L'ESOTICO? COMINCIA DIETRO CASA
C'è chi è affascinato dal West, chi punta al Sol Levante, chi al Grande Nord, chi non smetterebbe di scendere a Sud. Mario Ciaccia, invece, è un cultore dell'esotico dietro casa: è convinto che non sia necessario allontanarsi molto per sentirsi dall'altra parte del mondo

Concedeteci questo articolo “autoreferenziale” che ruba spazio a voi lettori viaggiatori per parlare di uno di noi, Mario Ciaccia. La realtà è che volevamo rispondere a quanti ci chiedono ci scrivono, " Vediamo sulla vostra pagina Facebook tanti bei post di viaggi fatti in ogni parte del mondo, ma per chi non se li può permettere?". Non occorre rincorrere l'esotico per sentirsi viaggiatori, ci dice Mario, un  funambolo della scampagnata domenicale, nel senso che in maniera un po' perversa cerca il brivido percorrendo strade e sentieri dietro l’angolo. Che si tratti di praticare quello che lui chiama il fiuming, ovvero lo sport di costeggiare un corso d'acqua dalla sorgente alla sua foce (anche se nel mezzo ci sono muri o baratri da superare), o si tratti di organizzare qualche treffen (tour de force che prevedono infinite infilate di passi alpini con tendata possibilmente su neve). Non ne vogliamo fare un santino: non è che se gli proponete la Patagonia o l'Islanda ci sputi sopra, diciamo che riconosce pari dignità alle Highland scozzesi e a quelle lucane, al Fitz Roy e al Mont Chaberton (guardatevi l'album “Viaggi … veramente da sogno” sulla pagina Facebook di Motociclismo All Travellers). Da quando poi ha scoperto Google Earth e la possibilità di studiare e tracciare un percorso prima di partire per un viaggio con un buon livello di affidabilità, si è ancor più innamorato degli anfratti nostrani e passa gran parte delle sue notti  a progettare le sue gite da qui al 2020 (pretendendo dai suoi amici che diano subito l'adesione!). Per certi versi rappresenta due tipologie di viaggiatori che non siamo soliti pensare compatibili: il randagio cui piace una forte dose di imprevedibilità nelle sue uscite e il “GPS addicted” (non quello che segue la traccia, però, ma quello che la imbastisce).

Mario, tutti ti conoscono come il viaggiatore “randagio”, però hai questa passione per la navigazione… Come ci spieghi questa tua doppia anima?

Perché io vado in moto per divertirmi e a me diverte sia dormire in tenda sia studiare gli itinerari. Ho due amici che rifiutano la navigazione, dicono che il vero viaggio è andare in un posto che non conosci, prendere il primo sterrato e vedere dove porta. Riconosco che ci sia un fascino enorme nel loro modo di viaggiare, ma a me diverte di più il gioco di collegare tra loro due posti studiando il percorso, magari con una storia da seguire e dei punti memorabili da toccare. Il piacere del viaggio, per me, inizia quando apro la mappa cartacea e decido dove passare, per poi perfezionare il tutto col computer. Esempio, ho realizzato una Fidenza-mare alternando all’asfalto sterrati molto belli, da fare in due giorni: non ci sarei mai riuscito se non mi fossi messo a studiare il percorso a tavolino. Quanto al “viaggiare randagio”, io intendo come tale il girare con la tenda, mentalmente pronto a fermarmi a dormire dove capita. Quindi non mi pare di avere una doppia anima, tenda e studio preventivo del percorso sono due cose compatibili.

Come ti sei avvicinato al mondo delle coordinate?

Fin da piccolo ho sempre avuto la mania di studiare giri guardando le mappe, specialmente la TCI al 200.000. Nel 1978, a 12 anni, feci il mio primo giro in bicicletta dopo avere studiato una mappa, da Pesaro a Fontecorniale, con una Graziella. Mi colpiva il fatto che esistesse un villaggio alto 500 m sul mare così vicino... al mare. A fine anni 90 ero in auto con un amico e notai che questo teneva sul cruscotto un Gps Garmin, il primo al mondo destinato alla navigazione terrestre, quello che sembrava un Toblerone, con l’antenna orientabile, un vero pezzo di archeologia industriale. Era il primo Gps che vedevo e mi stupì vedere sullo schermo la freccina in movimento: eravamo noi! Allora ho subito pensato ai vantaggi di avere quella freccina in movimento sopra una mappa dettagliata ed è ciò che succede oggi coi Gps moderni. 

