"Tendata in quota 2" : "The Big Snow"
Più di cento viaggiatori si sono ritrovati sul Passo Sempione per partecipare alla nostra "Tendata in quota 2" ma, soprattutto, per vivere una delle nevicate più potenti dell'inverno. Alla grande festa "bianca", questa volta, c'erano traveller a motore e a pedali...

Il cosiddetto mal d’Africa è socialmente accettato, presso i motociclisti. Non ci pare di avere mai sentito nessuno dire: “Ma che gusto c’è ad andare in mezzo al deserto, in mezzo al Nulla, col caldo che ti sfianca e i grossi pericoli del guidare sulla sabbia, senza ospedali nelle vicinanze?”. Invece il mal di Neve trova parecchi detrattori e divide nettamente i motociclisti. I motivi irrazionali per soffrire di tale malattia sono più o meno gli stessi del mal d’Africa, ovvero l’utilizzo della moto immersi in un paesaggio che non è pura estetica, ma va oltre, perché influisce sui sentimenti: c’è chi si sente felice in un deserto di dune, così come in una tormenta di neve a 2.000 metri. Ma c’è chi non lo capisce e si indigna. Così c’è una netta divisione tra i motociclisti, con una forbice molto ampia tra chi adora i raduni invernali e chi li condanna. Ma noi siamo molto contenti di avere fatto la nostra seconda tendata invernale durante una bufera che ha fatto cadere al suolo un metro di neve in poche ore. Avevamo oltre cento prenotazioni e cento sono venuti e la cosa ha dell’incredibile. Il luogo scelto, il Passo Sempione in Svizzera, alto 2.005 m, sarebbe stato investito da una violenta nevicata proprio durante il weekend stabilito a fine febbraio. Sulle pagine di Motociclismo All Travellers ponevamo la domanda: “Rimandiamo?”.

I CULTORI DELL'INVERNO

Le risposte ci stupivano, il tenore era più o meno questo: “Non ha nevicato all’Agnellotreffen, non ha nevicato all’Elefantentreffen, finalmente questa volta saremo contenti”. In pratica, abbiamo attirato l’interesse dello zoccolo durissimo del mototurismo invernale, gente esperta, che s’è presentata con i vari sistemi che permettono alle moto di non scivolare sulla neve: chiodi, catene, calze, gomme tassellate a mescola morbida. Quella invernale è una piccola nicchia del mototurismo, praticata da persone che amano il clima rigido e che sono equipaggiati come si deve a livello di abbigliamento, di ruote della moto e di attrezzatura da campeggio. Sono in grado di attraversare un passo alto duemila metri in piena bufera e pure di passarci una notte in tenda e questo non lo fanno per sentirsi machi, ma perché amano queste condizioni climatiche, ne subiscono il fascino. “Non è una questione di cattivo tempo, ma di giusto equipaggiamento” dice un proverbio svedese che calza a pennello con la nostra tendata del Sempione.

LA NEVE È "ILLEGALE"?

Il problema è che alla maggior parte dei motociclisti l’inverno non piace: è normale. Ma questo ha fatto sì che l’industria motociclistica non si sia specializzata più di tanto nel produrre accessori da freddo; e anche che le moto non vengano viste di buon occhio, dalle autorità, quando nevica. Fino agli anni Duemila, d’inverno, non si vedeva quasi nessuno andare in giro in moto. I pochi che osavano usarla per tutto l’anno si salutavano calorosamente, quando si incrociavano. Eppure, a raduni invernali come l’Elefantentreffen ci andavano fino a ventimila persone, come succedeva a Salisburgo negli anni Settanta. Per quanto folle e senza senso, l’arrivare a Salisburgo (e in seguito a Loh) a tutti i costi, anche quando nevicava, veniva vissuto con lo stesso spirito di una scalata alpina. Queste persone si creavano in casa gli accessori per resistere al freddo ma poi, al di fuori del raduno, d’inverno giravano in auto. Solamente a partire da una quindicina di anni fa, quando è esploso il boom dello scooter, le città si sono riempite di persone che usavano le due ruote anche d’inverno. Non erano e non sono sempre appassionati di moto, usano per lo più lo scooter per motivi pratici, come vitare il traffico e trovare parcheggi al volo. Ecco, queste persone, andando anche d’inverno, hanno finito per venire sorpresi dalle nevicate.

