MESSICO E NUVOLE
Claudio Giovenzana, da oltre 6 anni trasferitosi in America, ci porta alla scoperta del "nulla": del deserto che si estende nelle regioni settentrionali del Messico, dove il vento non lascia tregua e la vegetazione ha quasi sempre le spine

Lo chiamano “frente frio”, potrebbe essere tradotto come “fronte freddo”, è un vento gelido che abbatte la temperatura nelle zone settentrionali del Messico, sopratutto negli altipiani a duemila metri dove masochisticamente ho deciso di intraprendere il mio viaggio alla ricerca di uno dei deserti più belli e di uno degli inverni più duri che questo Paese possa offrire. Mentre il motore gelido continua a stantuffare controvento, mi allontano da San Luis Potosí, la città sgraziata dove io e Olga abbiamo passato la notte solo per una piccola sosta logistica e per reincontrare un vecchio amico dal sorriso solare che già mi accolse sette anni fa quando arrivai in Messico. Il centro coloniale di San Luis è bello e maestoso ma la periferia oscenamente brutta crea un contrasto che ho incontrato diverse volte nei miei viaggi in America Latina e che non trovo più attraente. Il deserto rivela la sua natura nell’assenza, quindi mi dirigo felice verso il vuoto della steppa, su pianure spazzate dal vento dove l’unica opera umana è qualche recinto pericolante che prova ad afferrare il nulla e qualche baracca che offre riparo a pastori, viandanti o guide che portano turisti a conoscere i segreti di queste lande desolate. La strada fuori da Potosí inizia a liberarsi da tutti i “rompivelocità” che hanno cercato di fare a pezzi le povere sospensioni della mia Guzzi durante 60.000 km di America Latina. Tutto inizia a diventare più liscio, la moto corre come un bisonte oscillando dolcemente in risposta alle folate di vento che arrivano come lame e s’infilano sotto il casco facendomi gocciolare il naso come un rubinetto chiuso male. Ogni arbusto, cactus e cespuglio ai lati della strada è armato di punte, pronto a ferire chiunque voglia portarsi via le sue foglie, la sua linfa o le sue radici: i vegetali hanno imparato a sopravvivere meglio degli animali che sono molto più rari e stanno lontani dall’unica strada asfaltata possibile. 

SEGNI DI VITA

Passo vicino a una discarica dove operai indaffarati ma, in apparenza, privi di ogni fretta vanno e vengono svuotando i loro carichi di spazzatura trasportati su carretti trainati da asini. Uno di loro ha un sombrero bianco sgualcito, una camicia sporca che sembra affumicata e una bambina a fianco vestita con così tanti colori che sembra stata colpita da una tempesta di coriandoli. Mi salutano timidamente, probabilmente hanno notato le dimensioni del mio veicolo stracarico così eccessive e buffe rispetto alle piccole motorette che circolano nella zona. Olga si accorge di loro all’ultimo e cerca di scattare una foto ma sono già un puntino che svanisce nel retrovisore. Ci fermiamo a un Pemex, una delle stazioni di servizio della compagnia messicana di petroli, facciamo rifornimento e ci chiudiamo nel negozietto adiacente, che vende ogni genere di schifezza alimentare insieme a del caffè bollente che compro automaticamente. Per il solo fatto di essere al chiuso, al riparo dalle artigliate del "frente frio", sento un tepore sulla pelle piacevole come una caldaia a legna in una burrasca di neve. Mi affaccio dalla vetrata e guardo fuori, tengo d’occhio la moto e osservo i venditori ambulanti con facce cotte dal sole e incartapecorite dal vento che cercano di appioppare amache, ammennicoli e souvenir colorati a chiunque capiti loro a tiro.