Quali sono i suoi limiti e le sue potenzialità?

C’è un limite etico che mi dà fastidio: il fatto di orientarmi nella natura sfruttando dei satelliti artificiali che vagano per lo spazio. Non è un fastidio ecologista, ma mi rende meno poetica la faccenda. Un po’ come quelli che viaggiano in moto con un furgone che li segue. Era molto più romantica l’epoca delle stelle, della bussola, del sestante. L’altro limite è che la stragrande maggioranza delle persone usa i Gps in maniera passiva, subendo il percorso anziché crearlo. Si fanno dare le tracce, non studiano la zona, usano i navigatori “vai a destra vai a sinistra”. Del resto, anche ai tempi delle mappe di carta erano veramente pochi quelli che le amavano e si divertivano a usarle. Poi mi domandi delle potenzialità del Gps. Suppongo siano immense, in direzioni che neanche riesco a immaginare, magari interfacciandolo con altri dispositivi. A breve termine vedo un futuro con mappe a tre dimensioni che ti mostreranno tutto quello che c’è intorno e che ti permetteranno di improvvisare alternative nel caso il percorso da te studiato risultasse impraticabile in qualche punto. 

Le mappe di carta sono proprio finite?

In teoria no. Per me, la pianificazione del viaggio inizia sempre con la mappa di carta. Inoltre, solo lei ti dà la visione globale del percorso. Però conosco sempre meno gente che le usa, oggi tutti si fidano ciecamente dei navigatori satellitari e vanno in panico quando questi hanno dei problemi. Nel 2009, alla cavalcata della Carnia, tutti i partecipanti ricevettero una mappa del percorso piuttosto dettagliata. All’uscita del paese di Reisach, in Austria, qualche burlone fece sparire le frecce. Ma non era un problema: la mappa che ci avevano dato faceva chiaramente capire che si doveva costeggiare il fiume Gail fino a Mauthen. Ma nessuno, tra quelli che vedevo intorno a me, pensarono a guardare la mappa. Telefonavano all’organizzatore, andavano avanti e indietro a cercare le frecce, bestemmiavano, insultavano gli organizzatori.

Come e quando hai iniziato a viaggiare in moto?

Fino ai 14 anni mi piacevano solo le auto, ma mia sorella nel 1980 ha comprato una Vespa PX150E e, per sapere quanto costava, prese una copia di Tuttomoto. Fu una folgorazione, da allora sono diventato un fanatico di moto e ho iniziato subito a sognare di viaggiare con la tenda legata dietro. Ma ci ho messo anni, i miei avevano paura (e avevano ragione). Considero basilari i Motociclismo del 1981, perché quell’anno pubblicarono una serie di articoli sulle Alpi Occidentali che considero i miei “romanzi di formazione”. La prima volta che mi sono sentito un viaggiatore in moto è stato solo nel 1984, quando con la mia Gilera Arcore 125, sempre di nascosto dai miei genitori, andai sul Po, a Pavia, ad appena 45 km da casa mia. Un viaggio cortissimo, ma le emozioni furono da viaggio vero. Trovai pure una chiesa sconsacrata! 

Come e quando hai scoperto la tenda?

I miei genitori erano campeggiatori da roulotte, ma mio padre raccontava sempre di quando andò da Pesaro al Passo Pordoi in bicicletta, dormendo in tenda. Quindi fin da piccolo mi sono abituato a campeggiare e, per emulazione figlio-padre, ho sempre dato per scontato che anche io avrei viaggiato in bici con la tenda, cosa che in effetti è successa. 

Qual è stata la prima volta che hai messo insieme moto+tenda?

Nell’agosto del 1985, a 19 anni, sono andato da Milano a Pescasseroli facendo collezione di passi appenninici, per circa 2.500 km, con la Gilera Arcore e mio fratello sedicenne seduto dietro. Dormimmo sempre in campeggio. Era la prima volta che dormivamo in tenda e trovavamo esaltante questo essere separati dal “là fuori” da uno strato così sottile di tessuto, perché c’è sempre piaciuto stare all’aria aperta, nella natura. Per questo, negli anni successivi abbiamo scoperto il campeggio libero, magari senza la tenda, ma dormendo all’aperto, in posti selvaggi e panoramici. Le prime volte eravamo terrorizzati e scoprimmo che un refolo di vento può creare dei rumori terrificanti, facendo vibrare le parti della tenda. Una notte, sul Passo Gavia, ci convincemmo che eravamo insidiati da un orso. Ma non c’era nessuno. 