TRA CATENE E "CALZE"

Gli incidenti, le cadute sono aumentate rispetto al passato e così, mentre le autorità hanno deciso di vietare l’uso delle moto durante le nevicate, all’opposto sono arrivati timidi segnali da parte dell’industria motociclistica: vedi le gomme lamellari per scooter (che tengono sorprendentemente bene) o le catene Wunderlich da moto, omologate TUV in Germania. Quindi ci sono due strade parallele che, per ora, non si incontrano, ovvero la legge che rema contro (ma che non fa ancora parte del Codice della Strada) e l’industria che sta capendo che le moto non sono condannate alla caduta certa, ma che potrebbero essere equipaggiate a dovere. Solo che ci si scontra con una mentalità ancora ostile: molti “moralisti da tastiera” predicano contro le moto sulla neve, ritenendo che siano destinate alla rovina, senza pensare che con chiodi o catene le cose non stiano così. E se la pensano così molti motociclisti, figuriamoci chi fa le leggi e in moto non ci va neanche. Chi pratica il turismo invernale da anni ed ha trovato il modo di marciare in sicurezza, spesso usa accessori omologati per le auto, ma non per le moto, pur funzionando benissimo. Al Sempione abbiamo avuto modo di provare una BMW R 1200 R equipaggiata con le calze automobilistiche, che si montano molto in fretta (anteriormente è stata tagliata e poi chiusa con il velcro) e che hanno una trazione impressionante. Noi usiamo da anni le catene rompighiaccio, che hanno le maglie a sezione quadra disposte per lungo e che, quindi, si possono usare anche sulle gomme tassellate. In diversi avevano il kit di chiodi della Best Grip, che si piantano a mano dentro lo pneumatico, in pochi minuti. Quando finisce la neve, ovvero quando il fondo stradale torna ad essere pulito, si può scegliere: o si levano i chiodi, senza conseguenze per la gomma oppure ce li si tiene per tornare a casa e levarli poi con calma: se si guida felpati, i chiodi tengono anche sull’asfalto. Il raduno iniziava ufficialmente il sabato, ma una dozzina di persone, noi compresi, è salita fin dal venerdì, già dall’ora di pranzo.

"OSPIZI" E AQUILE

Il Sempione è uno dei valichi più noti delle Alpi, perché è usato fin dall’antichità per collegare l’Italia alla Svizzera e alla Francia. Fu Napoleone a costruire la prima strada a misura di esercito e di carrozza e la cosa viene ricordata dalla statua di un’aquila. Alcuni partecipanti si sono presentati con in testa il cappello di Napoleone, anche se andrebbe detto che questa strada gli permetteva di invaderci meglio. Chiaro che si trattava di una goliardata, un pretesto per travestirsi da qualcosa di attinente. Sul passo si trovano due ospizi, distanti due chilometri tra loro: uno, a quota 1.870 m, risale al 1235 e l’altro, posto esattamente sul valico, a quota 2.000 m, è stato terminato nel 1831 e la sua costruzione è stata ordinata da Napoleone. A tutt’oggi è gestito dalla congregazione dei canonici del Gran San Bernardo. Soprannominato “lo Shining svizzero” per il suo aspetto inquietante, ci sembrava il rifugio ideale cui appoggiarci per la tendata ma, da quanto ci è stato detto, è più posto da pellegrini che da motociclisti. Per fortuna, dall’altra parte dell’Ospizio c’è l’albergo Monte Leone (in onore della cima alta 3.554 m che sovrasta il passo), dalla caratteristica forma a torre cilindrica, che si è dichiarato entusiasta di organizzare una cena per un centinaio di traveller. Ricorda le strutture cilindriche che l’architetto Bottino eresse a Sestriere e a Campo Imperatore negli anni Trenta, ma pare che non sia di sua mano; è gestito dalla famiglia Zaino, che ha origini salernitane. La stranezza del Sempione è che il confine con l’Italia non si trova esattamente sul passo, come storicamente succedeva, ma in fondovalle, sul nostro versante. Ogni tanto si vedono situazioni di questo tipo, ovvero di confini naturali che non coincidono con quelli politici. Oltre che sul Sempione, questa cosa succede anche sul Nufenen, sul San Gottardo, sul San Bernardino, sul Maloja, sul Bernina, sull’Ofen. Ciò significa che se trovi nel Sempione un valico perfetto per la tendata in quota, questa si svolgerà interamente in territorio svizzero. Il che comporta alcuni limiti: i prezzi di vitto e alloggio sono più elevati; i contadini locali non usano produrre paglia in eccesso scopo vendita, così abbiamo dovuto acquistarla in Italia e importarla (a pagamento) in Svizzera; ma non siamo pentiti, perché il valico si prestava meravigliosamente al nostro raduno invernale. La location ideale, per noi, è un passo ampio, quasi un altopiano, con un rifugio-ristorante cui appoggiarsi e una strada probabilmente sempre aperta o comunque quasi sempre pulita. Il paesaggio dev’essere ai massimi termini. E il clima… Beh, inutile dirlo: deve nevicare. L’ideale sarebbe, poi, che tutti i partecipanti sapessero quello che stanno facendo, ma non è stato proprio così: alcuni si sono presentati con gomme stradali, o tassellate a mescola dura (che hanno poco grip sulla neve, a dispetto dell’estetica), senza catene, o con catene artigianali che si spaccavano subito, o addirittura con fascette da elettricista (assolutamente inutili). Tanto entusiasmo ci fa piacere, ma non va bene: se si hanno i soldi per una BMW R 1200 GS Adventure, perché non averli anche per una catena Wunderlich, una Koenig P1 o un kit di chiodi Best Grip? È vero che in Svizzera sono efficienti e puliscono le strade ma, quando nevica tanto, lo “spazza” comprime la neve senza mandarla via, creando uno zoccolo ghiacciato ancora più scivoloso della neve fresca.

