turistico è impressionante, tutti gli spazi sono intasati. Facciamo due volte il giro del lago e saliamo sulla collina del castello, ma troviamo code di automobili, i vigili che ci allontanano, torme di turisti che attraversano le strade: insomma, non riusciamo a goderci il posto come avremmo voluto. Il lago è bellissimo, con la sua pittoresca isoletta al centro, l’acqua turchese e limpida, le piccole spiagge affollate di bagnanti, che prendono il sole o fanno il bagno (noi ci sentiamo accaldati nelle nostre tute …e un po’ frustrati!). Ci limitiamo a poggiare i piedi a terra per fare qualche foto, poi ripartiamo per Bohinska Bistrika, dove dormiremo, sulla riva del lago di Bohinj.

Ci arriviamo con una bella strada (ancora una volta notiamo che le strade slovene sembrano fatte apposta per far godere i motociclisti) che attraversa un’ampia valle: verdi colline, fattorie con il caratteristico essiccatoio per il fieno (il kozolec) e campi coltivati. È ormai tardi: abbiamo solo il tempo di fare il giro del lago (dove una luce perfetta invita a scattare tante foto) e, con una strada stretta e tutta curve che attraversa il bosco, arrivare alla base di partenza per il percorso a piedi che ci porterebbe in 20 minuti alla cascata della Savica, l’immissario del lago di Bohinj. Ma ormai il sole è tramontato e dobbiamo cercare la nostra Penzion Vila Bistrica. La sistemazione è un po’ spartana, ma ci adattiamo...

Le gole del Vintgar e il Passo Vršič

Ripartiamo dopo la colazione e decidiamo di percorrere una strada diversa per tornare a Bled: una strada tutta curve, poco frequentata e un molto stretta che sale in alto tra boschi di pini e abeti, e attraversa qualche villaggio. L’aria del mattino è molto fresca e ci fa apprezzare questa regione, così fertile e ben tenuta. Ci concediamo una sosta a Bled, dove finalmente possiamo lasciare le moto in parcheggio e fare due passi sulla riva del lago, ora tranquillo e silenzioso. Ci siamo fermati nei pressi del centro velico, un’area molto curata e riservata probabilmente ai soci del club. Noi facciamo finta di niente ed entriamo lo stesso. Notiamo alcuni giovani sulla superficie del lago, immobile e argentata in controluce, che sembrano misticamente camminare sull’acqua, con un lungo remo in mano: in realtà sono in piedi su una specie di surf largo e piatto, che emerge appena a pelo d’acqua (deve essere la moda del momento…). Riprendiamo la moto e ci dirigiamo a nord dove, dopo una decina di chilometr,i troviamo le Gole del Vintgar.

Sono lunghe 1,6 km, e si snodano lungo un percorso scavato tra le imponenti pareti verticali dei monti Hom e Boršt dal torrente Radovna, che forma altresì bellissime cascate, tonfani e rapide. Sopra le gole, un sentiero conduce attraverso ponti e gallerie, per concludersi con una cascata, denominata Šum (che in realtà in agosto è in magra … e un po’ deludente). Il percorso sulle passerelle è affascinante e, data l’ora, non ancora affollato: ci si trova immersi nella natura accompagnati dalla musica del torrente, dal verde scintillante della vegetazione e dall’azzurro intenso dell’acqua. Vintgar è luogo anche di due attrazioni create dall'uomo: il ponte di pietra ad arco singolo della ferrovia di Bohinj, costruita nel 1906, che a 33,5 metri sopra il sentiero attraversa la gola, e la diga, da dove l'acqua si dirige verso la piccola centrale idroelettrica di Vintgar sotto la cascata Šum. Riprendiamo le moto e ci dirigiamo verso Kraniska Gora, da dove parte la strada per il mitico passo Vršič, la meta più importante di oggi. È ora di pranzo: facciamo una sosta a Moistrana, dove ci riforniamo di panini e birra in un market e ci concediamo un pic nic su un prato e all’ombra (ottima idea di Nando!), a cui segue pisolino ristoratore. Per tenerci in forma e scaldare i motori imbocchiamo la strada che da Kraniska Gora ci porta al Wurzenpass e, in pochi chilometri, al confine austriaco. Ritorniamo, in coda a un gruppo di bikers tedeschi, e iniziamo la salita al Passo Vršič, 45 km dentro le montagne del Triglav per arrivare a Bovec.