Il viaggio che ha cambiato la tua vita?

Ahahahah, cambiare la vita è un po’ troppo, però ci sono stati diversi viaggi che mi hanno fatto capire cosa voglio da una motocicletta. Uno è stato il mio primo viaggetto invernale, sul Bernina, nel 1985. Quando mi ritrovai in mezzo a quelle immense distese di neve, respirando l’aria gelata, capii che non mi sarei mai fatto di eroina: avevo trovato la mia droga.

Poi c’è stata la Tunisia nel 1999, quando usai il Gps per la prima volta e scoprii il fascino di guidare fuoripista, ignorando le strade, seguendo solo la direzione e interpretando il terreno. Sai che devi andare dritto per di là, ma ci sono delle dune troppo alte, allora devi trovare il modo di aggirarle e poi di recuperare la direzione: è troppo divertente. Aggiungi che eravamo indipendenti, senza 4x4 di appoggio, con la tenda, cosa che per me aumenta immensamente il valore dell’esperienza.

Ecco poi il Portogallo nel 1998, importantissimo perché fu il primo viaggio con la fidanzata, ma non come passeggera, bensì come pilota della propria moto: e cambia tutto. Non è una persona che viene trasportata passivamente, ma una che prova le tue stesse sensazioni. Ed è la tua fidanzata. Pochi al mondo possono provare una cosa simile. Inoltre, mi piaceva la formula di viaggio: trasferimento al mattino, visita alle città il pomeriggio. Ma si può dire il nome di questa fidanzata?

Altro viaggio memorabile, il Po. Quattro giorni in cui mi sembrava di essere in un altro continente, invece ero sempre a due ore di moto da Milano. È stata la conferma che, se vissuti con un certo spirito, i viaggi dietro casa valgono quelli dall’altra parte del mondo.

Però devo citare anche dei viaggi in posti molto esotici come l’Oman o la Patagonia, che hanno avuto molta importanza, nella mia formazione, perché erano organizzati. Ci andai come inviato di Motociclismo, nel 2001 e nel 2005. Ed ho avuto la conferma che, per me, i viaggi organizzati sono delle esperienze sbiadite. I posti sono pazzeschi, ma li vivo dal punto di vista per me sbagliato e me li godo di meno di un Po fatto per i cavoli miei. Soffro, soprattutto, il fatto di essere soggetto continuamente ad orari e percorsi imposti da altri e di non poter decidere variazioni o soste impreviste, se un posto mi piace. 

Dicci almeno tre località italiane degne della fama di grandi mete esotiche (straniere).

Dio, che imbarazzo... Tre località sono troppo poche! Mi vengono in mente il Monte Chaberton al confine tra Francia e Piemonte (una mulattiera vertiginosa che porta a un forte a quota 3.130 m, dalla storia tragica); la Pietra Perduca (un sasso scuro a forma di balena, con in cima una chiesetta e una vasca piena di tritoni); il villaggio di Montespluga, in cima al lago di Como (d’inverno è l’Antartide italiana); il Passo Giau sulle Dolomiti (circondato da montagne erette da architetti); l’Altopiano del Rascino in Abruzzo, che forse è un po’ meno ipnotico del Pian Grande di Castelluccio di Norcia, ma ha il laghetto con la casina di pietra sulle sue rive che fa pensare ad Harry Potter (sembra assurdo che, in un posto così idilliaco, nel 1974 si sia svolto un conflitto a fuoco tra forze dell’ordine e Giancarlo Esposti, un militante di Avanguardia Nazionale che era stato accusato della strage di Piazza della Loggia a Brescia. Ed era di Lodi, costui!). Mi piacciono anche gli altopianetti dei monti Simbruini, dietro Salerno, le “Highland” della Basilicata tra Potenza e Melfi e la folle Scala dei Turchi in Sicilia. 

Tu hai eletto come moto totali per viaggiare le tue moto (Honda Africa Twin e Suzuki DR-Z 400) ma se dovessi creare la tua moto ideale, partendo da moto nuove in commercio?