IL SABATO DEL VILLAGGIO

Le previsioni meteo parlavano di una nevicata costante dal venerdì a pranzo fino a tutta domenica, con il massimo dell’intensità tra la notte del sabato e il mezzogiorno della domenica. La nevicata veniva data come moderata fino alla sera del sabato. I siti svizzeri davano schiarite per il sabato, quelli italiani no. Di fatto avevano ragione entrambi, perché il passo faceva da spartiacque tra il bello e il cattivo tempo. Cioè, in Svizzera e sul versante nord del passo era bello; da noi no. Arrivare il venerdì, come abbiamo fatto, ci ha fatto assaporare l’attesa per la Grande Nevicata. Montare la tenda non era facilissimo: fioccava senza attecchire, ma c’era molto vento, come tipico sui passi. Le tende venivano ancorate con due tecniche: o con pali di metallo prelevati dalle vecchie canadesi, o con sacchetti riempiti di neve.

CICLISTI & "PICKER"

Il raduno, forse per la prima volta nella Storia, era aperto sia ai motociclisti, sia ai ciclisti, con lo spirito da viaggiatori. In queste condizioni, essere su due ruote, a motore o a pedali che siano, permette di condividere emozioni molto simili. I ciclisti (una decina) alivano tutti da Domodossola a parte il primo ciclista ad arrivare, Ferruccio Giannini, che prendeva il treno a Trieste e scendeva a
Briga, in Svizzera: “Sul versante svizzero c’era il sole – spiegava – quindi la mia salita l’ho fatta da là”. 1.300 m di dislivello, con una full suspended con ruote tassellate da 26”. Ferruccio è quel partecipante del Pick The Peaks che a ottobre, volendo i 500 punti del bonus Caccia al Ciaccia, s’è fatto una notte all’addiaccio a Misurina, ma è abituato alle condizioni estreme praticando la speleologia. Dicevamo che tutti gli altri ciclisti arrivavano da Domodossola: sono 50 km di salita per 1.700 m di dislivello. Trovavano pioggia fino a circa 800 m di quota, poi neve e, infine, sul passo, qualche sprazzo di sole. Ma la strada restava pulita tutto il tempo. Nel gruppo di biker a pedali c'era Ale Fox, una ragazza che da 4 anni si muove solo in bici (una Lombardo front suspended con cerchi da 29"), con cui ha attraversato l'Europa e parte dell'Australia; Danilka Livieri su fat bike; Francesco Palmieri (del gruppo musicale Suoni Clandestini) su city bike (!); Giammaria Offredi su Specialized Awol , una gravel (bici da cicloturismo su sterrati); Massimo Nagini e Daniele Camedda su full suspended da 26" rispettivamente KTM e Cannondale. Sul passo trovavamo altri partecipanti a Pick The Peaks 2015 come Leo Pezzoli (primo classificato) e Luca Fonio (terzo classificato). La strada è rimasta pulita fino a sera, quando s’è messo a nevicare forte e gli spazzaneve hanno diminuito la loro frequenza. La minima della notte è stata di -7°. La notte precedente, invece, -18°! Il mattino dopo la strada era ancora sporca, così una coppia di Genova, desiderosa di visitare Briga, ha montato i chiodi sulla sua BMW R 1200 GS Adventure; appena hanno finito gli spazzaneve hanno pulito completamente la strada. Fino alle 11 di mattina non è arrivato nessuno e ci dicevamo: “Era prevedibile. Tempo troppo cattivo”. Poi hanno iniziato ad arrivare gruppi più o meno grandi di moto (il più folto forse quello dei BMWisti torinesi), fino a superare il centinaio. Tra quanti arrivavano era difficile capire chi fosse bene equipaggiato e chi no, dato che catene, chiodi e calze stanno nei bagagli, finché non attacca. Alcuni partecipanti erano delusi, volevano la neve, volevano guidarci sopra. Li confortavamo dicendo: “Tranquilli, domani la neve ci sarà”. Notavamo anche alcune moto con le gomme Anlas lamellari esplicite per l’uso invernale, che abbiamo provato all’Agnellotreffen e che ci vevano stupito per la trazione in salita, meno per la tenuta dell’avantreno.

