Raduni invernali: consigli per l'uso
Mai come quest'anno le tendate invernali andranno di moda. Molti non hanno mai fatto un viaggio in moto d'inverno, ma sono attratti da questo strano modo di andare su due ruote. Qualche consiglio non guasta mai, anche se - come vedrete - l'argomento è sconfinato...

Andare in moto d'inverno è un controsenso e ancora peggio è abbinarci le notti in tenda sulla neve. Guidare impacciati da abiti pesanti, andando piano con la paura di scivolare sul ghiaccio non è divertente ed è pericoloso. E il freddo passa lo stesso. Arrivi alla meta e non c'è una doccia calda ad aspettarti, ma una tenda da montare. Dormire in tenda sotto lo zero è impegnativo, soprattutto quando ti svegli alle tre di notte perché hai sbagliato attrezzatura e stai morendo di freddo, ma è tosta anche al mattino, quando devi uscire dal sacco a pelo e vestirti. Eppure molti amano farlo, me compreso, senza essere in grado di dare spiegazioni razionali. Quando mi trovo su una moto in mezzo alla neve sono felice, tutto qui. Uso la prima persona perché in questo articolo metterò molta della mia esperienza, a titolo di esempio. Inevitabilmente ripeterò qualcosa di questo articolo: http://www.motociclismo.it/elefantentreffen-quella-passione-cosi-difficile-da-spiegare-moto-57608, che scrissi un anno fa sull'Elefantentreffen. Ma qui sarò più tecnico, là è un racconto di viaggio.

MA PERCHÉ SUCCEDE?

Quando avevo 14 anni, nel 1980, scoprii l'Elefantentreffen leggendo Motociclismo, su un articolo di Marco Valmori e mi venne la smania di fare una cosa simile. Vedevo le foto delle tende sotto la neve e desideravo essere lì. La smania aumentò quando lo stesso Valmori, nel primo numero di Mototurismo, pubblicò un suo Elefantentreffen con andata via Maloja ed Engadina e ritorno via Tauri, Falzarego e Pordoi. Guardavo incantato le foto di un Testi Militar che scalava il Maloja innevato equipaggiato con tanto di sci, o quella di un Aprilia Tuareg 50 sulla strada anch'essa innevata del Pordoi e pensavo: “Anche io voglio fare queste cose”. A 17 anni ho comprato, finalmente, una 125 e ci sono andato a fare il Passo Bernina d'inverno, perché si trattava del più alto passo aperto d'inverno sulle Alpi. Ero inesperto ed equipaggiato malissimo, così sono morto di freddo. Scoprii che il freddo in moto è tra i più bastardi che si possano patire: sei esposto al vento della corsa e accumuli un freddo che ti entra nelle ossa e non va più via. Sul Bernina, a -7°, resistevo bene per via del pathos di essere lassù, in mezzo alla neve. A St. Moritz faceva più caldo (-1°) ma il freddo mi aveva ormai “invaso”. E lungo il lago di Como, tornando a casa, con +7°, tremavo come una foglia e non capivo perché. Una volta a Milano mi misi a letto sotto un mare di coperte, ma ebbi freddo per tutta la notte. In casi come questi, le persone hanno due tipi di reazioni: o dicono “Ho fatto una cavolata, non ci cascherò mai più” oppure hanno voglia di rifare quella esperienza, senza spiegazioni razionali.

MALATI, RAZIONALI E TACCHE SUL FUCILE

Io non vedevo l'ora di rifare una cosa simile. Avevo capito che dovevo equipaggiarmi meglio e fare più soste sfruttando il calduccio dei bar. Infatti la volta successiva andò meglio e iniziai a sognare di andarci veramente, all'Elefantentreffen (ma ero giovane, vivevo in famiglia e facevo i passi invernali di nascosto dai genitori: spingermi fino in Germania dicendo che andavo in biblioteca a studiare era un po' troppo). Questo raduno ha “creato” una terza tipologia di persona: tra i malati d'inverno e quelli che non ci trovano alcun fascino s'è aggiunta la categoria di quelli che non sono attratti dall'inverno, ma che vogliono fare l'Elefantentreffen almeno una volta nella vita, come se fosse una tacca sul fucile. Nato nel 1956, l'Elefanten ha superato i confini che lo relegavano ad esperienza estrema per malati d'inverno ed è diventato un fenomeno di massa, con migliaia di partecipanti. Oggi chiunque compri una moto sa cosa sono la MotoGP, la Dakar, il Passo Stelvio e l'Elefantentreffen: sono quelle cose di cui prima o poi sentirà parlare, volente o nolente. Così, questa terza tipologia smania per fare l'Elefanten, ma non i viaggi invernali, o altri raduni tipo l'Octopus, il Redebus, il Tauern, l'Altes Elefantentreffen, i due Millevaches, il Krystal, il Pinguinos e tutti gli altri. Per quanto siano belli e affascinanti, nulla possono contro il carisma dell'Elefanten. Una volta fatto il mitico raduno tedesco, magari dormendo in albergo, i “terza tipologia” torneranno a mettere la moto in garage durante i mesi invernali.

AGNELLO, QUELLO CHE PIACE

La stranezza dell'inverno 2015 è che Moto Raid Experience, nel momento in cui ha lanciato la sua seconda edizione dell'Agnellotreffen, ha avuto un riscontro sconosciuto a tutti gli altri raduni invernali alternativi, non tanto come numero di partecipanti, ma come interesse da parte di persone alle quali non è mai fregato nulla dei raduni invernali, Elefanten compreso. Evidentemente, alla Moto Raid Experience sanno fare comunicazione meglio degli altri, ma pensiamo che tale successo sia dovuto anche all'introduzione delle tendate nel mondo dei motoraduni. Nella redazione di Motociclismo non siamo mai stati amanti dei motoraduni classici, quelli dove ci si ritrova in qualche paese, non importa se bello o se brutto, perché lo scopo è fare cose tutti insieme: gara di burn out, Miss Maglietta Bagnata, concorso per la moto più bella, tiro alla fune, motofiaccolata, concerto rock, ecc. L'Elefanten ovviamente è una cosa diversa: la tendata è la meta estrema dove si riuniscono quelli che sono riusciti ad attraversare le Alpi e la Germania in moto in pieno inverno.

Molti anni fa, quando Paola Verani ed io lavoravamo alla rivista Tutto Mountain Bike, Paola ideò il Funky Day che, nell'idea originale, avrebbe dovuto essere la lunga scalata di un passo sterrato, dove poi montare le tende. Zero programmi, solo un posto bellissimo in mezzo alla natura, dove tendare e chiacchierare sereni. Ma in bici era un programma troppo tosto, anche perché io proponevo il Col du Sommeiller, a quota 2.991 m. Il Funky Day venne così sviluppato in maniera molto più blanda e organizzata, ma in testa c'è rimasta la voglia del raduno ruspante per sole tende in un posto isolato. Così, quando Paola ha ideato Motociclismo All Travellers, s'è subito visto che stavamo facendo presa su un pubblico che avrebbe apprezzato la formula sterrata + posto isolato + tende. Pensavamo che in giro non ci fosse nulla di simile, invece abbiamo scoperto, proprio tramite All Travellers, che Lupo Fifì queste cose le faceva da almeno un anno. Ma prima c'erano queste tendate di massa? Ci pare di no. Invece c'è un bel numero di motociclisti ai quali piace partecipare a questi eventi, studiare un bel percorso per arrivare, godersi il panorama dalla propria tendina, fare amicizia. Al punto di voler fare questo tipo di esperienza anche in pieno inverno. L'Agnellotreffen è raggiungibile da noi italiani con un viaggio molto più breve rispetto a quello dell'Elefanten. Anche Lupo Fifì ha organizztoa un evento invernale, sui Monti Martani in Umbria, il 14/15 febbraio. La nostra Tendata Invernale del 21/22 febbraio è più estrema, dato che si svolge a 2.150 m di altezza, nel mezzo delle Dolomiti, sul passo Valparola. 