STRADE SECONDARIE

Ci vestiamo con uno strato in più, usciamo dal negozio e una folata quasi ci porta via, la moto ha i cilindri freddi come se fosse stata esposta a una notte di tramontana. Accelero e sento tutta la corposità del bicilindrico, il suo canto grave in quattro tempi che ci porta lontano dalla stazione di servizio, attacco le ginocchia ai cilindri ma questi sembra non abbiano nessun calore da trasmettere alle mie gambe. Prendiamo la Statale 63: una via secondaria e meno frequentata, consigliata dal nostro amico e appuntata con uno schizzo a penna su un foglietto che conservo nella borsa da serbatoio come un mappa del tesoro. Nel cielo si rimescolano lentamente nubi poco panciute, s’intrecciano in una maglia grigia infeltrita che nasconde il sole, c’è da temere pioggia ma, per fortuna o per sfortuna, nel deserto ne cade molto poca. La strada si alza scavalcando il dorso di piccole colline che sovrastano la piattezza interminabile delle lande, poi ridiscende verso la pianura, diventa un po’ più noiosa e io continuo a guidare dritto come su una retta, coinvolto più dai miei pensieri che dal paesaggio ripetitivo o dal freddo pungente. Ogni tanto mi cade l’occhio su alcuni cactus che mi sembrano candelabri giganti irsuti e appuntiti dove gli uccelli raramente si posano, altri invece spuntano dal suolo come escrescenze cilindriche coperte da un mantello di aghi. Qualche sterrato conduce verso baracche i cui muri sono stati usati come cartelloni pubblicitari per partiti politici con i loro slogan demagogici in cui nessuno ha mai creduto, oppure per compagnie che vendono bibite o prodotti di meccanica. I muri sbrecciati e gli intonaci caduti dichiarano la resa totale di fronte agli agenti atmosferici che lentamente erodono e polverizzano questa parte del Messico settentrionale. Un Messico, questo, che nulla ha da spartire con le fastose architetture coloniali di tante città turistiche.

