Hardalpitour parte sesta, ovvero la Extreme, l'anello finale
Manca "solo" l'anello finale: 270 km dichiarati, 250 effettivi e la seconda notturna della Hat, durante la quale affrontiamo il più bel passaggio mai visto in sei anni di Hat

Mario. Siamo alla partenza della Extreme, ovvero una notturna lunga 270 km. Ho dormito solo un'ora, sono curioso di vedere quanto reggerò. Ma la partenza da duemila metri, sospesi a metà tra le montagne illuminate dalla luna piena e il fondovalle nero come il fondo degli oceani, è talmente emozionante che mi dimentico persino di avere sonno.

Dario. Niente pedana e niente ombrelline questa volta, solo tanta nebbia e tanto buio, ma fortunatamente niente pioggia. Le luci del gruppo davanti a noi sparirono nella notte umida e l'organizzazione ci dà il via; abbiamo lasciato che tutto scorra e siamo riusciti ad arrivare sino a questo punto, ora l'obiettivo ultimo è continuare a cavalcare la corrente e fare in modo di arrivare sino alla fine la mattina dopo, un passo alla volta, più sani e più salvi possibile.

Mario. Siamo pronti per partire. Al via vedo che le tre CCM ci sono ancora tutte. Sono guidate da tre inglesi piuttosto avanti con l'età: uno di loro è il titolare in persona, Austin Clews; poi ci sono Steve Hague, che ha partecipato a due Dakar circa dieci anni fa e Robert Bentham, che è stato campione europeo di cross negli anni Settanta. Le moto sono ancora intatte. Invece della squadra di MCN è rimasto solo uno. Gli altri due, tra i quali c'è Mark Richardson degli Skunk Anansie, hanno concluso la Hat completamente sfiniti e con enormi vesciche alle mani, per cui hanno deciso di fermarsi. Vedo anche facce note nel giro degli amanti di queste lunghe traversate, come Maci e Walla Walla del club italiano delle Yamaha Ténéré. Mi domandano ridendo del tipo finito nel burrone, finché non capisco che io parlo di quello che è finito di sotto con la KTM 660, mentre loro parlano di uno, credo tedesco, a cui è finita di sotto la moto mentre faceva pipì. "Twenty years together... and now it's all finished..." pare che dicesse come una litania. Dicono che la sua moto sia esplosa, precipitando per un bel pezzo, ma che lui sia tornato in seguito con una squadra per recuperarla. Della squadra Azzurro Rosa manca solo Stefano Trovanelli, quello che è volato di sotto davanti ai miei occhi: non so il motivo ma, ovviamente, penso che le botte rimediate con quel tuffo si siano fatte sentire, nelle 24 ore successive.

Dario. La discesa dal rifugio è così lenta che mi sorpassano altri due gruppi partiti dopo di noi, ma non me ne frega nulla... Se cadessi in questo fango a pochi metri dalla partenza mi rialzerei solo domani mattina, dopo svariate ore di sonno, quindi prudenza è la parola d'ordine. A Sestriere facciamo una brevissima sosta per avvisare mogli e fidanzate della nostra decisione, anche se forse non le tranquillizziamo proprio del tutto. Staccati i telefoni ripartiamo per l'Assietta, stavolta da percorrere al contrario e di notte, sino al Colle delle Finestre.

Mario. Adesso sono bello carico. Spiego ai compagni che questa è un'occasione per riscattare le varie sfighe che ci hanno colpito nella prima tappa. "Partiamo regolari, facciamo poche soste fotografiche. L'importante è riuscire a vedere l'alba dalla vetta dello Jafferau". "Mario, ma ti rendi conto che non abbiamo ancora fatto benzina e che a Sestriere il distributore è chiuso?". Mi cade la mascella. Siamo al via... e già stiamo buttando via tempo, perché ci tocca deviare per Cesana Torinese a fare benzina. Iniziamo a scendere, ma questa cosa già mi devasta il morale. Nel buio del bosco di notte, all'improvviso, veniamo illuminati da una luce aliena che ci piomba alle spalle. Sono le tre CCM, equipaggiate coi faretti aggiuntivi. Rispetto al mio faro Trial Tech, che ha 70 Watt ma non li dimostra, quei faretti stanno come una cometa a una candela. Ci superano con eleganza, salutando con la gamba tesa, con queste moto bellissime che fanno una luce da astronave. I tre guidano in piedi sulle pedane, con molta naturalezza e in pochi secondi ci hanno già staccato.