Vorrei una moto col motore della Moto Guzzi V7 Classic e la ciclistica della Suzuki DR-Z400. Peso massimo 150 kg.

Tu hai esperienza di viaggi in solitaria, viaggi di coppia o di gruppo, alla fine qual è la tua dimensione?

Quattro amici per la pelle, o una coppia di lui-lei molto innamorati.

Tutti sognano il viaggio-evasione, il giro del Mondo, il posto più esotico e lontano. Tu sogni l’Italia?

No, no, anche io sogno il Viaggione. Ma ho 47 anni e mi piace fare le vacanze coi miei bambini, oltre che vederli crescere: credo di avere perso il treno per il Giro del Mondo. A 20 anni ero convinto che avrei fatto dei viaggi pazzeschi. Ne ho fatti di molto belli, ma di un mese al massimo. L’esperienza del viaggio che dura anni, alla Ted Simon o alla Gionata Nencini, avrei potuto farla intorno ai 25 anni, avevo la mentalità giusta, ma pensavo che ci sarebbe stato il tempo. E quel treno è passato. Anche se vedere cosa sta facendo oggi Ted Simon, a oltre 70 anni, mi fa molto bene al morale. Il giro del mondo in 8 anni non lo farò, ma prima di morire voglio prendere un mono da 650 cc e farmi la Milano-Mongolia, via Pamir e Ladakh. Ho fatto però dei brevi viaggi un po’ ovunque – Australia, America, Asia, Africa – e ho visto posti molto famosi, come le dune della Libia, i deserti della Patagonia, le foreste del Congo, la baia di San Francisco, la Barriera Corallina ecc. ecc. e sai cos’è successo? Che più ne vedevo e più apprezzavo i posti vicini a casa. È come quando conosci una persona famosa e scopri che, per quanto interessante, è pur sempre un essere umano, come te. È una patina di mito che viene via. Così, tornavo dall’Atlante marocchino – bellissimo, sconvolgente – e, una volta a casa, apprezzavo di più non solo le bellezze canoniche italiane come il Monte Bianco o le isole Tremiti, ma persino le campagne intorno a Milano, che tutti schifano, invece grondano di poesia e di storia. Quindi io non sono come quelli che dicono che un viaggio non è tale se non misura almeno 10.000 km, ma sono arrivato alla forma mentis di trovare interessante il Mondo in ogni suo angolino, anche quelli che non sono considerati grandi mete turistiche. Credo che qualcuno abbia deciso, per tutti, che i posti notevoli del mondo fossero solo alcuni, trascurando tutti gli altri. E da quando sono piccolo sento parlare sempre degli stessi posti, quando poi mi capita, quasi per caso, di scoprirne tanti altri che conoscono in pochi. È entusiasmante essere arrivato quasi a 50 anni con ancora un sacco di cose da scoprire, tipo piatti della cucina italiana o località in giro per il mondo di cui non sapevo nulla. Proprio oggi, grazie al collega Codognola, ho scoperto l’esistenza delle rocce di Manupupuner, nel nord est della Siberia. 

Prova a convincere in 140 caratteri (un tweet) un lettore ventenne a provare l’esperienza del viaggio.

Non puoi pensare che il tuo mondo sia tutto il mondo. Devi aprirti e andare ovunque, anche dove adorano i topi come fossero dei. 

Prova a convincere in altrettante battute un ventenne a diventare motociclista.

Andare in moto è come volare stando attaccati alla terra. Hai idea di quanto sia piacevole spostarsi sul globo seduti su un coso simile? 

I viaggiatori che ti hanno più ispirato?

Per lo più quelli che hanno scritto dei libri che facessero capire cosa li spingeva a viaggiare. E che in ogni località trovavano riferimenti a storie o personaggi, perché il bello del viaggiare si divide in tre: vedere paesaggi e città interessanti, conoscere persone che vivono in maniera diversa da noi e apprendere storie legate ai luoghi. In testa a tutti metto Robert Louis Stevenson che, nel suo “In viaggio con un asino nelle Cevennes”, ha espresso il manifesto del viaggiatore: “Per quel che mi riguarda, io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo appuntito di selci taglienti”. Dopo che leggi una roba simile hai finito, non si può dire più niente sul viaggiare che non venga esaurito da quelle righe.