Stiamo perciò constatando che parecchia gente è intenzionata ad affrontare questi tre raduni, senza avere alcuna esperienza di viaggi invernali. Così vorremmo dare qualche consiglio, analizzando la questione punto per punto. Ovviamente chi ha già esperienza di Elefanti o giri invernali sa già cosa deve fare e non ha bisogno di leggere quanto sotto.

LE TEMPERATURE

Innanzitutto, sfatiamo un mito: non nevica solo a zero gradi. “Fa troppo freddo per nevicare”, quante volte si sente dire questa frase? Può nevicare anche sotto ai meno 10... e mentre sei in moto. Ma non è matematico che se un raduno si svolge sulle Alpi o sugli Appennini in pieno inverno farà un freddo cane. Dipende dalle perturbazioni. Chi va a sciare e chi ha fatto un po' di Elefanten lo sa. Prendiamo proprio l'Elefanten: nel 2002 soffiò il phon e le temperature andarono dai +4 °C della notte ai +19° del sabato a pranzo. Durante il viaggio di ritorno sembrava di essere a Pasqua, con una punta di +22° a Vaduz. Nel 2005, invece, abbiamo avuto una minima di -22° durante la notte e una massima di -12° durante il giorno. Tornammo attraverso i Tauri e il termometro non fece che oscillare tra i -15° e i -12° fino a Cortina, dove la temperatura salì a -9°, per poi tornare a -14° sul Pordoi. Idem sulle Alpi: abbiamo già fatto una tendata sul Valparola, nel febbraio 2012 (era il terzo Fintentreffen, che mi sono inventato dopo dieci Elefantentreffen) e la minima fu di appena -2°, mentre quando siamo andati a fare la ricognizione, il 29 dicembre scorso, la minima è stata di -17° perché eravamo nel pieno di una perturbazione artica. Sulle Alpi può fare freddissimo non solo a dicembre e gennaio, ma da novembre a marzo. Abbiamo fatto una tendata, sempre nel febbraio 2012, a Marcesina, dove nel marzo 2005 la temperatura scese a -32°: ma noi abbiamo dovuto “accontentarci” solo di -7°. Insomma, è una roulette russa. Mentre scriviamo (primi gennaio 2015) sappiamo solo che in questi giorni le minime a Chianale (Agnellotreffen) sono sui -13° e sul Valparola sui -17°.

FREDDO E PSICOLOGIA

Il corpo umano reagisce in maniera molto diversa a seconda di quello che gli dice la testa. Se ti rendi conto che sei in una situazione eccezionale resisti molto meglio. Nel 1998 attraversammo l'Engadina all'alba. Per 60 km il termometro non scese mai sotto i -20°, con una minima di -24° alle porte di St Moritz. C'era la nebbia e ovunque vedevamo alberi, case, pali, cartelli, guard rail avvolti nel ghiaccio. Era uno spettacolo incredibile ed eravamo consci di essere in una situazione estrema per cui, pur patendo il freddo, accettammo la cosa come una situazione comprensibile e, quindi, psicologicamente la reggemmo benissimo. L'anno successivo, con lo stesso equipaggiamento, costeggiammo il fiume Inn, tra Innsbruck e Kufstein, con “appena” -1° e ricordo che morivo di freddo. Non so se era colpa dell'umidità del fiume, ma il constatare che io stessi patendo il freddo con soltanto un grado sotto lo zero minava la mia sicurezza psicologica, facendomi soffrire più del dovuto. A parità di freddo percepito, lo sopporti meglio se sai che manca poco a casa. Se manca tanto, fai delle proiezioni in cui ti immagini che andrai sempre peggio e questa cosa ti rende più debole. Passi il tempo a fare previsioni su quanto soffrirai qua e quanto recupererai calore e morale là, stupendoti ogni volta su come le cose non vadano come ci si aspetta. All'Elefantentreffen del 2007 avevamo fatto l'Engadina sotto la neve, con -12° e a Monaco c'eravamo arrivati col buio e con -7°. Il mio amico Baypiss tremava come una foglia. Gli dissi che mancavano ancora 200 km a Loh e gli venne quasi voglia di lasciare perdere. Ripartimmo e facemmo benzina a Landshut, a circa 120 km dal raduno. Vedendo che continuava a tremare, da sadico gli domandai: “Quanta voglia hai di montare la tenda e dormirci dentro, adesso?”. Lui mi guardò con odio: “Ma allora sei proprio stronzo. In questo momento mi pare impossibile poter dormire dentro una tenda”. 120 km più tardi scollinammo la collina di Solla e, sotto di noi, comparve nel buio la magica visione delle migliaia di fuochi, delle tende, della gente che gira in moto sulla neve che emoziona ogni volta che uno arriva all'Elefanten. Era mezzanotte e Carlo non sentiva più freddo, trovava naturale montare la tenda e passarci la notte, preso dal pathos di questo raduno unico al mondo.

IL SALE E ALTRI NEMICI

Le moto sono meno adatte delle auto ad affrontare i rigori invernali. Molti impianti elettrici vanno in crisi in presenza di basse temperature e umidità: ci sono bobine di scarsa qualità anche su moto costose, o guaine in gomma di fili elettrici che stanno invecchiando ed hanno piccole crepe. In casi come questo la moto smette di funzionare e riparte solo dopo ore, quando si asciuga. Nel mio giro questo problema colpiva soprattutto le Yamaha monocilindriche di 350 e 600 cc (ma non la XT500), a livelli tali che, nel 1999, dovemmo abbandonare un TT350 a Loh e poi tornare a prenderlo in auto (1.500 km, andata e ritorno, se si vive a Milano: pensate da Palermo...) la settimana dopo; e lo stesso successe nel 2003, con una XT600 terza serie. A me è successo ben tre volte con la Suzuki DR350S, una con la Suzuki DR-Z400 (ma il problema era acqua in uno dei getti del carburatore) e mai con la Honda Africa Twin, alla quale l'inverno sembra fare un baffo (parte al volo anche a -20°). Un anno fa parlammo, su Motociclismo, di Raffaele Marselli (detto Gafi Araraf) che rimase a piedi, per questo motivo, subito dopo essere partito per l'Elefanten. Esistono spray protettivi per l'impianto elettrico, ma non si sa mai da dove arrivi il problema. Su due Yamaha TT600R, ad esempio, risolvemmo la cosa mettendo pasta rossa dentro la bobina.

Al mattino, sotto lo zero, facciamo le gare di avviamento. Ho visto una Honda XR400R e una Yamaha XT600Z Ténéré partire a pedale, al primissimo colpo, dopo notti a -25° (a Livigno, Fintentreffen 2010) e a -18° (Elefantentreffen 2003). All'Elefanten c'è una Range Rover catenata che gira per l'accampamento con il baule aperto e i cavi per riavviare le moto che penzolano al di fuori, come tentacoli: le moto che fanno più fatica a ripartire dopo le notti polari sono le vecchie BMW boxer a 2 valvole. Il sale, che viene sparso sulle strade quando nevica, corrode molto più le moto che le auto. Ero fiero dei cerchi color oro della mia Africona, ma adesso sono delle schifezze grigie piene di ruggine. Chi vuole bene alla propria moto, a livello fanatico, è meglio che non la usi d'inverno. Anche l'abbigliamento soffre. La vostra bella giacca in Cordura e Gore-Tex non solo diventerà grigiastra per il sale che la ricopre, ma puzzerà anche di affumicato, se alla tendata passerete un po' di tempo accanto al fuoco.