A Cesana perdiamo un sacco di tempo. Anche qui il distributore ha finito la benzina e dobbiamo andare verso Oulx a cercarne un altro. Io poi cerco sempre di tenere aggiornato l'All Travellers di Facebook, inviando foto in tempo reale, ma è una cosa lunga. Passo la foto dalla fotocamera al telefono, ma ci mette tempo. Danilka e Nagio, giustamente, si scocciano ma rispettano questa cosa, sanno che per me è lavoro. Insomma, siamo partiti alle 22 ma solo alle 23.30 riusciamo ad affrontare la salita per il Colle Basset, che è il primo per chi fa la Strada dell'Assietta al contrario. L'abbiamo percorsa nel pomeriggio, adesso la rifacciamo. Ma al buio è tutto diverso. A quest'ora li abbiamo tutti davanti, siamo ultimissimi, come al solito. C'è un punto, alto verso i 2.500 m, dove si riesce a vedere la strada molti km più avanti. Ed è deserta. Solo a un certo punto vediamo il bagliore di tre luci: sono i penultimi in classifica, anche se qui una classifica non c'è. Ma fa comunque impressione sapere di essere gli ultimissimi di una transumanza a due ruote.

Dario. La fangaia della mattina si rivela meno tragica del'andata e, in generale, tutto il percorso mi sembra più facile e scorrevole, ma è chiaro che dipende da quel poco di riposo che sono riuscito ad accumulare. Facciamo la prima sosta proprio al Colle delle Finestre e ci godiamo un po' di silenzio alpino, mentre la nebbia sale dalla valle sottostante.

Mario. Ci diamo la carica: "Adesso si tira. Zero soste". Ma ne facciamo una sul valico dell'Assietta: "Dai, ci sta la foto notturna sul passo". Poi iniziamo a scendere... e andiamo in vacca. Perché vediamo tutto un pezzo di strada che si arrotola sotto di noi, con la luna piena. "Come facciamo a non fotografarlo?". Ma la messa a fuoco notturna delle Sony Nex, manuale o autofocus che sia, fa schifo. Per fare quella foto, con la scia di Nagini che scende, ci metto mezz'ora. E non viene bene: sembra che la strada abbia preso fuoco. Durante questa mezz'ora veniamo attaccati da due grossi cani, presenze inquietanti a 2.200 m verso l'una di notte. Elaboriamo il Postulato del Cazzaro: "Se sei ultimo e perdi mezz'ora per fare una sola foto, non arrivi primo".

Dario. Prima di essere fagocitati dalle nuvole decidiamo di riprendere la strada e ripartire verso la valle di Susa; una giostra di tornanti asfaltati ci accompagna sino in valle, regalandoci un po' di buonumore e di energia mentale...

Mario. Io e Dario non siamo sintonizzati. Al contrario suo, buonumore ed energia mentale mi abbandonano mentre saliamo al Colle delle Finestre, a quota 2.170 m. Ho freddo e ho dei colpi di sonno pazzeschi, per cui Danilka mi suggerisce di fermarmi per il canonico "quarto d'ora di sonno scomodo". Rispondo di no: siamo a quasi 2.200 m e ho molto freddo, per cui annuncio che andrò a dormire più a valle, a quota 1.500 m, accanto alla casetta che segna la fine dello sterrato e l'inizio dell'asfalto. Gli altri si fermano a cambiare un pistone e mi dicono ciao. No, scherzo, si fermano per fare qualcosa e mi dicono "Va' pure, che ti raggiungiamo". Ma questa cosa è pericolosissima: faccio tutta la discesa in preda ai colpi di sonno e si tratta di una sterrata con tornanti stretti, burroni e zero parapetti. Se finissi di sotto, non se ne accorgerebbe nessuno. Inoltre devo essere veramente bollito, se penso che a 1.500 m farà molto meno freddo che a 2.170.