La strada è piuttosto stretta ed è giustamente famosa per i 50 tornanti che mettono alla prova la qualità delle moto e l’abilità dei piloti, soprattutto se pensiamo che si arriva in velocità sotto ai tornanti e ci si trova in piena curva con sotto le ruote i cubetti di porfido (sì, i sanpietrini!). Passiamo senza fermarci davanti alla Cappella Russa, che commemora i 300 prigionieri travolti da una valanga mentre lavoravano alla strada, ma sostiamo per una foto davanti a una spettacolare catena montuosa (e tutti fotografiamo il grande viso femminile che appare scolpito su una roccia altissima). Arriviamo ai 1.610 metri del passo, dove ci aspettano un panorama straordinario, centinaia di moto e di bikers felici dopo l’ebbrezza delle scariche di adrenalina, e mezzo gregge di pecore accaldate che cerca refrigerio tra le auto o in mezzo alla strada. Una sosta al rifugio per una birra, poi affrontiamo in velocità i tornanti rimanenti che ci conducono a Trenta, e a Bovec, dove troviamo il nostro Hotel Ana e una bella doccia. Dal terrazzo, splendida vista delle Alpi Giulie e, per cena, trote dell’Isonzo fatte come si deve.

La Strada del Mangart e il Museo di Caporetto

Cielo coperto stamattina e previsioni poco incoraggianti per le prossime ore, ma partiamo lo stesso verso il passo del Predil e la strada del Mangart: una strada impervia, a pagamento, a cui Alberto, che ha programmato il nostro viaggio, tiene molto.

La affrontiamo dopo una veloce salita lungo la valle della Koritnica, un affluente dell’Isonzo, fino al Passo del Predil e alla frontiera italiana. Poi torniamo giù e, visto che il tempo regge, imbocchiamo la stretta strada che ci porterà con molti tornanti e gallerie a gomito ai 1.919 metri del rifugio sotto la vetta del monte Mangart (2.679 m). La strada è aperta al traffico dalla seconda metà di giugno fino alla prima neve autunnale. È la strada più alta della Slovenia, è lunga 12 km e la differenza di altezza dalla diramazione fino alla cima è di 980 m. È stata costruita dall’esercito italiano nel 1938 come difesa contro l’allora esercito iugoslavo nella II guerra mondiale. Furono impiegati 500 uomini, che lavoravano contemporaneamente a squadre su diversi tratti, e sembra davvero un miracolo d’ingegneria. L’asfalto è ben tenuto, ma richiede massima attenzione nella guida perché la carreggiata è molto stretta, senza protezione e con molte curve cieche. In compenso offre vedute panoramiche straordinarie e per questo è molto apprezzata da motociclisti e ciclisti.

Dopo una sosta per le foto di rito nell’ultimo parcheggio, torniamo al bivio che ci riporta al Passo del Predil, e decidiamo di fare un’incursione nel territorio italiano. Scendiamo su Sella Nevea e percorriamo la Val Raccolana, ancora una strada perfetta per una guida veloce (curve e asfalto ben tenuto) … almeno fino a quando, giunti in valle, veniamo raggiunti dalle nuvole nere e dai fulmini di un grosso temporale in arrivo. Comincia a piovere e mettiamo l’antipioggia ma, dato il cielo nero, la prudenza ci consiglia di trovare riparo dopo pochi chilometri: si scatena il temporale e facciamo appena in tempo a ripararci sotto la tettoia capiente di un night-club, ovviamente chiuso. Si scatenano tuoni e fulmini e acqua a secchiate poi, dopo un’oretta, il cielo si placa e ci rimettiamo in cammino verso Tarcento e il Passo di Tanamea, che ci riporta in Slovenia, e precisamente sulla strada che da Bovec conduce a Kobarid (Caporetto). Dopo il pranzo veloce con panino, birra e banana-split, andiamo a visitare il Museo di Caporetto.