LA TESTA

In questo caso mi sento fuoriluogo: io i viaggi invernali li faccio col casco jet (posso scattare le foto senza levare il casco) e senza sottocasco, a meno che non faccia davvero freddo. Ma è una cosa soggettiva. Molti motociclisti mettono il sottocasco anche in piena estate. La soluzione più calda è usare il casco Babus della Strongwind, che è dotato di riscaldamento interno, di ventole antiappannanti e di visiera con tergicristallo. No, sto scherzando, non esiste nessun casco così (ma io lo comprerei subito) e non esiste nessuna Strongwind. La soluzione più calda è indossare sia il casco integrale, sia un sottocasco in seta o in pile, di quelli che hanno un bavaglio in windstopper, che scende fino al petto e che va tenuto fuori dalla giacca. In questo modo non solo tieni al caldo la testa e la faccia, ma blocchi anche gli spifferi e la pioggia che entrano nel collo. Esistono anche bavagli senza sottocasco e tubi elasticizzati. Anni fa andava di moda la goletta da casco, ma era laboriosa da sistemare perché se non facevi le cose per bene faceva entrare più aria gelida nel collo di quella che teneva fuori... C'è anche una soluzione più estrema: usare come sottocasco un passamontagna da alpinismo, ma è anche molto cara perché richiede di acquistare un casco più grande di quello che si usa di solito. Ho amici che viaggiano d'inverno, anche su asfalto, con i caschi da fuoristrada e la maschera al posto della visiera, ma non so come facciano. A parte il freddo in faccia, che come ho detto è soggettivo, la maschera limita la visuale ai lati e si appanna facilmente. Comunque loro si trovano bene. Un enorme problema del motototurismo invernale, in effetti, è l'appannamento. Molti caschi hanno, di serie, una visiera dichiarata antiappannante, ma sotto i +10° non è molto efficace. Sul mercato si trovano delle visiere supplementari che vanno piazzate all'interno della principale. Quella della Fog City è adesiva e si appanna solamente sotto i -15°, per cui è favolosa. Ma si rovina facilmente, non permette una visione nitidissima e il suo adesivo è potentissimo, per cui appena finisce l'inverno non si vede l'ora di farne a meno: ma è dura staccarla e poi lascia il segno. L'ideale sarebbe avere due visiere, delle quali una invernale da tenere con la Fog City perennemente attaccata. Sempre che si riesca a non rigarla. Se siete abituati a pulire la visiera del casco con le salviettine umidificate, non usatele sulla visiera antiappannante, perché diventa opaca e dovete buttarla via. Altrimenti ci sono le supplementari che non si fissano con l'adesivo, ma con i pin lock, delle minuscole viti che agiscono su fori praticati nella visiera. Con i pin lock puoi mettere e togliere l'antiappannante quando vuoi, ma è facile che si crei un piccolo gioco che favorisce l'appannamento proprio tra le due superfici, peggiorando la situazione. Chi indossa lenti a contatto corre il rischio che prima si appannino e poi si congelino: meglio usare gli occhiali da vista. Poi c'è il problema che, quando piove o nevica, specie di notte, è difficilissimo vedere, per un motivo banale quanto serio: a differenza delle auto, i caschi non hanno il tergicristallo. Si finisce così per viaggiare con la visiera alzata, schiaffeggiati da acqua e neve. Siamo nel 2015, in molte cose abbiamo una tecnologia elevatissima, ma ancora nessuno ha pensato di risolvere il problema di viaggiare in moto di notte col cattivo tempo, se non consigliando di stare fermi. Ma spesso non si hanno alternative, anche perché d'inverno fa buio già alle 17. Sugli spray antiappannanti, da spruzzare sulla visiera, non so cosa dire: l'unico che ho usato non funzionò e non ho mai riprovato. Ma è successo tanti anni fa, magari adesso fanno prodotti migliori.

IL COLLO

È il punto dal quale entrano spifferi d'aria gelida, per cui va protetto. Paradossalmente, però, si rischia di proteggerlo troppo perché quasi ogni capo invernale prevede un bel colletto che si chiude intorno al collo. Ce l'ha la maglia intima a maniche lunghe, ce l'ha il pile, ce l'ha la giacca di piumino, ce l'ha l'interno termico, ce l'ha la giacca da moto. Chiudere tutti quanti uno sopra l'altro è impossibile, per cui ci si ritrova mezzi strozzati con il bottone della giacca che non si chiude. L'ideale sarebbe avere solo due colletti: quello della giacca e quello della pettorina, intendendo per essa l'erede del foglio di giornale che si metteva negli Anni 50 dentro la giacca per proteggere il busto e della quale parlo nel capitoletto successivo.

IL BUSTO

Negli Anni 80, quando decisi di farmi un equipaggiamento serio per affrontare il freddo in moto, andavano di moda delle terribili tute intere, quasi di plastica, imbottite di ovatta. Non facevano passare una goccia d'acqua, ma non traspiravano. Il top erano le Rukka e le Thermo Boy, queste ultime spesse qualche centimetro. Al di sotto, sulla pelle, mettevo normali magliette di cotone che, se si inzuppavano di sudore, non asciugavano più. La lana non la sopportavo, pizzicava. Nei viaggi invernali era, ed è, facilissimo sudare: questo perché ti imbottisci come un pazzo per resistere al freddo, ma ci sono momenti in cui non lo fa, ad esempio se tra un passo e l'altro scendi di quota e attraversi una città trafficata (come a Briançon, tra il Monginevro e il Lautaret, entrambi aperti d'inverno). All'epoca usavo solo moto con l'avviamento a pedale che, col freddo, richiedevano diverse scalciate. Farlo con la tuta imbottita non traspirante e la maglia di cotone sulla pelle significava sudare e restare bagnati per tutto il giorno. Mio fratello allora tentò la via del Belstaff incerato, che durante l'inverno '99 usò prima in un viaggio in Tunisia, dove il tessuto si impregnò di sabbia rossa, poi all'Elefantentreffen, dove alla sabbia si aggiunse il sale. Quella giacca diventò una schifezza... o un oggetto di culto, a seconda del punto di vista!

Oggi le cose sono totalmente diverse. Si preferisce una tenuta all'acqua non perfetta a favore di una certa traspirazione, perché ci si bagna di più sudando che andando sotto la pioggia. Si sfrutta il concetto della cipolla: tanti strati sottili al posto di uno spesso. Con tanti strati si creano sottili microcamere di calore e inoltre è possibile adeguarsi alle varie situazioni, aggiungendo e togliendo. Una volta partire da Milano con +5° e la Thermo Boy significava iniziare a sudare subito, per poi arrivare sui passi alpini già bagnati.

Sulla pelle conviene senz'altro indossare le maglie intime concepite per buttare fuori il sudore, senza bagnare chi le indossa. Ce ne sono di varie marche e alcune fanno puzzare le ascelle che è un piacere, ma meglio puzzare che stare fradici. Questi tessuti sintetici rappresentano una vera rivoluzione, che ha cambiato in meglio la vita di chi è soggetto a sudare in climi invernali. Ci sono quelle a maniche lunghe, da abbinare a una calzamaglia altrettanto valida. Pile e windstopper rappresentano i migliori strati intermedi, poi c'è la giacca, che dev'essere del tipo a triplo strato: quello esterno per proteggere, quello mediano impermeabile e traspirante (Gore-Tex, H2 Out, Drystar, ecc.) e quello interno termico. Alcune sono dette a doppio strato perché hanno la parte impermeabile laminata insieme al tessuto esterno, quindi non separabile durante l'estate. Un modo molto usato per potenziare la tenuta termica sta nel mettersi una giacca di piumino d'oca subito sotto lo strato termico. Il piumino è caldissimo, ma perde efficacia se viene compresso, ovvero se si riduce la quantità d'aria tra una piuma e l'altra: come quando viene messo sotto la giacca, purtroppo. Tiene caldo, ma meno di quello che potrebbe fare. Ci sono Case che si stanno specializzando nella realizzazione di imbottiture termiche sintetiche. La milanese Thermore, ad esempio, produce diversi strati imbottiti per giacche, alcuni compatti (che non perdono le loro caratteristiche se compressi) e altri che imitano in toto il piumino d'oca... ma lasciando in pace le povere oche.

Gli scaldini chimici rilasciano calore per sei od otto ore. I migliori sono quelli con una parte adesiva, da fissare alla pancia, al petto, alle braccia. Ci sono anche pancere con tasche fatte apposta per loro. Se non usati, nel giro di qualche mese invecchiano: diventano duri, si crepano, non funzionano. I fanatici di viaggi invernali, che ne fanno almeno un paio l'anno, comprano una giacca solo per questo utilizzo e la prendono di qualche misura più grande della propria taglia, per imbottirla a dovere. Molto efficace è la pettorina, quella che imita la carta di giornale e di cui parlavamo nel capitoletto precedente: è un sottile strato antivento, imbottito, che si fissa intorno al collo e intorno alla vita e che costituisce una bella barriera contro gli spifferi.