Invece quando arrivo alla casetta fa effettivamente meno freddo, forse perché adesso sono dentro un bosco. Mi sdraio su un muretto, metto la borsa fotografica sotto la testa (come patetico cuscino-antifurto) e mi addormento all'istante. Gli altri non mi hanno ancora raggiunto: che ci siano finiti loro, giù dal burrone?

Il quarto d'ora scomodo si dilata verso alcuni suoi multipli. Mi sveglio un'ora e un quarto più tardi. Ho sempre sonno, ma mi sono svegliato da solo. Accanto a me ci sono Danilka e Nagio. Danilka dorme col casco in testa, che gli fa da cuscino. Ripartiamo, ma non mi sembra di stare messo molto meglio. Sto imparando una cosa fondamentale: "Tra una Hat e una Extreme, sarebbe meglio dormire".

Dario. Ho acquistato solo energia mentale e non fisica però, infatti dopo aver sbagliato un bivio prima di riprendere nuovamente la strada sterrata, mi sdraio da fermo mentre tento di girare la moto: la causa? Volevo mettere il piede a terra ma non sono riuscito a muovere la gamba!

Le sterrate di questa Extreme si rivelano larghe e scorrevoli e ci divertiamo come matti a percorrerle a velocità che richiederebbero uno stato fisico e mentale migliore del nostro, ma le uniche cadute che continuiamo a collezionare sono quelle che avvengono da fermo, come se ogni volta che arrestiamo la moto le gambe non vogliano staccarsi dalla loro posizione di riposo e fare da sostegno. Per fortuna che almeno il morale è alto e riusciamo ad andare avanti senza troppe difficoltà, superando il primo punto di controllo ed immettendocci sulla statale per Bardonecchia, direzione Francia, dove però non arriveremo perché qualche chilometro prima devieremo per l'ultima vera e grande ascesa di tutta la Hat, la salita del Monte Jafferau.

Mario. Rispetto a Dario e a tutti gli altri, stiamo perdendo una marea di tempo. Almeno un'ora a Cesana, mezz'ora sull'Assietta, un'ora e un quarto giù dalle Finestre... Ma non è finita. Prendiamo lo sterrato per il Pian Gelassa, quota 1.500 m, che è uno dei luoghi più inquietanti della Hat. Una stazione sciistica costruita negli Anni 60 e mai decollata, perché le valanghe la distrussero. Oggi ci si arriva solo in sterrato e ci sono qua e là edifici mangiati dalla vegetazione, come in Cambogia. Arrivarci di notte è spaventoso, per cui come non fermarci ad esplorare qualcuno di questi edifici? E, già che ci siamo, perché non fare la cacca, visto che ci scappa? Danilka ne approfitta per rimettersi a dormire. Un'altra mezz'ora se ne va. Quando ripartiamo, Nagini è completamente cotto e rischia di cadere più volte. Niente, è evidente, abbiamo dormito troppo poco. Abbiamo superato il limite della resistenza. Dobbiamo fare un'altra sosta sonno. Il Nagio si mette in testa alla ricerca di un buon posto per sdraiarsi per terra, ma sembra che si sia ripreso. Passiamo un'altra località turistica, Frais, dove dovrebbe trovarsi il controllo di passaggio. Ma se ne sono già andati, temo da un pezzo, quindi raggiungiamo l'asfalto che collega Susa al Monginevro. E troviamo una fabbrica con una tettoia. Mentre ci dirigiamo sotto quella tettoia per andare a schiacciare un pisolino, scopriamo che lì accanto c'è il furgone di Tacita, una ditta che produce un'interessantissima moto da rally completamente elettrica. Sembra una dakariana, perché ha quattro enormi batterie appese davanti e dietro, che ricordano i serbatoi maggiorati. Ha il cambio e la frizione, come i motori a scoppio. E pesa quasi 200 kg. Quelli di Tacita stanno facendo tutta la Hat fermandosi ogni 60-70 km a cambiare le pile, metterle in carica e dormire con tanto di sacchi a pelo e brandine. Questa cosa li rende ovviamente lentissimi ma, evidentemente, più lenti di noi è impossibile, infatti sono arrivati qui prima di noi. Mettiamo la sveglia per dormire un solo quarto d'ora ma, dopo la sveglia, perderemo un secondo quarto d'ora in chiacchiere. Insomma, quando affrontiamo la salita per lo Jafferau sono già le cinque e mezza e sta sorgendo il sole. Avessimo avuto un passo regolare, senza soste-foto e soste-sonno, saremmo passati in vetta allo Jafferau col buio pesto. Quindi, va bene così! Se fossimo stati regolari non l'avremmo vista l'alba dallo Jafferau. Solo che adesso stiamo rischiando di fare persino tardi... La cosa stranissima è che, d'ora in poi, non avremo più sonno. Neanche durante il ritorno alle nostre case.