ARRIVA LA BUFERA!

Verso sera arrivavano nuvole nere, il vento aumentava e si metteva a fioccare come si deve: la tanto attesa bufera. La maggior parte dei partecipanti (90) si rintanava nel rifugio per la cena, una ventina di "duri e puri" rimaneva nell'accampamento, a chiacchierare e mangiare all'addiaccio, su divani di paglia. Ora, sono in molti a trovare assurda l’idea passare la notte in una tendina mentre fuori mette giù un metro di neve. Spesso si cerca di trovare una spiegazione razionale sul perché fare certe cose. Ci proviamo anche noi: dando per scontato che una tormenta di neve sia affascinante, è altrettanto affascinante poterla vivere da vicino, da dentro, stando protetti solo da una casetta portatile, che ci possiamo portare dappertutto ed è ospitale una volta montata. Si sta sdraiati separati da una condizione metereologica estrema e bellissima solo da un millimetro di stoffa. Questo spiega come mai, il mattino dopo, tanta gente era entusiasta. Le tende erano sommerse, ma non crollavano. All’interno faceva molto caldo, un po’ perché la minima è stata di -4°, quindi non particolarmente cruda, poi perché all’effetto isolante di tenda, sacco a pelo in piuma d’oca, materassino e paglia si aggiungeva quello della neve. Praticamente eravamo dentro igloo di neve rivestiti di nylon. C’è stato, però, chi aveva freddo ed è andato a chiedere ospitalità all’albergo. E poi, ecco arrivare la mattina dopo, con neve fresca dappertutto. Le moto sommerse. La gente che spalava per cercare la propria. I tentativi di avviamento. Il tipo di Asti disperato perché, emplicemente, gli sono cadute le chiavi per terra. Ma se per terra c’è un metro di neve fresca, le chiavi le saluti. La moto è stata portata a valle dal nostro fedelissimo e pazientissimo collaboratore Luca Nagini con il suo furgone (grazie a lui abbiamo trovato anche la paglia, da un contadino di Varzo). Nota triste: le tre pale del rifugio sono sparite. Chi le ha chieste per spalarsi la via o la buca per la tenda non le ha restituite, le ha lasciate “per terra” e poi sono state sepolte. Paola Verani non trovava le scarpe: la neve era entrata dentro la veranda e, per trovarle, abbiamo dovuto scavare parecchio. Tra le nove e le undici della mattina c’è stata una febbrile attività di estrazione, catenamento, chiodatura della moto. Degli otto ciclisti, tre sono andati via in auto, quattro sono scesi a Briga per completare la traversata e uno, Ferruccio, è andato a Domodossola per lo stesso motivo, essendo salito da Briga. Le Vespa con le gomme lamellari andavano alla grande. Un pisano con una Triumph Tiger equipaggiata con le Anlas lamellari finiva a terra due volte e rinunciava: il nostro Luca Nagini lo salvava e così salvava Arianna Lenzi, giunta con la sua Honda CB500X dalle gomme stradalissime, senza uno straccio di catena e con la quale, per giunta, tocca con le punte. Adesso pare che sia in cerca di una Beta Alp tassellata… Alcuni decidevano di restare lassù un’altra notte, aspettando un miglioramento, come Alessandro Corsi, uno dei tre romani presenti (gli altri due erano Federico Leccese e Emanuele Di Simone), che hanno vinto il premio dei traveller rovenienti da più lontano (un piumino Spidi da indossare sotto la giacca). Ma non si è risparmiato di certo neanche Maicol Bettucci,che è partito da Macerata, ha raggiunto il Sempione e poi è tornato a casa passando per il Passo Maloja, l'Engadina e il Passo Resia!