RITMI DI PAESE

Arriviamo a Moctezuma, nome assegnato in onore del grande imperatore Azteco che qui non è commemorato con statue, piazze, musei o placche: sembra un nome affibbiato d’ufficio per scrivere qualcosa sulle carte geografiche. Il centro del paese è molto vivo, la piazza centrale è circondata da carretti che trasportano cibarie da vendere come pannocchie bollite, patatine, tacos e panini. Le panchine sono gremite da squadriglie di vecchietti dotati di sombrero e bastone in assetto da conversazione mentre, dai negozietti, spuntano le sedie dei tanti “annoiati” che si dedicano per ore a guardare tutto ciò che si muove nella piazza. Dopo aver fatto quattro giri di questa a venti all’ora, lasciando scattare a Olga interessanti foto a signore in scialle mescolate a giovani vestiti come rapper, ci allontaniamo dal centro per cercare un posto tranquillo dove mangiare. Troviamo una “fonda”: un locanda povera e spartana improvvisata dentro la facciata di una catapecchia di cemento che pare sventrata da una bomba. Non ha finestre ma è aperta su un lato come un garage senza serranda. Dentro due signore preparano tacos e quesadillas su una conca di metallo scaldata da fiamma viva, a un passo da bomboloni di gas e stoviglie, un frigo della Coca Cola e un tavolo di plastica con quattro sedie, che sono l’unico arredamento di questa immensa stanza vuota: hanno riprodotto il deserto dentro il loro negozio. Ci accomodiamo e ordiniamo caffè con un pizzico di cannella e qualche tacos. Riprendiamo la strada per ricongiungerci alla Statale 63, la moto rompe il silenzio imperituro con il suo rombo volgare, soltanto un campesino che circola alla guida di un pick up scassato pieno di sterpaglia strabordante dal cassone ci saluta, vediamo poi altri veicoli decrepiti che arrancano verso i campi per il lavoro pesante, ma nessuno nell’abitacolo sembra interessato al nostro passaggio. Qualcuno addirittura ara la terra con gli animali da soma mettendoci ancora più tempo e fatica per generare il tanto atteso miracolo della crescita in questo suolo arido ed egoista che non vuole concedere i suoi frutti. Dopo i campi vediamo un signore anziano con la pelle avvizzita color mogano che sta seduto sotto una pensilina sbilenca in mezzo al nulla e aspetta paziente l’arrivo di una corriera che lo porterà da qualche parte. Mentre Olga cerca discretamente di fotografarlo, io lo saluto provocandogli un sorriso che a sua volta mi contagia; ci vede allontanare come un punto roboante verso l’orizzonte mentre noi vediamo lui nel retrovisore che agita la mano in un saluto mentre diventa prima una silhouette e poi un puntino. Ci sentiamo fortunati ad avere un veicolo per essere liberi di andare ovunque ci porti la strada e a qualunque ora del giorno. Intanto il “fronte freddo”, con la collaborazione del sole che si ritira lentamente prima della sera, abbatte ancora la temperatura facendoci tremare ma non interrompendo il nostro andare. Cerchiamo di sfruttare le ultime ore di luce per avvicinarci il più possibile al paese di “Real de Catorce”, mentre la speranza di raggiungerlo in tempo per la notte si fa sempre più lontana. LA LIBERTÀ È SUI BINARI? La strada corre parallela a una ferrovia sopra la quale un treno lentissimo si muove trascinando una fila incalcolabile di container: in diversi punti la strada incrocia i binari senza alcun passaggio a livello ma con solo qualche cartello che dice “Ferro Carril”, scritto su due assi di metallo incrociate come i femori in una bandiera dei pirati. Ci fermiamo per vedere il treno che passa, aspettiamo vari minuti e cerchiamo di vedere se sui tetti dei container ci sono immigrati che cercano di raggiungere gli Stati Uniti. Olga me ne indica alcuni che siedono tranquilli a quasi quattro metri di altezza mentre il vagone li porta verso LA VITA SCORRE LENTA Sotto, Claudio aiuta Teodulo a riparare lo pneumatico del suo vissutissimo furgone; il tempo sembra non passare mai nei paesi sperduti di questa parte del Messico: è come un fiume che si guarda scorrere rimanendo ai margini... Nord. Il treno si chiama “La Bestia” ed è notoriamente conosciuto come uno dei principali mezzi cui i clandestini ricorrono per andare nel primo mondo: la console dell’Honduras, che ho conosciuto tre anni fa mi raccontò che solo la metà di loro arriva a destinazione, per l’altra metà le cose vanno diversamente: alcuni muoiono cadendo tra i binari, altri vengono presi dai poliziotti corrotti, altri ancora dai narcos, i più fortunati vengono accolti in appositi centri di accoglienza, nutriti, curati e poi rimpatriati. Il treno passa e noi finalmente possiamo fermarci in mezzo ai binari e scattare qualche foto in cui appaiono come due rette che bucano l’orizzonte su un piano geometrico virtualmente infinito. Procediamo e la strada ritorna prima parallela alla ferrovia e poi con qualche curva, l’abbandona di nuovo alla volta di un paesino minuto che. probabilmente, in origine era un assembramento di case e negozi sorto per servire il commercio “della Bestia” con tutto il via vai di materiali provenienti dalle miniere ma adesso, dopo essere morto insieme a buona parte dell’industria mineraria, risorge come avamposto logistico per i turisti del deserto. Sembra di entrare nel Far West, nulla potrebbe dire il contrario: ci sono cavalli, pastori e catapecchie, le facciate delle case sono intonacate e pitturate ma, appena si osservano di lato, a tre quarti, mostrano la nudità delle altre pareti meno esposte e quindi meno eleganti, fatte di mattoni di adobe accantonati alla bell’e meglio. Trotterello con la moto facendo finta di perdermi, è difficile quando la strada è soltanto una ma ci riesco gironzolando schizofrenicamente avanti e indietro, sull’asfalto e poi sullo sterrato tutt’intorno. Metto in seconda, do gas e schiaccio la frizione per scivolare d’inerzia con il motore al minimo, alla mia destra una strada bianca di pietre malposte conduce all’immancabile chiesina che intravedo attraverso le bandierine appese su lunghi fili tesi che servono per festeggiare la Vergine di Guadalupe. Il giorno della Madonna è imminente e qui ogni paesino, fosse anche di un solo abitante, non manca di celebrarlo con profusione di decorazioni, botti, danze e feste. Dopo l’ultima casa, davanti alla quale una minuta bimba cammina, mano nella mano con un panciuto uomo adombrato dal suo gigante cappello, ci troviamo a riattraversare ancora i binari per scivolare di nuovo lontano, nel vuoto accompagnato dalla sparuta vegetazione che scorre a fianco della strada. Dopo pochi chilometri passiamo a lato di un muro decrepito, eretto solo per ospitare il dipinto di due manui giganti che segnano con due dita il passaggio della linea immaginaria del Tropico del Cancro. Arriviamo a “Wadley”, paesino un po’ hippy che non è ancora stato segnato sulle mappe, poi finalmente un cartello per Real de Catorce ci allontana verso le falde delle catena montuosa in mezzo alla quale giace la nostra meta. DIETRO FRONT Dopo dieci chilometri la strada inizia a impennarsi, poi si sfalda diventando un pavimento irregolare di pietre e polvere che peggiora progressivamente, sino a condurci in uno spazio pianeggiante dove alcuni campesinos stanno seduti intorno a rachitici pali di legno che reggono una tettoia di lamiera. Tutti si girano a vedere la notizia della giornata: noi. Domando ai gentiluomini informazioni e ragguagli ma per fortuna, invece di rassicurarmi e mandarmi allo sbaraglio, si preoccupano veramente e mi consigliano di fare dietro front in quanto sto per imboccare la vecchia mulattiera d’ingresso a Real de Catorce: una sentiero ripido e pericoloso che già annovera sul suo curriculum una serie di conduttori caduti tra le pareti rocciose delle montagne e ripescati già cadaveri. Ascoltiamo il consiglio, ringraziamo e giriamo la moto con il faro a valle. Appena le ruote pigiano l’asfalto accelero e raggiungo una pompa di benzina dove il simpatico gestore, dopo aver tentato per scherzo di scambiare un pieno di verde per la mia ragazza, ci indirizza al paesino di Wadley dove sicuramente troveremo una camera in affitto insieme a qualche fricchettone a caccia di peyote.