Dario. La strada è ripida ma scorrevole, l'unica vera seccatura sono quei maledetti solchi trasversali scavati dall'acqua che distruggono sospensioni e testicoli, soprattutto se la moto è un pesante bisonte da due quintali guidata da un pesante bisonte da quasi un quintale. Superati i duemila metri la strada abbandona il bosco e si immerge in un paesaggio brullo e spettrale incorniciato dalla sagoma delle Alpi e dai bagliori della luna, delle stelle e della città di Bardonecchia.

Mario. Lo Jafferau è il posto più bello mai toccato dalla Hat. Una strada sassosa che sale in cima a un monte alto 2.800 m, sulla cui vetta sorge un fortino che fa pensare alla Fortezza Bastiani de "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati. Per questo ci teniamo a vedere l'alba dalla vetta.

Dario. In alcuni tratti il motore fa seriamente fatica a respirare e non riesce ad avanzare se non con la prima marcia e con la manetta spalancata; è come se la maggior parte dei pochi cavalli a disposizione fossero rimasti a valle al calduccio.

Mario. Una Transalp non dovrebbe fare tutta questa fatica! Devi avere la carburazione balorda, o il filtro zozzo. La mia Africa Twin, quando ha il filtro zozzo, oltre i 2.500 m è scarburatissima.

Dario. Sul punto più alto deviamo brevemente dal percorso per raggiungere il Forte Jafferau, dove il navigatore segna 2.805 metri e il termometro poco più di 5 gradi. Spenti i motori rimaniamo letteralmente senza fiato, ma non è solo colpa dell'aria rarefatta... Tutto intorno è silenzio e pace e la maggior parte delle vette che si vedono sono al di sotto di noi. Forse la fatica, le lacrime, la lontananza da casa e i debiti di sonno sono serviti a conquistarsi momentaneamente questa posizione privilegiata nell'universo... Forse tutto questo un po' di senso ce l'ha.

Mario. Anzi, ce l'hat.

Dario. Le soste a quest'ora hanno il deleterio effetto di spezzare il ritmo e far tornare a galla prepotentemente il sonno, ma il navigatore segna solo 4.62 km dal ristoro e posso permettermi di rimanere fermo qualche secondo ancora per scattare una delle più belle foto notturne che abbia mai fatto, con la sagoma della moto in primo piano e le luci di Bardonecchia sotto, mentre le Alpi tutto intorno riempiono il quadro. Quello che non sapevo ancora era che quei cinque chilometri scarsi dal rifugio si sviluppavano in un dislivello di 800 metri, la peggiore discesa che avessi mai affrontato!

