TransLario: LA TRAVERSATA SUD-NORD DELLA SPONDA OCCIDENTALE DEL LAGO DI COMO
STERRATE IN QUOTA, CHE FANNO SEMBRARE IL LARIO UN FIORDO NORVEGESE

Le guerre rappresentano i massimi orrori cui riesce a pervenire la stupidità umana. Eppure, nonostante la scia di distruzione, morte e dolore che si lasciano dietro, qualcosa di buono lo lasciano, come le rotabili sterrate che raggiungono le fortificazioni montane. Le più famose, in Italia, sono quelle di confine tra Piemonte e Francia, quelle del versante orientale (specie tra Asiago e Cortina d’Ampezzo) e quelle della Linea Cadorna. Quest’ultima (chiamata ufficialmente Occupazione Avanzata Frontiera Nord, ma come nome era una purga, sicché le si preferì Linea Cadorna dal nome del generale che si attivò per crearla) fu un’imponente opera difensiva, realizzata tra il 1911 e il 1916, che serviva per proteggere Milano da un’invasione tedesca attraverso la Svizzera. Iniziava in Valle d’Aosta e finiva ai confini orientali della Lombardia. Questo sistema si rivelò quasi del tutto inutile: ci furono scontri solo sul Monte San Martino e in Val d’Ossola. Le varie strutture sono rimaste, così come le loro strade.

LA LINEA CADORNA

Per chi ama guidare la moto sugli sterrati, la linea Cadorna è una miniera: le 88 postazioni sono raggiungibili tramite una rete di ben 700 km tra sterrate e mulattiere! Le strade militari più famose che ci vengono in mente della linea Cadorna sono quelle di Plan Puitz in Valle d’Aosta, del Monte Zeda sul Lago Maggiore, del Campo dei Fiori sopra Varese, dei Monti Orsa, Martica, Marzio, La Nave, San Martino e Piambello sempre nel Varesotto, di Monte Bisbino, Passo di Orimento, Monte Sighignola, Monte Tremezzo e Passo San Jorio sulla sponda ovest del lago di Como e quelle del Monte Legnone, Monte Legnoncino e del Passo Dordona tra Lario e Valtellina. Oggi è molto difficile ricostruire un percorso che percorra tutta la linea Cadorna (ma è una grande sfida), anche perché non erano collegate tra loro: ad esempio, in una catena montuosa la fortificazione va messa sul punto di valico, perché la maggior parte delle vette rappresentano valide barriere naturali all’avanzata degli eserciti; pertanto, ci sarà solo la sterrata che collega il fondovalle al passo e non quella che collega tra loro le varie fortificazioni.

grandi classici

Però, osservando la carta del Lago di Como, sponda ovest, appare evidente che è possibile disegnare un entusiasmante percorso che comprende le sterrate del Bisbino-Sasso Gordona, del Galbiga-Tremezzo e del Passo San Jorio. Appartengono alla categoria “grandi classici” e sono collegabili tra loro, ma bisogna fare i conti con l’aumento dei divieti. Una volta si poteva girare senza problemi, ma siamo sempre più in un’era di limitazioni, imposizioni e contraddizioni a tutti i livelli. Il percorso classico aveva qualche tratto tosto ed era meglio farlo da nord a sud - e con un mono - per via della difficoltà della discesa dal Monte Bregagno. In sostanza, si saliva al Passo San Jorio da nord (Consiglio di Rumo) e si scendeva sulla mulattiera a tornanti stretti del lato sud, quella che finisce a Garzeno (28 km di sterrato di fila); quindi si attraversava il Monte Bregagno salendo da Rezzonico e scendendo in Valle Sanagra fino a Naggio, percorrendo un sentiero stretto e ripido (14 km di sterrato e sentiero); da qui si saliva al Monte Tremezzo (un tempo per la sterrata di Ponna, ma di recente è stata realizzata una ripidissima sterrata da Bene Lario lunga 11 km) e, entrati in Valle Intelvi all’Alpe di Colonno, si prendeva la mulattiera da 8 km del Monte Costone fino a San Fedele Intelvi. Poi c’era la panoramica traversata del Pizzo della Croce (11 km) quindi, passati in sterrato sopra Casasco, si entrava nella sterrata da 16 km che lambisce le vette del Sasso Gordona e del Bisbino, ormai sopra Como. In tutto oltre 150 km, dei quali quasi 100 sterrati. Era un’avventura bellissima, che oggi viene fatta in stile carbonaro, ovvero in settimana, col cattivo tempo, fuori stagione... Sono pochi i tratti che si salvano dai divieti: la strada dal Bisbino a Casasco, quella da San Fedele Intelvi all’Alpe Consonno, quella che da Boffalora sale alle trincee del Monte Tremezzo (talmente legale che è stata asfaltata fino al rifugio Venini) e, infine, la salita al San Jorio, ma solo fino a quota 1.700, sulla sella dove sorge il rifugio Il Giovo. E temiamo che la strada fino al rifugio verrà asfaltata, in base all’assurda logica dei sindaci per cui o vietano, o asfaltano. Nel caso del San Jorio hanno fatto bingo perché, da legale e sterrata, l’hanno trasformata in vietata, ma l’hanno pure cementata. Vale comunque la pena salire a piedi per vedere lo spettacolo dell’Adda che si trasforma in Lario a nord-est e della città di Locarno in riva al Lago Maggiore, a nord ovest. Ma vale la pena fare questo percorso, oggi, sempre sperando che non sorgano altri cartelli di divieto? Sì, secondo noi. Facendo la parte legale sono ancora 120 km, dei quali 60 sterrati. Ci passi sempre una bella giornata, anzi, bellissima; e la parte sopravvissuta la puoi fare anche con una bicilindrica, visto che le parti illegali sono quelle tecniche. Con la “vacca” non è comunque una passeggiata, quindi non è la classica gita da fare in due col GS 1200 perché ci sono diverse tratte impegnative, come la San Fedele - Alpe Consonno via Monte Costone, la discesa direttissima dal rifugio Giovo a Garzeno e la discesa dal rifugio Venini a Bene Lario (ma pare che stiano per vietare pure quella). Io, onestamente, preferirei un mono, non esasperato. Comunque, il primo settembre abbiamo deciso di fare quella che, ormai, chiamiamo la “TransLario Soft”.