VAMPIRI DA SERBATOIO

Dopo cinque chilometri vediamo un vecchissimo furgone che ha piantato inesorabilmente il suo pilota, insieme a moglie e figlia, in mezzo alla strada; domandiamo ritualmente se va tutto bene. Il capofamiglia si sporge fuori dal finestrino, sorride e si offre di affittarci una delle stanze che riserva ai turisti… se in cambio gli permettiamo di “succhiarci un po’ di benzina” e, per l’occasione, mi mostra orgoglioso un tubo di gomma che evidenzia come questi prelievi occasionali non gli siano tanto estranei. Accetto l’offerta, ovviamente. Con una tecnica collaudata estrae dal mio serbatoio un poco di linfa, giusto quel tanto necessario a riempire il tubo di gomma, poi lo tappa con le dita e si dirige al motore del suo furgone che giace senza vita imprigionato da una carrozzeria stuccata e ammaccata, bagna i carburatori e lo fa partire al primo colpo. La comitiva riparte, seguiamo il furgoncino che rientra in Wadley, rimbalziamo tra le asperità della strada polverosa che si allontana dalla ferrovia verso il centro del paesino buio, infiliamo la moto nel portone di un muro di cinta che racchiude la proprietà di Raul. Ci mostra una stanza che affittiamo subito al prezzo, irrisorio anche per il Messico, di circa quattro euro a testa. Il bagno è all’aperto, ricavato in uno stanzino separato da un cortile dove folate gelide spazzano il suolo polveroso. Siamo lieti di rimandare all’indomani l’igiene personale.

A 220 KM/H CON UNA GUZZI!