Mario. Mentre saliamo veniamo superati da Silvio Coggiola, che passa a manetta. Io sobbalzo: è uno smanettone e non fa soste, non può essere così indietro, da dove diavolo sbuca? Che ci faceva dietro un gruppo di perdinotte che hanno buttato via quasi quattr'ore in soste di ogni genere? Mi viene un pensiero: c'è un trattto dove la traccia che sale verso Bardonecchia si sovrappone a quella che scende da Punta Colomion, che è la salita che ci aspetta dopo lo Jafferau. Un Coggiola potrebbe tranquillamente essersi sparato la Colomion al contrario, perdendo una marea di tempo... Questa cosa lo renderebbe ancora più leggendario. Ovviamente non posso chiederglielo: lo vedo davanti a me che scala lo Jafferau fino in vetta e, nonostante il panorama sia bello da svenire, lui non rallenta neanche: si tuffa dall'altra parte, sparendo dalla nostra vista.

Invece noi, sulla vetta, ci restiamo per ben 40 minuti, ma è per posti come questo che vale la pena vivere. In particolare ci godiamo il sole delle 7 che illumina di rosa la Barre des Ecrins (4.102 m) e il Pelvoux (3.946 m), due montagne francesi ricoperte di ghiaccio. Si vedono bene anche il Monte Chaberton (3.130 m, la mia mulattiera preferita) e il Monviso (3.842 m), entrambi piramidali e senza ghiacciai. In vetta arrivano anche quelli di Tacita. Non sono tranquillissimi, in salita e con forti dislivelli le moto elettriche consumano tanta batteria. Si fermano anche loro, scattano un sacco di foto. Come noi. Siamo felici. Senza soste saremmo passati di qui alle tre di notte e ciao alba dal punto più alto e bello!

Adesso sono emozionato, perché inizia la discesa sull'altro versante ed è da una vita che desidero farla. La prima volta che sono salito qui è stato nel 1987, con una Honda XL200R Paris-Dakar. Ma non scesi su questo versante perché c'era un bel cartello di divieto e in più le ruspe avevano creato una montagna di terra per impedire alle moto di passare. Da allora la discesa è sempre stata vietata. Nel 2001 incontrai dei tedeschi che, subito dopo avere violato il cartello di divieto, erano stati aggrediti da un pazzo armato di mazza, che ruppe loro i fari, tanto che tornarono subito in vetta e scesero da dove erano saliti, ma poi denunciarono il tipo alla Polizia. Sono sempre stato ligio al divieto, ma dalla Hat 2014 hanno deciso di eliminare il divieto. E io ne sono felice: dopo 27 anni, finalmente, posso fare questa discesa. È una sterrata bella rotta, che segue le linee del pendio facendo pochi tornanti. Il pezzo clou è lungo 4 km e supera un dislivello di 810 m, per una pendenza media del 20,3% e punte che passano il 26%.

Dario. Guardo più volte incredulo il GPS nella vana speranza di rendermi conto di aver sbagliato percorso, ma tutto è maledettamente corretto: dritto devo andare, per l'unica strada che scende verso valle, anche se il verbo più corretto sarebbe "precipita". Ho sempre avuto paura delle discese, probabilmente da quando da piccolo mi spiaccicai a terra nel vano tentativo di frenare la corsa della bicicletta prima di una curva a destra, l'ultima curva prima di casa. La pinzata fu troppo vigorosa e la ruota anteriore non potè fare altro che bloccarsi su un sottile velo di brecciolino, proiettandomi a terra e lasciando che finissi la frenata col mento sull'asfalto. Era il giorno del compleanno di mia madre e lo passammo con i medici e gli infermieri del pronto soccorso, dal quale uscii con una benda su ogni articolazione (ero in canottiera e pantaloncini) e 8 punti freschi freschi sul mento. La discesa dal Forte Jafferau sembra fatta apposta per risvegliare tutte le mie più profonde e fanciullesche paure: tratti con pendenza mostruosa che terminano su curve a gomito oltre le quali c'è solo il baratro! Il fondo è ovviamente sterrato e frenare solo col posteriore è pressoché inutile, ancora più inutile sperare nel freno motore... Bisogna aggrapparsi con delicatezza al freno anteriore e sperare che le pinze non blocchino la ruota, altrimenti la moto partirebbe a velocità siderale verso il vuoto, senza possibilità alcuna di arrestare la sua corsa. Fa un freddo boia ma io sudo come in una sauna finlandese e, ogni volta che la posteriore si blocca, tentando di arrivare a valle per prima, il sudore si gela istantaneamente, per poi scongelarsi una volta che l'assetto torna ad essere quello corretto. Continuo a ripetermi: "Sta terminando, coraggio, tra poco c'è il ristoro, coraggio... Azz, scivola ancora, tienila, tienila, cazzocazzocazzocazzocazzo..." come in un anello continuo che ricomincia ogni volta che il contachilometri del GPS segna dieci metri in meno dal ristoro.