Ah, se d'estate è sconsigliabile partire con addosso lo strato termico e quello impermeabile, per non fare la sauna (ma col difetto di doversi togliere la giacca in caso di pioggia), d'inverno tanto vale averli subito addosso: tanto fa freddo!

L'ELETTRICO

L'abbigliamento riscaldato elettricamente ha i limiti di una cosa che può rompersi, ma quando lo provi è dura farne a meno. Si tratta di gilet, o giubbotti, attraversati da resistenze elettriche, o con piastre in carbonio piazzate nei punti strategici. Non tengono un caldo pazzesco, ma non senti i classici brividini che rappresentano la prima breccia del freddo e sono poi seguiti dai tremori e dal desiderio di una doccia calda. Con l'elettrico la vita cambia. Alcuni hanno dei cavi da collegare alla batteria della moto: finché tutto va bene sono il massimo della vita. Se scendi dimenticandoti di averli attaccati, si staccano loro, senza strapparsi. Ma non sono eterni: qualsiasi cavo elettrico prima o poi s'interrompe, specie se conduce una vita rude. La mia Suzuki DR-Z400, con alternatore da 180 Watt, è andata bene per anni, finché nel 2013 ha deciso che non sopporta più i 50 Watt del mio giubbotto (da aggiungere ai 70 Watt del faro anteriore da notturne e dai pochi Watt di Gps e altre luci). E non si capisce perché. L'alternativa è alimentare i capi con batterie esterne, da tenere in apposite tasche: sono fantastici perché puoi riscaldarti elettricamente anche una volta sceso dalla moto (alle tendate si sta quasi sempre all'aperto) e persino dentro il sacco a pelo! Ma le batterie costano sui 100 euro e durano poche ore, per cui andrebbe investita una spesa notevole per acquistarne sei o sette... Nella scelta tra gilet e giubbotto va tenuto conto che, col gilet, le braccia stanno al freddo. L'elettrico non prende piede perché i motociclisti sono diffidenti: alcuni non vogliono dipendere da cose elettriche, complicate e delicate; altri hanno un'etica che vuole che l'inverno vada affrontato senza aiuti di questo tipo, soffrendo da veri uomini. Un po' come se gli automobilisti rifiutassero il riscaldamento e l'aria condizionata.

LE GAMBE

Su Motociclismo.it abbiamo fatto un sondaggio: qual è la parte del corpo che soffre di più il freddo in moto? Le risposte hanno indicato le mani e i piedi (e fin qui siamo d'accordo)... e le gambe, probabilmente perché la maggior parte delle persone usa la moto per andare al lavoro, indossando la giacca da moto e i pantaloni da ufficio senza particolari accorgimenti contro il freddo. In quel caso ci sta che le gambe soffrano. Ma, se le si copre come si deve (tre o quattro strati), le gambe soffriranno meno del busto, visto che non ci sono stomaci, polmoni, intestini ed altri “componenti” che devono stare assolutamente al caldo, ma solo ossa e muscoli, che hanno un grado di resistenza superiore (pensate ai boy-scout in calzoncini in pieno inverno!). Quattro strati significa uno di calzamaglia termica (sempre in quei tessuti tecnici che allontanano il sudore dalla pelle) e tre di pantalone tecnico, quindi con uno strato termico, uno impermeabile e uno esterno in Cordura. Come dicevamo per la giacca, conviene partire con lo strato impermeabile già installato, tanto fa freddo. Così conciati sarà veramente dura soffrire il freddo alle gambe... ed esistono pure le calzamaglie riscaldate elettricamente. Il pantalone può avere le bretelle, oppure può non averle ma avere una cerniera che lo collega alla giacca, operazione scomoda da fare senza un aiuto. Entrambe le soluzioni evitano che il pantalone cali, facendo entrare spifferi nella schiena.

Il grosso difetto dei quattro strati è che si è impacciati e, inoltre, se si va a mangiare al coperto non è facile liberarsi di tutto quello spessore. La giacca te la levi in un attimo, ma per le gambe cosa fai, pranzi in mutande? Io opto per una soluzione che adoro, ma che a molti fa storcere il naso: la coperta paragambe. Oggi è considerato un tipico accessorio da scooter e molti motociclisti lo rifiutano con orrore, ma per me non è così: durante un viaggio a Parigi, a Capodanno 1984, vidi che tanta gente usava maxi moto con questa coperta sulle gambe, con uno strato impermeabile all'esterno e caldo pelo all'interno. Per me era il simbolo dei motard invernali. Ha enormi vantaggi: tiene le gambe calde anche coi pantaloni da ufficio e protegge dalle piogge leggere senza mettere i pantaloni antiacqua. Protegge anche i piedi dal freddo e dalla pioggia (ma non in caso di serbatoi enormi: sulla mia Africa Twin i piedi stanno allo scoperto!). Molti la rifiutano per motivi estetici od etici (i veri uomini soffrono ma non si piegano) ed altri perché temono che la guida ne risulti impacciata, o che la coperta sbatta viaggiando in autostrada. In realtà si guida benissimo. La sensazione è quella di ficcarsi dentro un caldissimo sacco a pelo. Da quando uso la coperta (1995) non ho mai avuto freddo alle gambe; al lavoro ci vado coi jeans, mentre se viaggio metto calzamaglia, strato impermeabile e pantaloni in Cordura, lasciando quindi a casa lo strato termico del pantalone. Anzi, al recente Millevaches, dove abbiamo viaggiato con minime di -2 °C, quindi niente di drammatico, non ho usato neanche la calzamaglia.

I PIEDI

Non esiste uno stivale specifico per i viaggi invernali. Ci arrivava vicino lo Styl Martin Viper SC, concepito per le motoslitte e per il fuoristrada invernale: sembrava in tutto e per tutto uno stivale da cross, ma veniva dato buono per un uso fino a -25 °C. Aveva però tre difetti: nonostante il dichiarato non era assolutamente impermeabile, non era caldo come prometteva... ed è uscito di produzione. Per fare fuoristrada d'inverno era perfetto, per viaggiare col freddo e il cattivo tempo no. La soluzione più classica è lo stivale da turismo (on-off è meglio per camminare sulla neve), con la membrana impermeabile e traspirante, di una misura più grande del nostro piede, per poterlo imbottire con calze belle spesse. Non è la soluzione più calda se la temperatura scende sotto i -10°, come può accadere verso i 2.000 m durante una perturbazione di origine artica come quella dello scorso dicembre. Allora arrivano in aiuto gli scaldini chimici, le calze o le solette riscaldate elettricamente e anche le coperte per le gambe che scendono fin sotto i piedi. Io utilizzo una soluzione più estrema: scarpe da tundra artica, dichiarate fino a -40 °C. Hanno la suola in gomma, la tomaia in pelle (che va ingrassata) e sono imbottite per bene. Sono molto comode, permettono di cambiare marcia senza problemi, sono realmente impermeabili e consentono di stare per ore sulla neve senza sentire freddo. Hanno i loro difetti: non hanno le protezioni delle calzature da moto, non traspirano e, se il piede si scalda (basta mangiare al coperto), suda bagnando le calze (infatti io le cambio spesso). Le mie scarpe sono le Big Bear della canadese Sorel: le ho trovate in Svizzera nel 2001 e le ho pagate la bellezza dell'equivalente di 360.000 lire; i miei amici erano molto tentati dal prenderle anche loro, ma poi in Italia vennero importate le Sorel Caribou, che costavano “appena” 150.000 lire. Le hanno prese tre di loro e hanno scoperto perché costavano la metà: non sono calde quanto le Big Bear (che non sono più in produzione). La stranezza è che oggi le Caribou costano 150 euro (e ci sta che in 14 anni siano raddoppiate) mentre il top di gamma di Sorel, le Glacier XT da -40°... costano 160 euro. Anche le Kamik sono canadesi: costano poco e funzionano alla grande. Le usa infatti Paola Verani, che ha sempre freddo, ma mai con le sue Kamik. Il modello Habitant è dichiarato per -40° e si trova su internet a 100/120 euro. Il Kamik Fargo, che andrebbe acquistato solo per il nome (nel caso foste esaltati dai paesaggi in cui sono ambientati il film e la serie tv), dichiara anch'esso -40° e su internet si trova ad appena 65 euro...

