Natale, lo spartiacque dell'inverno

Nel 1829 Giacomo Leopardi compose “Il sabato del villaggio”, una poesia che rende benissimo l’atmosfera di attesa prima di un evento: ti aspetti chissà cosa e poi l’evento in se stesso risulta sempre inferiore alle aspettative, tanto che l’irriverente complemento a detta poesia è la canzone “Il week end” degli 883 (uscita nel 1993) che parlava di fine settimana tanto attesi quanto deludenti. Questo perché noi esseri umani siamo portati a godere di più immaginando cosa succederà, piuttosto che vivendo i momenti al tempo presente; è più bello attendere un evento che assistere al suo svolgimento. Nella pubblicità del Campari lo dicono benissimo: “L’attesa del piacere è essa stessa piacere”. Lo vedo nei miei figli: se dico loro “Questa sera andiamo in pizzeria con i Tali” sono tutti eccitati, poi una volta lì mi chiedono “Quando torniamo a casa?”. Questo concetto lo vivo in tantissime cose, compreso l’inverno inteso come stagione fredda e nevosa. È la mia preferita, mi fa godere e il massimo per me è fare qualche viaggetto in moto dove mettere la tenda sulla neve. Per anni ho quindi ceduto al fascino dell’Elefantentreffen, che però si svolge nei giorni della Merla, ritenuti potenzialmente i più freddi dell’anno: ovvero l’evento clou dell’inverno. Quando io sto già vivendo l’attesa della primavera!

il fascino dell'attesa

Ho scoperto, fin da bambino, che il Natale è il sabato del villaggio dell’inverno. Dai primi freddi autunnali - le foglie che cadono, i boschi gialli, il sole che tramonta presto, la luce elettrica dei tramonti, l’aria che si fa frizzante, la voglia di rifugiarmi in posti caldi a bere un tè - fino al 25 dicembre io vivo in attesa di un grande inverno; dopo mi sembra di esserci nel pieno, nel vivo, quindi mi viene istintivo attendere con ansia la primavera, i primi caldi, le giornate che si allungano, le foglie verdi sugli alberi... Natale fa da spartiacque perché, anche se non sono credente e penso che sia una festa consumistica in cui non si diventa più buoni, di fatto sono intriso da anni ed anni di spasmodica attesa per questa festa, con tutto un corollario di eventi piacevoli e romantici, come la fine della scuola, le sciate che finivano al crepuscolo in cui non si doveva tornare a Milano perché tanto si stava in montagna in attesa del Natale, le cioccolate calde nelle tazze azzurre, l’immaginare che giocattoli pazzeschi avrei trovato sotto l’albero (altre delusioni: ancora adesso ricordo con dolore l’assenza della Saltafoss, del cavallo snodato del Big Jim e della roulotte Dinky Toys con veranda estraibile). Non è un caso che il momento più deprimente dell’anno sia il pomeriggio che segue il pranzo di Natale. Perché l’Elefantentreffen fosse perfetto, secondo questo mio modo perverso di vivere l’inverno, avrebbero dovuto farlo prima di Natale. Tutte le volte che andavo lassù, anche nelle annate più feroci, quelle dei -20 °C in tenda, una vocina malinconica mi diceva: “Sì, vabbe’, bello, grande freddo, ma tutto questo sta per finire”. In effetti tornavo a Milano e già iniziavo a percepire l’arrivo della primavera. Quando, dopo 10 Elefanti, mi sono stufato e ho deciso di rimpiazzarli coi Fintentreffen (giri su passi innevati con notti in tenda) ho deciso che andassero fatti a metà febbraio, per due motivi: permettere agli amici di andare anche all’Elefanten e sfruttare un periodo in cui la montagna è sicuramente innevata. Perché a dicembre può succedere che l’inverno sia in ritardo e che non ci sia ancora la neve.

un vero "sabato del villaggio"

Quest'anno è successo proprio così: niente neve per tutto dicembre. Lo scorso anno idem, quando ho voluto provare un raduno invernale francese, l’Authentic Millevaches, in Alvernia, la regione dei vulcani a sud di Clermont Ferrand. S’è svolto in quello che per noi italiani è il ponte dell’Immacolata e, per fortuna, là ha nevicato. Ha iniziato al venerdì, mentre viaggiavamo verso Le Puy-en-Velay e per me è stato un capolavoro, proprio perché collocato nel “sabato del villaggio” dell’inverno, quando tutto deve ancora accadere e hai il diritto di pensare che succederanno cose pazzesche. Tipo nevicate bibliche e gelate siberiane. Al momento di partire da Milano, col cielo nuvoloso che si tingeva del nero della notte, ero persino intimorito da questa sensazione di inverno imminente, mentre quando parto per il Finten, a febbraio, penso: “Dai, un’ultima smotazzata sulla neve e poi si va al mare”. Anche se non è vero, anche se in montagna i passi più alti li aprono solo a giugno. Ma è così che mi sento. E credo di sentirmici solo io: al Millevaches, quando ho provato ad esprimere il concetto del sabato del villaggio dell’inverno, i compagni mi hanno guardato come un pirla.