Mario. Questa discesa mi stupisce, per le sue pendenze, dato che è una strada, non un fuoripista. Come hanno potuto progettare una cosa così ripida? Ma davvero la fanno in salita con i mezzi di manutenzione degli impianti? Spero che, come spesso succede, non venga scoperta da quelli del Giro d'Italia, che potrebbero decidere di asfaltarla come hanno già fatto sul Mortirolo e sulla Stentaria. Da fare in moto è una goduria, perché il fondo tiene bene, per cui si può frenare molto con l'anteriore e fare le curve col retrotreno che derapa leggermente. Così, in 4 km ci spariamo la bellezza di oltre 800 m di dislivello.

Dario. Quando manca meno di un chilometro dal rifugio l'olio del freno di dietro getta la spugna, lasciando cadere a vuoto il comando a pedale. Un brivido di terrore mi attraversa la schiena ed inizio a pregare San Brembo affinché non faccia seguire la stessa sorte al freno anteriore, nonostante i dischi siano Kyoto, le pastiglie Newfren e le pinze Nissin!

Mario. Alla Hat ci sono parecchie discese ripide, per cui questa cosa del freno posteriore che bolle succede spesso. A me due volte, una nel 2010 e una nel 2012. Così ogni volta parto con l'olio dei freni nuovo di pacca.

Dario. Ad un certo punto l'oscurità della notte è rotta da bagliori che fortunatamente non provengono dai miei dischi, ma dal punto di ristoro dello Jafferau. Messa la moto sul cavalletto ho un crollo totale di energie e, in maniera del tutto automatica, inizio a prepararmi un modesto giaciglio dentro una specie di capanno attrezzato a barbecue. È l'ora più fredda della notte ma mi addormento pressocché all'istante, cullato dal calore residuo che il mio corpo in parte ancora sprigiona per la tensione emotiva della discesa, ma non durerà a lungo.

Mi sveglio pochi minuti prima dell'alba, con la schiena completamente bloccata e senza sentire più i piedi; provo ad impartire loro comandi semplici tipo "muovi l'allucione" oppure "ruota la caviglia", ma loro non rispondono, bloccati come sono dalla morsa del freddo. Spendo diversi minuti a massaggiarli prima di riuscire ad acquistare nuovamente un po' di mobilità, mi rivesto ed entro nel rifugio per fare colazione e vedere in che stato sono i miei compagni: uno è sveglio e cerca di combattere il freddo camminando avanti e indietro, gli altri due sono seduti con la testa poggiata sul tavolo, completamente in preda a Morfeo che li culla assieme al calduccio del rifugio.

Mario. Arriviamo al rifugio alle otto di mattina, quindi col sole che inizia a scaldare. Troviamo un gruppo di amici, gli stessi delle Africa Twin coi quali Nagini aveva giocato a scambiarsi le moto giù dal Vaccera. Invece quelli di Tacita saltano a piedi pari il ristoro e scendono diretti a Bardonecchia. Al rifugio ci sono anche Capra e Salice, ma ci salutano per salire in vetta allo Jafferau con una Toyota 4x4. Nonostante sia tardissimo i gestori hanno ancora qualcosa da mangiare per noi. Non abbiamo sonno, non facciamo pisolini ma un'ora e mezza ce la passiamo lo stesso perché non è una gara e non c'è fretta, ci godiamo tutto il percorso.