Al recente Millevaches sono partito con degli stivali da entro-fuoristrada (e calze invernali), i TCK Infinity, ma con le Sorel nel bagaglio, pronte a entrare in azione. Ma, tra la coperta per le gambe e gli “appena” -2°, non c'è stato bisogno di usare quelle da tundra.

LE MANI

Forse sono il punto più vulnerabile al freddo. Non esistono dei guanti invernali che ti permettano di andare all'Elefantentreffen mantenendo le mani sempre belle calde, per lo meno se ci si riferisce alla tenuta del motociclista medio, perché esistono differenze notevoli tra persona e persona. Conosciamo tanta gente che soffre il freddo alle mani persino in città, con guanti seri e temperature a cavallo dello zero, ma anche chi guida a mani nude, sia pure per brevi tragitti, mentre minaccia neve. Per fortuna esistono tanti aiuti. Le manopole riscaldate tengono caldo il palmo e la parte interna delle dita, ma non la parte esterna. Le moffole da mettere intorno alle manopole tengono calde le mani, ma molto meno di quello che si pensi. In città sono formidabili, fuori no. Fino a un certo livello di pioggia tengono anche la mano asciutta, ma se ci fai 200 km di autostrada a -7° il freddo lo senti, eccome. Inoltre sono scomodissime, perché guidando non si fa altro che aprire e chiudere la visiera e ogni volta bisogna centrare il buco della moffola. I guanti riscaldati elettricamente funzionano bene soprattutto se abbinati alle moffole (così da non venire investiti dal vento gelido della corsa) e se collegati alla batteria via cavo (12 Volt) e non alla batteria indipendente (7,4 Volt). Utilissimi anche i sottoguanti in seta, in Windstopper o in thermolactil, ma non devono essere troppo compressi, sennò perdono efficacia. La mano deve stare comoda. Se il guanto è troppo grande ci sarà troppa roba tra mano e manopola e darà fastidio; se il guanto è troppo piccolo la mano sarà compressa e resisterà meno al freddo, oltre che stare scomoda.

LA PIOGGIA

Le giacche a triplo strato vengono dichiarate impermeabili e per i costruttori bastano e avanzano contro le peggiori piogge, ma non è così. Se ti becchi un diluvio universale come si deve, anche per un paio d'ore di fila, è dura che non passi nulla; ed anche d'inverno può piovere in maniera devastante, specie nei trasferimenti a bassa quota. Inoltre avere lo strato antiacqua all'interno fa sì che lo strato esterno, solitamente in Cordura, si inzuppi d'acqua, rendendo la giacca pesante e sgocciolante. Pensate che bello mettere la giacca dentro la tenda tutta bagnata! Preferite lasciarla fuori? Bene, con tutta quell'acqua che la inzuppa diventerà una bella statua di ghiaccio (m'è successo più volte, quando dentro la tenda eravamo troppo stretti e mettevamo le giacche fuori). Per cui noi preferiamo potenziare tali capi d'abbigliamento. Il massimo è prendere una giacca che abbia la parte impermeabile laminata insieme allo strato esterno, quindi mettere all'interno la parte impermeabile separabile di una giacca a triplo strato e poi, all'esterno, una giacca antipioggia non imbottita ma traspirante. Si avranno così tre strati contro l'acqua e si eviterà di inzuppare la “giacca portante”. Idem per le gambe: oltre allo strato interno, il massimo sarebbe avere un pantalone con l'antipioggia laminato nella Cordura e poi un antipioggia esterno non imbottito. I sottocaschi con bavaglio rappresentano un'efficace protezione del collo. I guanti si bagnano, se si continua a metterli e toglierli sotto la pioggia: è come se la mano bagnata chiamasse l'acqua dall'esterno.

TANTI TIPI DI NEVE

Vado in moto sulla neve dal 1984 e ho visto situazioni di aderenza di tutti i tipi, ma la peggiore della mia vita non è stata in Germania o in Francia, né sulle Alpi e neanche sugli Appennini, ma in centro a Milano, nel dicembre del 2001. Iniziò a nevicare nel pomeriggio e la sera uscii per andare a cena con amici. Dovevo attraversare la città passando per il centro e scoprii che stava nevicando con 3 gradi sotto lo zero e un vento fortissimo. Questa combinazione fece sì che la neve, che attecchiva subito, diventava ghiaccio vivo appena un'auto la calpestava. Mai guidato in una situazione simile. Vedevo ovunque scooter sdraiati per terra ed auto che finivano sui marciapiedi, senza controllo. L'unico modo per avere aderenza era andare in neve fresca: parchi cittadini, binari del tram dove ci sono le traversine di legno, ma era possibile solo per brevi tratti. Avere l'enduro con le gomme tassellate non serviva a niente, ma era difficilissimo anche camminare a piedi, perché il problema si presentava anche laddove la gente calpestava la neve. Riuscii ad arrivare alla meta e poi a tornare a casa, ma non ad evitare una caduta, per fortuna in un momento in cui non c'erano auto dietro di me. In nessun Elefantentreffen m'è mai capitato di trovare strade così pericolose. In generale, la migliore neve è quella fresca, se si possiede un'enduro tassellata. Che sia una sterrata, un'asfaltata o un campo di terra guidare sulla neve fresca, fino a circa 30 cm di altezza, è una libidine pazzesca. Con le moto da strada un minimo di trazione di riesce a trovare. La situazione peggiore, invece, è la neve pressata dalle auto, sia perché le auto fanno uscire l'aria e la consistenza vira verso il ghiaccio, sia perché si formano tante canalette dal fondo irregolare, con scanalature longitudinali, in cui la ruota anteriore può scivolare come nel binario di un tram e perdere aderenza. Nel 1999 abbiamo provato a salire, nella stessa giornata, sia a Montespluga, sia a Motta di Madesimo: due salite lombarde molto vicine ed entrambe innevate. Con le Michelin T63, tassellate dure poco adatte a fango e neve, si saliva bene verso Montespluga, ma non verso Motta: il clima e la temperatura erano gli stessi, le due salite distavano pochi km una dall'altra, ma su una si saliva e sull'altra no. Avevano nevi con consistenze diverse. Quest'anno, lungo la strada del raduno Millevaches in Francia, siamo stati colti da una bella nevicata di notte, ma non c'era traffico e la neve era più fresca che pressata, per cui si viaggiava benissimo senza catene. Nel 2013 a Campaegli, in Lazio, prima ha piovuto, poi ha nevicato e la strada s'è ricoperta di uno zoccolo di neve bagnata, quindi la temperatura è scesa sotto lo zero in pochi minuti e quel pastone spugnoso è diventato un blocco di ghiaccio vivo. Avendo dormito in tenda in cima alla salita, per tornare indietro la mattina dopo abbiamo dovuto mettere le catene.

LA MOTO IDEALE

Argomento appassionante: qual è la moto ideale per i viaggi invernali? Se non nevica e la strada è pulita, verrebbe da dire una bella maxi da turismo, con tanto riscaldamento piazzato qua e là. In realtà la cavalcatura ideale è quella in grado di coprire grandi distanze con qualsiasi condizione climatica, quindi in grado di affrontare anche strade innevate. Deve essere comoda e resistente, ma avere anche una bella trazione, la sella bassa da terra e pesare poco, cose che aiutano quando perde aderenza. Fin dai tempi preistorici, in effetti, il viaggiatore invernale è combattuto tra la moto comoda (visto che in queste tendate invernali capita di fare anche più di 1.500 km) e quella piccola e leggera, che se la cava meglio sulla neve. Per esempio, io ho due moto: ho sempre creduto nelle monocilindriche leggere e tassellate, capaci di andare quasi ovunque anche senza catene ma, per quattro Elefantentreffen, ho ceduto al fascino dell'Africa Twin, che è comoda, veloce, regge l'abbigliamento elettrico, si può caricare con un sacco di bagagli senza perdere in guidabilità. Ma ha anche tanta trazione in meno, anche se tassellata. Io mettevo le catene dove quelli con le mono andavano avanti senza. Allora sono tornato alla mono piccola e leggera e non mi sono mai pentito, anche se è meno comoda e più lenta. Ma c'è chi preferisce il comfort e la velocità. Nella mia compagnia siamo divisi tra fan del mono e fan del bi: abbiamo tutti ragione e tutti torto.

