Benvenuti a Waterland
Costeggi Po, Sesia, Elvo e Dora Baltea percorrendo 300 KM estremamente umidi. Praticamente la tesi di laurea del "fiuming"

Ogni tanto dei malati di "fiuming" si incontrano. A chi scrive la malattia è venuta alla fine degli anni Ottanta: inizialmente andavo sulle spiagge del fiume Ticino perché era il modo più pratico di sognare la Dakar per un milanese; ma poi sono stato preso dal fascino di queste terre slegate da qualsiasi altra cosa avessi visto finora. I fiumi sono terre provvisorie, che cambiano dopo ogni piena, per cui i pochi che hanno il coraggio di vivere sulle sue rive non hanno riferimenti fissi e abitano queste strane case fatte come barche di cemento, o palafitte. Ci sono i campi coltivati, le risaie, i boschi incolti e fitti come la giungla del Vietnam, le cascine isolate dal mondo, le sterrate rettilinee che non finiscono mai, i sentierini che spariscono nella foresta eppure tu sai che, se vai avanti lo stesso, con le spalle sommerse dalla vegetazione, prima o poi li ribecchi. Viaggiare seguendo il corso di un fiume è una droga, non vorresti smettere mai. Ma, come dicevo, tra malati di fiuming ci si incontra.

malati di argini

Inizialmente ci andavo con gente che aveva in mente l’Africa. Poi s’è formata una compagnia di amici che amano proprio questo mondo. Infine, ho incontrato tre persone particolari. Riccardo Capra mi ha sconvolto perché lui, con estrema naturalezza, fa quello che consideravo un sogno proibito: scorazza lungo il Po finché non è stanco e ha fame, allora va a rifugiarsi nella sua palafitta posta a 50 m dal fiume, in mezzo a un bosco. Capite? Ne possiede una ed è il suo rifugio motociclistico! Orgoglioso di essere un fiero uomo di fiume, intriso di disprezzo per i milanesi fino alla radice dei capelli (sebbene sia calvo), si indigna se la chiamo “palafitta”: dice che la gente del Po quelle costruzioni le chiama “baracche” e così devo fare anche io. Ok, va bene, anche se mi sembra di dire zebra a una giraffa. Alle casette sul Po, compresa la sua, ho dedicato un articolo, pubblicato sul numero di FUORI del gennaio 2010. L’altro personaggio è Luca Ghigliano, che vive a Saluggia, in riva alla Dora ed è il poeta del fiume. Usa la moto per andare su e giù, lungo le rive, per scattare foto sbucciacuori di tramonti sulle risaie, di sterrate che si infilano nei boschi, di tracce di tassello sulla neve vergine. Il terzo è Danilka Livieri, che coi grandi fiumi non ha nulla a che vedere, visto che vive a Pesaro. Comparve alla Hardalpitour 2010 in sella a una Yamaha XT500, indossando un cappotto da snowboard col pelo dentro. Era partito alle 4 della mattina da Pesaro, in 8 ore aveva percorso 600 km e, appena arrivato, senza riposare, partì per i 550 massacranti km del percorso, mentre tutti noi lo guardavamo con pena: “Questo non arriverà a Limone Piemonte”. Invece, arrivò fino in fondo, mantenendo sempre il buonumore. Era l’ora di pranzo del giorno dopo e lui, sveglio da 34 ore di fila e con 1.150 km nel polso destro, mi disse così: “Leggo Fuori. I miei articoli preferiti sono quelli che scrivi sul fiuming. Adesso, per tornare, mi fai fare un po’ di Po?”. Non credevo a quello che sentivo. Anche io ero in sella dalla mattina del giorno prima e stavo per iniziare il trasferimento finale per tornare a casa, ma non potei dirgli di no. Tuttavia, sul Po non ci arrivammo mai: Danilka spaccò la catena ad Avigliana, non aveva la falsamaglia, fu costretto a dormire a Torino. Ma, da allora, gli ho promesso che lo avrei invitato il giorno che avessi organizzato un mega-fiuming. Ora si dà il caso che, nel 2004, con Massimo “Polpo” Neriotti avessi percorso il Po da Torino fino al Delta, divertendomi ed emozionandomi come in un viaggio africano (FUORI, luglio e agosto 2004). Da allora, ho nostalgia di quelle sensazioni. Ho fatto fiuming tante altre volte, ma mai per così tanti km e tanti giorni.