È un museo di guerra che trasmette un chiaro messaggio contro le guerre. I “piccoli uomini” sono al centro del racconto, spinti contro la loro volontà nelle atrocità dei conflitti mondiali. I colori delle loro uniformi non li separano in buoni o cattivi ragazzi. La maggior parte dell’allestimento stabile è dedicata ai fatti avvenuti fra le montagne durante le cruente battaglie della prima guerra mondiale. Poco dopo l'inizio delle ostilità, a nord sul fronte alpino, furono occupati Cortina d'Ampezzo, il Monte Altissimo, il Coni Zugna e il Pasubio, mentre il caposaldo del Col di Lana fu attaccato senza risultato. A est fu raggiunta Monfalcone, Plava e, a metà giugno, fu conquistato il Monte Nero. Subito dopo iniziò la lunga serie di battaglie che presero il nome dal fiume Isonzo perché combattute in gran parte sulle sue rive e nelle zone circostanti. La dodicesima battaglia, che ha portato alla ritirata italiana verso il Piave (24 ottobre 1917), in seguito all’offensiva delle truppe tedesche e austroungariche, è trattata con meticolosità. È una delle più importanti battaglie nella regione montuosa di tutta la storia umana. A fronte di qualche chilometro di terreno conquistato, le perdite globali in questa porzione del fronte, assommarono a oltre 300.000 uomini: 131.000 austriaci e 173.000 italiani, tragico risultato della cosiddetta guerra di logoramento. Siamo colpiti dalla crudezza dei documenti raccolti e dalle tante fotografie che raccontano questa grande tragedia. La pioggia ci concede una tregua e ci rimettiamo in moto per raggiungere il paese di Santa Lucija (Most Na Soci), dove abbiamo l’hotel. Lungo la strada, ancora bagnata di pioggia, una volpe, aspirante suicida, si butta sotto le ruote della mia RT: non riesco a inchiodare e sento un colpo sotto il pedale del cambio (…e un brivido lungo la schiena). Gli amici che mi stavano seguendo dicono che la volpe, malconcia, è riuscita ad allontanarsi, ma io per tutta la sera ci penso e mi sento triste. Dopo la cena (grigliata di carne e verdure) in una trattoria lì vicino, facciamo due passi nel paese, ma è buio e non scopriamo nulla di interessante se non il rumoreggiare lontano di un torrente e le fioche luci su di un lago che si intravede poco lontano.

Le gole di Tolmin, ultima tappa

La nostra ultima giornata in Slovenia si presenta al mattino fresca e soleggiata. Con un sospiro di sollievo, rimettiamo nelle borse le tute antipioggia, sistemiamo i bagagli e partiamo per la vicina Tolmin, dove andremo alla scoperta delle omonime Gole.

Alla fine della strada, ci sono un parcheggio abbastanza capiente e un ristorante. La biglietteria si trova in fondo al parcheggio e all'ingresso (€ 4,00) viene data anche la mappa. Il percorso è ad anello, così si può scegliere se farlo in un verso o nell'altro, e richiede un paio d’ore. In un punto del percorso abbiamo visto la confluenza delle acque della Tolminka e della Zadlaščica. Le forre della Tolminka sono lunghe circa 200 m e larghe da 5 a 10 metri. Non c’è troppa gente e l’immersione in questo ambiente naturale è molto piacevole, complice anche la bella giornata di sole. Il sentiero si snoda tra alte pareti e i gorghi vorticosi del fiume. Ci fotografiamo sopra un oscillante ponte sospeso e cerchiamo invano di individuare, sul fondo dell’acqua azzurra, la presenza della pregiata trota marmorata. Nella parte stretta delle forre della Zadlaščica è incastrata una roccia triangolare che, per la sua forma caratteristica, viene chiamata “testa d'orso”. Ancora più in alto, a 60 m sopra la Tolminka, il fiume viene attraversato dal cosiddetto “ponte del diavolo” (nome che spesso in Slovenia indica un ponte che si erge sopra forre strette e pericolose), sul quale passa la strada Zatolmin-Zadlaz. Da lì possiamo percorrere un sentiero più agevole che ci riporta al parcheggio da cui siamo partiti.

Il nostro viaggio sta finendo. Ci dirigiamo verso Nova Gorica seguendo la strada che costeggia il fiume Soča (Isonzo). Attraversiamo Kanal e, data l’ora, ci fermiamo per mangiare qualcosa in un piacevole ristorante sulla riva, affollato di motociclisti. Ci facciamo l’ultima birra slovena e cominciamo il viaggio di ritorno che, in quattro ore, ci riporta a casa, a Parma.

 

Il viaggio ci ha pienamente soddisfatto. Pur nel poco tempo che avevamo a disposizione siamo riusciti a vedere e goderci con calma quanto avevamo previsto, e ad apprezzare tanti aspetti di questo paese così vicino a noi, e ancora non invaso dal turismo di massa. Abbiamo trovato un’ospitalità premurosa e cordiale, servizi efficienti, paesi ordinati e puliti, gente orgogliosa del proprio territorio, attenta a curare e proteggere un ambiente naturale di grande pregio, ma anche allegra e disponibile a chiacchierare e a divertirsi. Come motociclisti, ci hanno entusiasmato le strade, molto curate, e l’ambiente naturale che attraversano, che rendono il viaggiare in moto un’esperienza esaltante e nel contempo relativamente sicura. E a costi piuttosto contenuti: dormire, mangiare e fare benzina non ci è mai costato, a pari qualità, più di quanto avremmo speso in Italia. Tutt’altro!