CATENE

Li chiamiamo deraponi adrenalina: la moto parte in scivolata con la ruota dietro, tu metti entrambi i piedi a terra, li punti bene e stringi le chiappe. In genere ti salvi. Se, invece, a partire è la ruota davanti, allora possiamo solo pregare di non farci troppo male. Ma non si dovrebbe arrivare a una situazione simile. Cadere sulla strada innevata con un'auto dietro è da evitare tassativamente. Per anni sono andato all'Elefanten trovandomi in situazioni critiche, pur usando sempre enduro tassellate ma poi ho visto che molti tedeschi usavano catenare le loro ruote, esattamente come si fa con le auto. E quando sei catenato, difficilmente cadi. Dal 1984 fino al 2005 sono andato sulla neve senza catene, quindi non posso sostenere che siano indispensabili. Ma a me, all'Elefanten, piaceva entrare in moto fino in fondo alla Fossa e quando passai dalla Suzuki DR350S (monocilindrica piccola e leggera) alla Honda Africa Twin (bicilindrica da oltre 200 kg) scoprii che quest'ultima, senza catene, dalla Fossa non ci usciva da sola, pur se tassellata. Così ho iniziato a catenarmi, nel 2006, inizialmente sulla sola ruota posteriore. Ma se ti cateni solo dietro, è più facile cadere per perdite di aderenza dell'avantreno, perché dietro hai una spinta pazzesca, che manda in crisi l'avantreno. Una volta che mi sono fatto il kit ant + post ho allargato i miei orizzonti, arrivando ad affrontare i passi alpini anche mentre nevicava, come all'Elefanten 2009 quando, al ritorno, feci i passi Radstadt, Katschberg, Gardena e Sella con le strade innevate.

Nel 2006, quando parlavo di catene da neve sulle moto, mi prendevano per idiota. La risposta era sempre la stessa: “Ne ho sempre fatto a meno e all'Elefanten ci sono arrivato lo stesso”. Però sono sicuro che, se avesse avuto le catene, il biker soprannominato Tranquillo non sarebbe morto, nel 1999, quando cadde in Engadina venendo travolto da un camion. Oggi parecchia gente ha capito quanto sia più sicuro usarle. Devo però confessare che io trovo molto lungo e faticoso montare le catene sulle gomme tassellate (le maglie si incastrano), per cui spesso ne faccio a meno, aumentando però i rischi di caduta. Esistono tre scuole di pensiero, riguardo alle catene: comprare le specifiche della Wünderlich, adattare quelle nate per le auto o farsi in casa degli accrocchi specifici. Le Wünderlich costano sui 120/130 euro e sono specifiche per le enduro BMW, quindi per tutte le enduro con misure degli pneumatici simili a: R 80 G/S, G 650 Xchallenge, F 700 GS e F 800 GS, R 1200 GS. In teoria, quindi, dovrebbero andare bene per praticamente tutte le enduro in commercio, ma non per le moto da strada. L'unica persona che conosciamo come possidente di queste catene ha fatto fatica a montarle, la prima volta (anche perché le istruzioni sono in tedesco), ha fatto degli adattamenti ma poi era contento. Lo abbiamo visto montarle sulla sua R 1200 GS con gomme stradali e andare dove voleva, ma queste catene hanno maglie sottili che, su una gomma tassellata, potrebbero infilarsi tra un tassello e l'altro. È quello che abbiamo visto succedere ad amici con moto tassellate, che hanno montato catene normali, da auto, a maglie sottili: è come non averle. Per i tasselli ci vogliono le catene rompighiaccio, che hanno maglie a sezione quadra, abbastanza spesse, che vanno sia per lungo sia per diagonale. Le più “mostruose” sono le König Polar HD, con le quali si potrebbe andare su un lago ghiacciato, ma che costano un botto: 250 euro. Per fortuna che si trovano le sue antenate, le König P1, uscite di produzione da anni ma ancora disponibili in alcuni autogrill o vendute sui siti internet a prezzi intorno ai 70 euro. Sulle mie due moto, che hanno misure canoniche per le enduro, vanno quelle di misura 075: all'anteriore entrambe hanno la 90/90-21 e la catena va su senza modifiche; al posteriore ho una 140/80-18 e ci va su così come esce dalla scatola, mentre sulla 130/90-17 ho dovuto accorciare la catena di una maglia (operazione fattibile con una semplice morsa e una pinza). Le P1 hanno una trazione mostruosa sulla neve ma, come ho già detto, montarle da soli su una gomma tassellata è una purga e questo fa sì che io spesso mi ritrovi a guidare sulla neve pensando: “Cosa faccio? Le monto? Resisto? E se cado, il tizio qua dietro mi travolge?”.

Cominciano a non essere pochi quelli che si fanno le catene in casa, studiando sistemi di montaggio più rapidi rispetto alle catene da auto, magari mixando spezzoni di catena con fascette elastiche. Confesso di essere piuttosto deficiente in queste cose e di non capire al volo le tecniche di montaggio; il rischio è che essendo accrocchi non sperimentati possano rompersi. Ho visto che alcune catene comprate dal ferramenta, tipo quelle dei lucchetti, tendono a spaccarsi se usate come catene da neve.

Il modo più semplice e rapido di “catenare” una moto è quello di mettere fascette da elettricista intorno al battistrada, ma funzionano poco e si rompono. Oppure si prende una lunga catena da lucchetto, la si avvolge a spira intorno a tutta la ruota... e la si chiude col lucchetto, ma non durerà a lungo. Ci sono anche prodotti specifici, che sfruttano lo stesso principio delle fascette da elettricista, ma con più grip: però non valgono la trazione di una bella rompighiaccio. Al Millevaches abbiamo visto una calza a rete che ci ha eccitati non poco: sembra di corda, ma ha l'anima in acciaio e sembrerebbe efficace. Ci sono i chiodi: Best Grip produce dei chiodi da neve specifici per moto che debbano andare sia su asfalto, sia su fondi innevati. Sporgono poco, tra i 2 e i 4 mm e sono un compromesso: non ci fai lo speedway su ghiaccio, mentre su asfalto bisogna adottare una guida fluida e armonica; costano circa 70 centesimi di euro a chiodo e, tra anteriore e posteriore, ne vanno via circa 200, quindi chiodare la moto viene sui 140 euro. Ci siamo illusi quando Heidenau ha presentato le K60 Snow, gomme invernali a base di silice, ma l'unica volta che le abbiamo viste alla prova non avevano assolutamente trazione: era una strada di neve vecchia, dura e pressata ricoperta da neve fresca, che conduceva alla Piana di Marcesina. Senza catene non ci fu modo di fare avanzare quella gomma, mentre la mia Dunlop Geomax, tassellata da enduro agonistico, prendeva che era una bellezza. Ci manca la prova su una strada asfaltata ricoperta di neve fresca e pressata, per la quale è stata progettata.

GLI SCI

Fin da quando ho scoperto l'Elefanten vedo persone che equipaggiano le loro moto, per lo più da strada, con gli sci. Si tratta di un sistema che tiene gli sci sollevati sull'asfalto pulito e li fa scendere in caso di fondo innevato, rendendo impossibili le cadute. Non migliora la trazione, ma già il fatto di non cadere è grandioso. Altrimenti ci sono i sidecar e i quad. L'Elefanten nacque proprio per i sidecar. Il problema è che a molti motociclisti sidecar e quad non interessano: le considerano altre cose, rispetto a ciò che fa apprezzare la moto.