IL TEMPO CAMBIA, ECCOME!

Per noi che facciamo i servizi fotografici durante i giri in moto, è importante avere una bella luce. L’ideale è il bel tempo, senza afa, col vento e il cielo blu cobalto. Ma arriviamo da una primavera/ inizio estate disastrosa, dove ha piovuto per quasi tutti i week end; e da un’estate di siccità, con afa, foschia e temperature folli, come i +41 °C registrati a Milano. Io ero in vacanza nell’Agro Pontino e sono tornato a casa (Milano) esattamente quando l’ennesimo anticiclone africano (Lucifero?) ha deciso di lasciare il posto a un’ondata di freddo. Sono salito in auto con +36 °C a sud di Roma e, quando sono arrivato a Milano, mi sembrava di essermi spostato di 5.000 km più a nord, visto che c’erano +15°! Quando abbiamo deciso di fare la TransLario, il tempo era devastante. Ha nevicato sopra i 2.200 m. C’erano +12° a 200 m. Annunciavano piogge per tutto sabato e domenica, tanto che la Motovigna, cavalcata del cuneese, veniva rinviata. Ogni tanto a me scappa un articolo dove elogio l’enduro sotto l’acqua (forse sono l’unico ad avere apprezzato la Motovigna 2011), ma questo non era il caso, per due motivi. Il primo: la forza di questo itinerario sono le viste che si hanno sul Lago di Como, specialmente dalla Colma di Bugone (1.110 m), dal rifugio Venini (1.560 m) e da alcuni tratti della salita al San Jorio. Ma se piove che panorama vuoi goderti? Il secondo: io posseggo sia una Suzuki DRZ400, sia una Honda Africa Twin. Quest’ultima non mi piace usarla con la pioggia, perché la sua trazione crolla e il divertimento lascia il posto agli immani sforzi di tenerla in piedi quando mi va via di culo. Tanto più che avevo una gomma dual-sport, con mescola dura e tasselli alla frutta. Ma la mia DR-Z è entrata nel tunnel dell’auto-distruzione: dopo avere grippato i cuscinetti dell’albero motore in Verdon (FUORI agosto 2012), due giorni prima della TransLario si sono schiantate due valvole sul pistone. Ed eccomi così incerto: vado a fare questa gita col brutto tempo e una moto con gomme lisce pesante 220 kg a secco? Ho deciso di sì, forzando all’inverosimile il detto “la fortuna aiuta gli audaci”. Un anno fa esatto avevo fatto la TransLario “Hard” e la giornata era stata calda e soleggiata, senza nuvole, ma le viste del lago sono da una tale altezza (al Venini si è a 1.350 m al di sopra del pelo dell’acqua, come 5 torri Eiffell una sopra l’altra!) che basta un po’ di caldo per non vedere nulla: colpa della foschia. Mentre non è detto che la pioggia sia garanzia di cattivi panorami. Se avesse piovuto col nebbione sarei stato fritto, ma se ci fosse stato vento ed aria tersa, coi nuvoloni neri? Sarebbe stato ancora più bello che col sole... Valeva poi la pena usare l’Africa Twin, per poter verificare se questo percorso è adatto alle bicilindriche anche con la pioggia. Sveglia alle sei del mattino: sentire lo scroscio del diluvio universale sulle finestre della mansarda mentre si sta sotto le coperte fa molto male al morale e al cuore. Come posso avere voglia di uscire dal letto caldo, vestirmi da moto - antipioggia compresa - e partire per fare delle foto panoramiche? Ma lo faccio. E mi metto pure il giubbotto elettrico, quello da Elefantentreffen, che ha anche il merito di scaldarti mentre, sotto il diluvio, l’acqua passa i vari strati e tu, senza elettrico, batteresti i denti. La pioggia è di tipo “cupola grigia”, è da disperati sperare in belle foto. A Cernobbio, quota 250 m, continua a diluviare.