un circuito d'acqua

Ero in piena crisi di astinenza quando, parlando con Luca Ghigliano, constatammo che sarebbe stato possibile costeggiare il corso dei fiumi Sesia, Elvo, Dora Baltea e Po fino a tornare al punto di partenza, in pratica un anello da 300 km in cui ti sembra di andare sempre più lontano, mentre a un certo punto stai tornando indietro. Una specie di giro del mondo in miniatura. Due giorni sarebbero potuti bastare. In realtà, la Quattro Fiumi (4F) non è così lineare come sembra. Tra Sesia ed Elvo c’è il Cervo, ma ne viene costeggiato un tratto così corto che non ce la siamo sentita di chiamare il giro Cinque Fiumi. E tra Elvo e Dora c’è la Serra d’Ivrea, ovvero la montagna a forma di balena, la morena del ghiacciaio che modellò la Valle d’Aosta. Il percorso è facile e difficile da navigare al tempo stesso: seguire il corso del fiume, un po’ sull’argine un po’ sotto, è influenzato dai capricci delle piene e da quello che lasciano. Divieti di circolazione ce ne sono: ad esempio, dove il Sesia finisce nel Po è una riserva naturale. E poi c’è il generico divieto ad andare sulle spiagge dei fiumi con mezzi motorizzati, in quanto proprietà demaniale. Un divieto con ampio spettro di tolleranza, visto che faccio fiuming dal 1986 e, da allora, sulle spiagge non solo ho sempre visto parcheggiare le auto di pescatori e di famiglie pic-nic, ma addirittura piantarci le “baracche” abusive. Comunque, mai abusare. A Balossa Bigli, sul Po, dove moto e 4x4 avevano tracciato una sorta di circuito permanente di fuoristrada (bellissimo: un mix di fangoni e sabbioni), l’eccesso di veicoli che ci girava ha “svegliato il can che dorme” e sono stati piantati espliciti cartelli di divieto. Sulla Dora abbiamo trovato una situazione simile, ancora più divertente e sul Sesia, addirittura, un campo da cross, raggiungibile solo con piste erbose. Ma tutto dipende dai modi, come diciamo sempre. Sulla Dora, episodio significativo: troviamo un trattore fermo a un bivio. Lo sterrato principale va dritto, quello che porta al fiume va a sinistra. Chiediamo lumi al pilota del trattore sulla rotta e la risposta è questa: “A sinistra è mia proprietà. Ma, se promettete di non passare sul granturco, vi faccio passare”. Urrah! Ci sono poi casi clamorosi di agricoltori che seminano su strade di passaggio pubblico, “tanto non ci passa nessuno” e addirittura di sterrate invase quasi del tutto dalle risaie (e devi passare sul bordo). Ogni fiume, comunque, ci ha conquistati per la sua personalità.

tra palafitte e risaie

Abbiamo cominciato con il Po, andando il venerdì sera a dormire alla “baracca” di Riccardo Capra, il Lupo del Po. Quando cala il buio, sei veramente fuori dal mondo, in quel posto. In tarda serata arrivava Danilka Livieri, direttamente dalle Marche per statali e ci lasciava di stucco: a Pesaro ha trovato un saldatore, Antonio Cosi, che è in grado di riprodurre il serbatoio maggiorato della XT500 che correva la Dakar negli anni dei pionieri. “In realtà, è la replica del serbatoio della moto ufficiale del 1981 - ci ha spiegato Danilka - ma io me lo sono fatto verniciare coi colori della moto con cui Neveu vinse nel 1979. Anche la sella in pelle marrone replica quella del ‘79”. Giuro, di enduro “special” ne ho viste tante, ma nessuna mi ha fatto venire la bava alla bocca come questa! Il giorno dopo siamo passati per Casale Monferrato e abbiamo iniziato una navigazione del Po in mezzo a enormi prati ricoperti di papaveri, che ricoprivano la sterrata a doppia traccia manco fosse un sentierino. Il Sesia lo vivevamo nel segno delle risaie. Spesso, la sterrata che prendevamo si allontanava dal fiume e passava in mezzo a questi specchi d’acqua dalla svariata interpretazione. Io li trovo sempre bellissimi e mi viene da fotografarli tutti, specialmente quando il Monte Rosa innevato ci si specchia dentro (non in questa occasione). Alla faccia delle foto che scatta, Luca faceva lo spocchioso, diceva che era cresciuto a pane e risaie e, quindi, tirava dritto (“‘mbé? È un paesaggio ordinario!”). Ogni tanto, qualche ponte ci diceva il livello della nostra progressione, perché sono pochissime le strade che superano questi fiumi. Spettacolare l’ingresso in Vercelli, dentro una giungla fittissima, all’interno della quale comparivano, all’improvviso, i ruderi di una vecchia riseria. A questo punto attaccava a piovere, ma a intermittenza, in base alla legge che se non ti fermi a mettere l’antipioggia il maltempo si infittisce, mentre se ti fermi per indossarla esce il sole appena hai finito di insaccarti in quella sauna portatile.