LA TENDA

Bene, una volta che uno arriva non ha la doccia calda ad aspettarlo, ma una gelida tenda. Per dormire decentemente, in queste condizioni, occorrono una tenda che non faccia entrare spifferi d'aria, un materassino che isoli dal freddo della neve e un sacco a pelo bello caldo.

Non occorre una tenda da alpinismo per reggere a temperature fino a -20 °C, anzi: ci sono sacchi a pelo in piuma d'oca da due chili e mezzo che consentono di fare a meno della tenda. Ma se la tenda ha le falde che scendono fino a terra (abbondando) e la parte interna in tessuto pieno e non a zanzariera, siete messi bene. In generale, dato che d'inverno il motociclista ha vestiti molto ingombranti e che conviene metterseli dentro, per evitare di doverli indossare congelati, bisogna scegliere una tenda che abbia un numero di posti superiore di uno rispetto a quanti vi dimorano: se si è da soli una tenda da due, se si è in due una tenda da tre, ecc. Ai raduni invernali però ci sono diversi gruppi che portano una sola tenda, di quelle familiari, con più stanze da letto e un'area centrale: sono a 4/6/8 posti e che pesano sugli 8 kg, così i partecipanti le portano dividendosi il carico: a uno il telo esterno, a uno quello interno, a un terzo la paleria. Fighissima è la tenda tipo teepee indiano: un'unica camera dove si può stare tutti insieme e si può persino cucinare, perché in cima c'è un'apertura che fa uscire il fumo ma non fa entrare l'acqua. A titolo di esempio, una Shoshone 400 può ospitare otto persone, pesa 9,5 kg (quindi dividendola su due moto equivale a una tenda a tre posti ciascuno), regge la pioggia e il vento e su internet si trova a 130 euro: che diviso per otto fa appena 15 euro a testa! Ha una base di 4 metri di lato ed è alta due metri e mezzo.

Più la tenda è grande e meno si riuscirà a scaldarla col calore del nostro corpo. Se mettete un termometro dentro la tenda e uno fuori, otterrete risultati sorprendenti. Esempio: ho dormito con -8° dentro una tenda monoposto con falde alte e interno a zanzariera (Ferrino Nemesi 1), quindi prettamente estiva e la minima interna è stata di -2°. Poi ho dormito dentro una tenda a tre posti invernale, la Ferrino Pumori 3: minima esterna -9°, minima interna -4°. Ed ero da solo. Con una Bertoni Nordkapp, che ha caratteristiche simili alla Pumori, in due abbiamo avuto -7° fuori e zero dentro. Abbiamo fatto una merenda in quattro mentre fuori c'erano -2° e dentro c'erano +12°; ma quando poi siamo rimasti in due è scesa a +4°. Le 2 Seconds di Decathlon, le tende che si montano lanciandole, costano poco e sono calde d'inverno, ma da chiuse sono troppo grosse per essere trasportate in moto, a parte la versione a un posto e mezzo, che da chiusa ha un diametro di 58 mm, sta sulla sella senza dare fastidio, costa solo 30 euro e pesa appena due chili e mezzo.

Se non si hanno le articolazioni belle elastiche, come nel mio caso (48 anni senza fare mai ginnastica), entrare e uscire dalle tende, oltre che togliersi gli stivali da seduti, è faticoso. Ci sono due ditte che producono tende da campeggio dotate di garage per la moto, ovvero la Lone Rider Mototent (2 posti, 5 kg e mezzo, 500 euro) e la Redverz Atacama (3 posti, 6 kg, 360 euro) che sono alte quasi quanto una persona in piedi, cosa che le rende comodissime. Se non si smania per avere la moto al coperto, il garage può venire sfruttato come anticamera per cambiarsi o per chiacchierare seduti sugli sgabelli portatili. Queste tende sono simili a quelle familiari, ma sono molto più compatte e leggere. Ovviamente, essendo alte il doppio di una normale tenda, sono anche molto più fredde però in questo caso in una due posti si può tranquillamente dormire in due, visto che c'è ampio spazio al coperto per i bagagli.

D'inverno è facile che soffi un vento fortissimo, specialmente sul Valparola. Il momento in cui è più facile che una tenda si stracci per colpa del vento è durante il montaggio. Quelle da alpinismo hanno spesso la forma geodetica, proprio per resistere alle bufere. Una volta che una tenda è montata bene e picchettata come si deve diminuirà il rischio che si stracci per il vento. Ma come picchettare una tenda sulla neve? L'ideale è usare i pali delle canadesi al posto dei picchetti.

IL MATERASSINO

Il materassino viene spesso trascurato, quando si pensa all'attrezzatura da campeggio ma, d'inverno, è essenziale. Me ne sono accorto nel 2001, quando la ditta Coleman, specializzata soprattutto in tende e sacchi a pelo, invitò giornalisti di tutta Italia per un test dei suoi prodotti in Val di Mello (SO). Fino a quel giorno io avevo dormito, sulla neve, con materassini di gomma o con autogonfiabili tipo i Therm-a-rest e non avevo mai conosciuto il lato oscuro della luna, nel ramo materassini, cioè quelli gonfiabili a camera unica, che costano poco e sono molto comodi. Ci portarono in un albergo dove ci dissero di scegliere una tenda e un sacco a pelo. Era primavera, la neve era già andata via, così scelsi un sacco a pelo invernale ma non estremo (temperatura comfort sui -5°) e una tenda a igloo a tre posti. Come materassino mi diedero uno della Camping Gaz, da mare, gonfiabile, altissimo e comodissimo. Andai a dormire a mezzanotte: mi spogliai, mi ficcai nel sacco a pelo e mi addormentai tutto contento, al caldo. Mi svegliai alle tre del mattino, appena tre ore dopo, sentendo un freddo pazzesco. Ipotizzai un meno quindici, invece fuori dalla tenda c'erano +3°. Scaldarsi si rivelò impossibile anche indossando tutti i vestiti. Non riuscendo a resistere uscii dalla tenda, intenzionato a vagare finché non avessi trovato un altro rifugio. E lo trovai: era il bagno esterno dell'albergo, con porta aperta e riscaldamento. Peccato che dentro ci fossero anche tutti gli altri giornalisti, disperati pure loro per colpa del freddo polare. Cos'era successo? Il materassino da mare, per quanto comodissimo, trasmetteva alla grande il freddo del suolo al nostro corpo, annullando i vantaggi di un sacco a pelo pesante e di una tenda che non faceva entrare l'aria fredda. Così, a +3° patii molto più freddo che quando dormivo sulla neve con -18°. Ma lì per lì non capii il perché di questo disastro, né lo capì nessuno dei presenti. Gli uomini Coleman erano devastati dalla figuraccia, ma non sapevano spiegarsi il perché coi loro sacchi a pelo fossero tutti morti di freddo. In seguito piantai la tenda sulle nevi di Folgaria insieme ad amici con materassini da mare, che morirono di freddo mentre io dormivo alla grande. Anche qui la differenza la fece il materassino. Finalmente qualcuno mi spiegò che i materassini gonfiabili si dividono tra quelli a camera unica che trasmettono il freddo del terreno e quelli a celle chiuse che bloccano tale passaggio. Un materassino molto conosciuto dai motociclisti, quello che Ferrino ha realizzato per Spidi, è a celle chiuse e sulla neve ci si dorme alla grande (lo abbiamo usato al Millevaches). Io posseggo un Therm-a-rest spesso appena 2,5 cm, che sulla neve isola perfettamente. Le Rolls-Royce dei materassini invernali sono l'Exped spesso 9 cm, gonfiabile ma imbottito anche con piume d'oca e il Therm-a-rest NeoAir Xtherm, che isolano anche a -40°: sono persino esagerati, costano tra i 160 e i 200 euro, ma sulla neve ci dormi come sul letto di casa tua. I materassini esistono in due misure: la base è da 183 x 51 cm e large misura 196 x 63. A chi passa il metro e ottanta e non è gracile (come me) può capitare, con un “base”, di finire con una spalla sulla neve, se mi sposto un po' di qua o di là. Allora è meglio un large, anche se pesa e ingombra di più.