il cielo ci fa la grazia

A quota 700 m entriamo dentro le nuvole basse, è nebbia fitta, è dire ciao a un servizio fotografico panoramico. Ma, quando arriviamo ai 1.100 m della Colma del Bugone, le nuvole si aprono e compare il lago sotto di noi. Ed è solo il primo di una serie di regali del mal-tempo: la Fortuna ha deciso di strizzarci l’occhio. Pioverà dalla mattina alla sera ma, quando raggiungeremo i posti giusti, smetterà, le nuvole si apriranno e uscira il sole per 30 secondi. Subito dopo, folate di vento porteranno nuvole assassine, di quelle che si chiudono su tutto, tu non vedi nulla ma ti accorgi che, insieme alla nebbia, sono arrivati anche dei licantropi assetati di sangue. Quanto all’Africa Twin, il fondo ha tenuto sempre, anche se c’erano svariati casi in cui mi sembrava di guidare sul filo del rasoio. Come sulle foglie fradice (è già autunno!) della salita sassosa dopo la Colma Crocetta, o sulla ripida salita ciottolata in uscita da San Fedele, o sullo stretto sentiero con gradini sotto il Monte Costone. Ma, per fortuna, non c’erano pozze di fango argilloso o salite sull’erba. Eppure è col cattivo tempo che è meglio fare queste cose, per non disturbare i camminatori a piedi, che abbondano col sole e stanno a casa con la pioggia. Ma i locali sono simpatici: il gestore del rifugio Bugone è abituato ad avere enduristi e quaddisti, mentre il pastore che vive alla Colma Crocetta mi ha chiesto se gli fotografavo le mucche. “E come faccio a darti la foto? Hai un supporto multimediale?”. “Ah ah ah! Non ho nulla. Stampala e portamela a mano la prossima volta che passi di qua!”. Ricordo anche una volta, che passai alle 21, quindi col buio, per l’Alpe Piambello. Qui ci sono due baite e un rifugio che, un tempo, era una caserma della guardia di finanza (la Svizzera è a dieci metri e questa è terra di contrabbandieri: il cantante comasco Van des Froos si chiama così perché ha dialettizzato la frase “andare di frodo”). Sentendo passare le moto, un uomo dentro una baita accese la luce, aprì la porta e ci venne incontro. Io, da fuoristradista con la coda di paglia, pensai che volesse insultarci, in quanto motociclisti. Invece il poveretto, che lassù viveva isolato, aveva finito le sigarette, era in astinenza e non gli sembrava vero che delle moto stessero passando davanti a casa sua a quell’ora, così ci chiese da fumare!

il paradiso coi divieti

Ma degli anni passati ricordo anche che, quando iniziai ad andare in moto (anni 80) ero convinto che le moto da regolarità potessero andare solo sugli sterrati e non nei sentieri, ma anche che in Italia ci fossero pochissime strade bianche e che queste fossero tutte segnate sulla mappa al 200.000 del Touring Club Italiano. Ricordo, ad esempio, la prova della Morini 350 Kanguro di Motociclismo del maggio 1983, in cui erano state fotografare delle mulattiere ciottolate del Campo dei Fiori a Varese (anche quelle della Linea Cadorna) ed ero colpito dalla loro esistenza. E mi stupii, quando qualcuno mi disse che, in Valle Intelvi, c’era una sterrata che portava da Ponna all’Alpe Consonno (oggi asfaltata). Non avevo ancora idea di che razza di paradiso del fuoristrada fosse! Lo sarebbe tuttora, se non ci fossero tutti quei divieti. Anche se siamo convinti che, se adottate le solite tattiche - girare in pochi, a bassa andatura, con scarichi silenziosi, fuori stagione, in settimana ed evitando le giornate di sole smagliante - non si darebbe fastidio a nessuno. Al rifugio Venini, che è gestito da gente veramente simpatica - e uno di loro va pure in moto - è arrivato quello che ci sembra il prototipo ideale di fuoristradista da Valle Intelvi. Un ragazzo molto simpatico, sulla quarantina, con una bellissima BMW R 80 G/S Paris-Dakar, che gira da solo, a passo tranquillo, per questi posti con grande esperienza perché li frequenta fin da piccolo. “Mio nonno aveva l’alpeggio di fianco a questo rifugio - ci racconta - ma, quando ero bambino, il Venini era solo una casa diroccata. Dentro ci crescevano ortiche alte un metro!”. Ci ha chiesto informazioni sulla Strada della Cuccà, tra Arsiero (VC) e Folgaria (TN), una rotabile militare piena di gallerie. Cascavamo dal pero, ma ci si rizzavano i peli delle braccia: e vai, stavamo per conoscere una strada nuova! Ma sono colpevole: questa Cuccà, ho scoperto poi, è segnata sulla 200.000 del TCI!