Mentre depositiamo le borse vicino al letto il proprietario e un suo amico mi fanno le solite domande di routine sulla moto scommettendo sul fatto che essendo questa di grande cilindrata io ci debba andare in giro tirandola a duecento all’ora, come se la dimensione del motore e la velocità di crociera fossero collegati da un rapporto proporzionale. Mi chiedono “quanto fa al massimo” e si sorprendono che non lo sappia: per tagliare corto li infarcisco con una storia inventata di una volta che ho tirato fino a 220 km/h ma poi avevo paura anche se in verità mi cago sotto a 160 e va benissimo così. Il pompone di Mandello a due valvole lavora bene “in basso” ma spiegarlo ai miei anfitrioni, insieme a qualche ragguaglio sulle curve di coppia, dopo 300 km di vento in faccia e brividi, non mi aggrada molto. Ci congediamo e usciamo a piedi cercando un posto per mangiare, la città sembra una taverna chiusa, qualche lampione stoicamente proietta un fascio di luce giallo canarino che scaccia il buio di qualche decina di metri, tutto il resto è una rete di penombre e macchie di tenebra caduta sopra le case. Avvistiamo una luce turchese di neon uscire da un negozio in fondo ad una strada sgretolata, che vende di tutto: dalla cartolina allo shampoo, dai dolci di cannella e peperoncino ai lubrificante per motori. Su nostra richiesta la signora che lo gestisce riaccende i fornelli che stava pulendo e chiudendo per prepararci qualcosa da mangiare, sulla parete a due metri da terra c’è un piccolo televisore afflitto da continue scariche elettrostatiche dove si vedono i paesaggi silvestri del Signore degli Anelli mentre sotto di esso un uomo beve birra e guarda attentissimo ogni scena del film.

EFFETTO PEYOTE

Rompiamo l’incantesimo televisivo caduto con un serie di domande sul paesino dove ci troviamo, poi su Real de Catorce, nostra prossima meta, e ovviamente sul peyote, il grande protagonista del deserto chiamato anche hikuri o più semplicemente “medicina”. Mentre mangiamo famelici arrivano le risposte alle tante domande e veniamo a sapere che la signora si è curata la tachicardia con il peyote, mentre lui, suo marito, ha debellato il colesterolo. Loro figlio invece, che su raccomandazione di uno sciamano locale ne mangia uno spicchio ogni giorno, “è diventato il primo della classe”, ci dice sua madre orgogliosa mentre capovolge le quesadillas dal quale escono lacrime di formaggio fuso. Finita la lauta cena salutiamo e ritorniamo al nostro recinto camminando su una strade di bitume spaccato che diventa sentiero e attraversa quello che sembra il letto secco di un fiumiciattolo. L’attraversamento è nascosto dall’arabesco di ombre proiettate da un lampione dietro un albero spoglio e scheletrico, non lo vedo e quasi ci cado dentro. Chiudiamo la porta di metallo malconcio della stanza e ci prepariamo a dormire su un letto sfondato almeno quanto il furgone del suo proprietario che se ne sta parcheggiato nel recinto insieme al Guzzi. La mattina partiamo senza colazione, arriviamo a Vanegas, ci fermiamo a un baracchino per mangiare insieme a una squadra di operai che stanno posando a pochi chilometri di distanza segmenti di tubo da nove tonnellate per costruire un acquedotto. Nonostante la notte leggermente insonne noi, al loro confronto, siamo freschi come roselline. Conosciamo Juan, un uomo sulla quarantina con i capelli lunghi che riconosce la Guzzi e conferma di non averne mai visto una in Messico in tutta la sua vita.