Per anni ho usato i semplici materassini di gomma (quelli alti circa 1 cm e pesanti due etti, da 10/20 euro), per l'esattezza tre uno sopra l'altro: non isolano, ma il freddo arriva lentamente e basta cambiare posizione per non sentire più freddo e ricominciare da capo. Più o meno ci si sveglia ogni due ore, si cambia posizione, ci si riaddormenta...

Le brandine da campo pieghevoli sono molto comode e non stanno a contatto con la neve, inoltre costano relativamente poco (50-70 euro) ma da chiuse sono ingombranti (verso il metro di lunghezza) e pesano tra i 5 e i 10 kg, mentre i materassini gonfiabili stanno tra i 400 e i 1.300 g.

Ai raduni invernali più organizzati l'organizzazione mette in vendita paglia da mettere sotto la tenda e legna con cui accendere il fuoco. La paglia non solo isola perfettamente ed è cool, ma addirittura emana calore. Alla nostra tendata di All Travellers, che sarà estremamente spartana, non avremo però paglia e legna. Accendere il fuoco sarà persino un gesto suicida, visto che saremo su un lago ghiacciato!

IL SACCO A PELO

Ricorderò sempre l'Elefantentreffen 2005, quando mio fratello, con flemma inglese (è fatto così) mi disse: “Toh, ho dimenticato il sacco a pelo”. Io ero sconvolto: “Ma come pensi di fare adesso?”. “Niente, dormirò senza”. Sfiga cosmica volle che si trattò della nostra notte più fredda in dieci Elefanti, con una minima di -22°. Lui dormì vestito da moto, con due materassini di gomma, dentro una mia tenda estiva che faceva entrare un sacco d'aria. Penso che abbia passato la peggiore notte della sua vita, ma senza lamentarsi; e arrivò sano alla mattina dopo. Sicuramente lo aiutò il fatto che i materassini non esagerarono nel passare il freddo; e comunque era pieno di strati, di Cordura, di pile, di piumino d'oca e di Gore-Tex. In fondo, l'abbigliamento da moto è fatto per reggere il freddo investiti dal vento della corsa, quindi può andare bene anche come pigiama al posto del sacco a pelo. Ma da qui a dire che il sacco non serve ce ne vuole: è così bello infilarsi seminudi dentro le mummie invernali, calde e accoglienti!

Il sacco letto (che però ci diverte di più chiamare sacco a pelo) si divide in tre grandi famiglie: sintetico economico, piumino d'oca e sintetico a fibre cave. Nel primo caso non va bene per le tendate invernali: pesa tanto e scalda poco. Nel secondo caso è il materiale migliore per stare caldi, perché a parità di peso è quello che isola meglio. Non regge l'umidità, ma è un problema che non sussiste sotto lo zero. Un sacco a pelo moderno di piuma, con un peso di almeno un chilo e mezzo, fa stare caldi a temperature fino ai -15°. Tuttavia aumentano le persone che rifiutano il piumino d'oca per motivi etici (le oche non sono contente) e lo rimpiazzano con le fibre cave, che non soffrono l'umido ma sono meno isolanti dal freddo. Per stare caldi a -15°, il peso di un fibre cave è sui 2/2,1 kg. Va però detto che, nel malaugurato caso che il sacco si bagni, quelli in piuma perdono i tre quarti del proprio potere isolante, mentre quelli in fibre cave appena un quarto.

Tutti i sacchi a pelo riportano tre temperature e non tutte le Case indicano lo stesso standard: in generale la prima è il limite di caldo, oltre il quale si fa la sauna; la centrale (comfort) indica la temperatura alla quale un uomo in tuta da ginnastica inizia ad avere freddo in posizione distesa; la terza temperatura (estrema) si riferisce al limite oltre il quale un uomo inizia a morire di ipotermia in posizione fetale, con gli arti praticamente già congelati. Per le donne bisogna alzare tali valori di un buon 5 gradi. Dal 2005 sarebbe in vigore una normativa, la EN 13537, che prevede quattro temperature: Massima, Comfort, Limite ed Estrema, con specifiche condizioni standard, ma non mi pare che abbia preso piede come dovrebbe. Ciò che conta è guardare la temperatura centrale e non quella di destra, come feci io anni fa. Nel 1998 feci il mio primo Elefanten: durante la seconda notte la temperatura scese a -18° e poiché avevo un sacco a pelo in piuma da poco più di un chilo, due materassini di gomma e una tenda estiva patii un sacco di freddo, così per il 1999 non badai a spese e andai a comprarmi un sacco a pelo come si deve. Trovai un Salewa Diadem 900 da 1,6 kg che prometteva comfort a -13° e dichiarava un'estrema di -27°. Io, da ignorante, pensai che “estrema” stesse per “oltre la quale si inizia a sentire freddo” e lo presi, pagandolo 400.000 lire. Scoprii che ero stato fesso. Con quel sacco a pelo e la tenda estiva che ho usato per anni, sotto i -15° ho sempre patito il freddo; ma non ho più avuto i soldi per ricomprarne uno con almeno -20° di comfort (stiamo parlando di un sacco in piuma da oltre 2 kg e cifre che passano i 500 euro, a parte il Bertoni Extreme che costa intorno ai 160-180 euro e pesa 2,3 kg).

L'attrezzatura da campeggio invernale è carissima, come si vede: tende e sacchi a pelo passano allegramente i 500 euro cadauno, mentre un materassino gonfiabile a celle chiuse può passare allegramente i 100 ed arrivare a 200. Ma se non avete molti soldi e morite dalla voglia di fare una tendata sulla neve, il modo più economico è questo: tenda 2 Seconds da un posto e mezzo (30 euro), tre materassini di gomma (30 euro) e un bel sacco a pelo militare in lana, che pesa ben 3 kg e occupa un sacco di spazio, ma è caldissimo e costa meno di 50 euro. Ormai questo tipo di sacco è introvabile, perché tecnicamente superato, ma pescando nei siti di attrezzature militari si trovano cose molto interessanti, specialmente dagli Usa, come il Military 6, imbottito a fibre cave, 2 kg, che dichiara un -20° non ben specificato se limite od estremo e costa 65 euro oppure il MSS modulare da 150 euro, sintetico anche lui, che è composto da due sacchi utilizzabili in tre combinazioni diverse: verde da solo (estate), nero da solo (inverno), nero dentro il verde (inverno estremo, con un -32° dichiarato, sempre senza specificare se estrema o limite). In più c'è il sacco esterno in Gore-Tex, per dormire all'aperto sotto la pioggia. Il più estremo, forse, è lo Snugpack Antarctica sintetico: 2,8 kg, temperatura comfort -20°, limite -50°, 220 euro.

I sacchi a pelo più caldi sono quelli a mummia, che disperdono meno il calore. Funzionano benissimo se si sta dentro anche con la testa, infatti sono fatti apposta per avere solo una feritoia da cui respirare. Se tenete fuori la testa, si raffredderà e farà da conduttore del freddo all'interno. Ma molti soffrono di claustrofobia a stare con tutta la testa dentro, così dormono col cappello, o col passamontagna. Spesso la parte del corpo che sente più freddo, dentro un sacco a pelo, sono i piedi. Sono riuscito ad avere freddo anche con delle calze della spagnola Bikers, in pile e windstopper. Conviene avere sempre un paio di calze asciutte per la notte.

Mettere insieme due sacchi a pelo funziona. Interessante è metterne uno in piuma dentro uno a fibre cave. Ci sono anche i sacchi lenzuolo: quelli in seta sono leggerissimi, da chiusi stanno in un pugno, ma innalzano di 5 gradi la tenuta termica del sacco a pelo.

CONCLUSIONE

Da quello che si legge io odio il sottocasco, le moffole da manubrio, avere troppi strati perché mi impacciano, entrare in tenda, spogliarmi in tenda, chiudermi dentro il sacco a pelo e rivestirmi la mattina dopo. Inoltre non mi diverte cadere per terra. Ma allora perché non vedo l'ora di partecipare ad un raduno invernale? Sono lustri che non provo neanche a rispondere, a domande così. Non è molto diverso dal semplice andare in moto: è pericoloso, faticoso, freddo, caldo, scomodo... Perché lo facciamo?