le prime "vittime"

se ti fermi per indossarla esce il sole appena hai finito di insaccarti in quella sauna portatile. Dopo Vercelli era impossibile capire quando finiva il Sesia, quando iniziava il Cervo, quando si passava all’Elvo: per noi era sempre acqua fresca che scorreva alla nostra destra. Un punto pazzesco è quando, risalendo l’Elvo, si deve attraversare il Canale Cavour (che, in 85 km, collega il Po al Ticino, irrigando novarese e vercellese): ma questo come fa ad attraversare l’Elvo? Lo fa tramite una tomba a sifone, ovvero un tunnel che passa sotto all’Elvo, visibilissimo a occhio nudo. Venne realizzato nel 1866, deviando il corso dell’Elvo. La stessa cosa succede quando deve passare il Sesia, solo che lo fa in un punto a monte rispetto a dove lo abbiamo abbandonato. Invece, la Dora Baltea viene scavalcata con un viadotto fluviale. Arrivati a Salussola nel tardo pomeriggio, eravamo mentalmente pronti ad affrontare la Serra d’Ivrea quando abbiamo trovato dei guadi molto alti, che hanno mietuto vittime. La Suzuki DR-Z400 che vedete in apertura è ammutolita sul più bello ma, una volta spinta fino a riva da un Danilka in mutande, è ripartita. La BMWPoletto di Riccardo che vedete a sinistra, dopo essere sopravvissuta a questa caduta, ha aspirato acqua nel guado successivo. Per un’ora e venti minuti Riccardo ha fatto girare il motore senza candele, producendo coreografici schizzi d’acqua dai fori delle candele, dei quali veniva spontaneo dare le più laide interpretazioni. 

la serra d'ivrea

Al tramonto partiva la Notturna della Serra, che ha milioni di single-track, uno più bello dell’altro. Molti la conoscono per via della Alpimoto, la cavalcata di Santhià; ma Luca, che gira qui dentro da una vita, al tracciato della Alpimoto ha preferito una serie di stretti sentieri a gradini dentro il bosco, divertentissimi. Anche qui, comunque, non è tutto rose e fiori, specie da quando un endurista travolse una ragazza in una delle zone a villette della Serra, sopra il lago di Viverone. Caratteristica della Serra è di essere piatta, allungata verso nord-ovest e inclinata dolcemente verso l’alto, per cui da Zimone ad Andrate esistono lunghissime sterrate rettilinee che ne percorrono la groppa. Ci portavamo a circa 1.300 m di quota e ci accampavamo in un bosco, sotto il picchiettare leggero della pioggia, che rende molto romantico dormire in tenda. Andrate, a quota 800 m, è posta su un balcone naturale affacciata proprio sulla valle della Dora Baltea. Ma quest’ultimo fiume, che affrontavamo il giorno dopo, si rivelava molto diverso dagli altri.

La giungla della Dora

Niente più risaie o spazi aperti: finivamo inghiottiti dentro una giungla fittissima, tropicale, flagellati da una pioggia monsonica. La sterrata ricordava le montagne russe, con salite ripidissime e discese che si tuffavano dentro pozze fangose o guadi di microaffluenti della Dora, anche molto profondi: la tipica situazione di enduro bagnato che ci esalta tanto, dove sei investito da secchiate d’acqua sia da sopra sia da sotto. Dal fiume saliva la nebbia, favorendo la creazione di foto ultra-malinconiche. Rispetto al servizio pubblicato in passato (“La zia Dora”, ottobre 2004), non ne riconoscevo un solo metro, del resto avete idea di quante cose succedono in 8 anni nel magico territorio compreso tra argine e spiaggia di un fiume? La dura realtà era tornare a casa, bagnati fradici, su asfalto. Alle 17 decidevamo di smettere di fare fiuming e di tornare nelle rispettive case, tanto per passare almeno la cena in famiglia. Solo uno ci restava male: Danilka, che avrebbe voluto proseguire a oltranza. Proprio lui che, viaggiando per statali, sarebbe arrivato a Pesaro alle 5 della mattina successiva... e meno male che abbiamo smesso di fare fuoristrada alle 17!