LA "NON" STRADA

Continuiamo tra campi e appezzamenti di terra brulla disseminata di agavi, yucche ed enormi maguey con il loro pennacchio eretto e pronto a fiorire. Finalmente un cartello ci avvisa che la prossima deviazione a destra sarà l’inizio della strada di ventiquattro chilometri per Real De Catorce. Quando svoltiamo capiamo che “strada” è un eufemismo: ci aspettano decine di chilometri su un selciato ricoperto da pietre, ma queste non sono tagliate elegantemente come i sampietrini, sono semplicemente deposte con un fissante e solo leggermente smussate dal passaggio di veicoli. Ci manteniamo sui trenta o quaranta km all’ora per tenere le vibrazioni della moto a una frequenza sopportabile, continuiamo a planare sul pavimento di sassi mentre prendiamo quota copiando i declivi dolci delle montagne. Qualche camioncino sfinito ci sorpassa a tutto gas sferragliando e lasciandomi augurare che chi lo guida conosca queste terre come il palmo della propria mano: alcune curve infatti danno su strapiombi poco rassicuranti. A metà cammino ho bisogno di fermarmi per gustarmi meglio il paesaggio, farmi cullare un poco dal silenzio dopo aver spento il motore e guardarmi intorno con calma. Prima di ripartire do un giro di vite alla brugola del telaietto improvvisato del parabrezza che, con le vibrazioni, stava già cercando una sua autonomia dal resto della moto. Facciamo qualche foto dopo aver parcheggiato la moto vicino al monumento di un minatore realizzato saldando in un’accozzaglia antropomorfa un insieme di rifiuti metallici e pezzi di motore. Le miniere erano la pentola d’oro di questa terra, dopo il loro esaurimento e dopo vicende giudiziarie di risonanza internazionale contro le compagnie canadesi che estraevano metalli preziosi, quasi tutte sono state chiuse lasciando gli abitanti della zona, quelli che possono, a vivere di soli servizi per il turismo.

LONTANO DAL MONDO

Riprendiamo la strada e, per qualche km, saliamo ancora di più: senza rendercene conto raggiungiamo i 2.800 m di altezza con un ambiente intorno estraneo a quello che conosciamo in Europa. Non ci sono pinete, lagune, ghiacciai o natura silvestre, c’è solo il deserto, anzi tecnicamente “mezzo deserto” per via della presenza di piante cactacee, bassi arbusti ed erba secca. Arriviamo al paesino della “Luz” che porta questo nome da quando, un secolo fa, il presidente Porfirio Diaz omaggiò questo centro minerario di una delle più grandi invenzioni di quel tempo: la luce elettrica. Facciamo posare la moto per alcune foto con, sullo sfondo, le pareti cadute di edifici abbandonati, vestigia di una comunità che ha scavato la montagna per secoli in cerca di ricchezze sino a esaurirle e poi svanire. Negli ultimi decenni il posto è stato sfruttato per girare qualche film hollywoodiano, per il resto è un guscio vuoto. Attraversiamo il tunnel “Ogarrio” che prima che diventasse “il nuovo accesso” alla nostra meta era una vera e propria miniera, sbuchiamo sul versante meridionale delle montagne entrando ufficialmente in Real De Catorce. Real era il nome della moneta che si coniava con il metallo ricavato dalle miniere e Catorce, tradotto “quattordici”, deriva secondo alcuni dai quattordici banditi che vivevano in questo insediamento. La strada si fa impegnativa ma, con qualche sfrizionata e colpo di gas, mi disimpegno lungo ciottolati in discesa e in salita seguendo gli strani sensi di marcia che obbligano a girare intorno alla Cattedrale e allo zocalo, la piazza principale. Ci fermiamo a dormire all’hotel San Juan, dodici euro per una stanza, sicuramente la soluzione più economica dove, senza ancora saperlo, pernotteremo per una settimana intera. Sarà il tempo minimo per esplorare la zona e sentire la sua atmosfera particolare data dall’isolamento geografico e dalla storia di abbandono e riscoperta di questo “Pueblo Fantasma”. Cammineremo nel deserto “Wirikuta”, che significa “dove l’uomo è toccato da Dio” e saliremo sulla montagna sacra che i “Huichol”, una etnia poco contaminata dal meticciato culturale avvenuto con la conquista delle Americhe, raggiungono in un pellegrinaggio di 500 km. Andremo a vivere decine di chilometri dentro il deserto, accampandoci nella terra di un contadino, padre di tredici figli, che vive separato dal mondo. Con lui ci separeremo anche noi dal mondo, per pochi giorni, scoprendo che il deserto non è così “vuoto” come possa sembrare.

Claudio Giovenzana