Dario. Ripartiamo con la luce dell'alba che proietta un intenso colore rosa/arancio sulle montagne circostanti in uno scenario ancora una volta incantato. Il morale è nuovamente alto perché so che abbiamo superato il punto più difficile e che ormai ci aspetta solo una passerella sino all'arrivo di Cesana Torinese, un centinaio di chilometri dopo... Ovviamente mi sbaglio.

Come la mattina precedente, nell'ultimo tratto della prima parte della Hat, è tutto un susseguirsi di asfalto e sterrati, il più delle volte semplici, qualche volta un po' più complicati per via di alcune pietraie in forte pendenza.

Mario. A Bardonecchia ritroviamo quelli della Tacita. La moto è attaccata al furgone, in ricarica, mentre i piloti dormono sulle brandine. Però credo che l'abbiano finita qui, perché non ci hanno più raggiunto, nonostante le nostre continue soste. Dopo Bardonecchia c'è la salita alla Punta Colomion, su un divertente sterrato con le curve paraboliche dove s'è svolta, per anni, la cronoscalata in fuoristrada più famosa d'Italia. Una volta in cima (2.030 m) facciamo una sosta di 45 minuti per ammirare il panorama: si vede bene lo Jafferau, non si vede il Col du Sommeiller (2.991 m) e rimaniamo incantati per come si vede bene lo sterrato in salita del Colle della Rho (2.540 m).

Segue uno sterrato facile e scorrevole per il delizioso villaggio di Borgata Chateau (1.360 m), quindi scendiamo a fare benzina a Oulx. Qui arrivano dei ragazzi con dei BMW GS e ci domandano: "Ma poi l'avete fatta la Extreme?". "La stiamo facendo!". "Ancora? Pensavamo che fosse già finita". Già, in effetti... Loro hanno fatto la Hat, quindi hanno dormito in albergo e adesso stanno tornando a casa. Per noi, invece, arriva la salita più difficile di tutta la Hat, quella che da Solomiac porta a Sansicario passando per i suggestivi ruderi di Autagne. La difficoltà sta in alcuni tornanti, che sono stretti, ripidi e con gradini: per niente facili con le bicilindriche.

Dario. Proprio qui ci si mette pure la moto, piantandomi in asso in uno dei punti più complicati di una pietraia a causa dell'entrata in riserva. Stavolta però il morale è decisamente più alto e, nonostante la stanchezza accumulata, proseguiamo spediti, consapevoli che tra poche decine di chilometri arriveremo alla fine di questa colossale impresa. Ad un certo punto superiamo il cartello "Cesana Torinese", ma il Gps segna ancora più di 30 km all'arrivo.

Mario. Sì, è un colpo basso. Ormai siamo arrivati, pensi, invece manca tutto l'anello dei cosiddetti Monti della Luna.

Dario. Guardo la traccia e vedo che la parte finale disegna un grosso anello intorno all'arrivo, che si inerpica su per i monti della Luna, a ridosso del confine francese. Non mi sono mai piaciuti i percorsi in cui parti ed arrivi nello stesso punto, preferisco di gran lunga le tappe in cui parti da un punto A ed arrivi ad un punto B, magari passando dalle piste più improbabili e scomode, ma senza mai avere la sensazione di tornare indietro. In questo momento mi sembra anche piuttosto sadico farci arrivare al paese dell'arrivo e poi deviarci verso un ultimo percorso in fuoristrada... È come se il buon Capra ci stesse dicendo: "Vi sembrava di essere arrivati, eh? E invece NO! BWAHAHAHAH!"... Sarà anche che ormai ho solo voglia di arrivare, ma il sapere di essere sì a pochi passi dal traguardo, ma di doverlo raggiungere attraverso un anello di trenta chilometri dà un bel colpo al mio umore. "Potresti tagliare verso il traguardo" direte voi ma, dopo aver fatto tutto quello che ho fatto, mi rimarrebbe l'amaro in bocca se tagliassi proprio l'ultimo pezzo... Ormai dev'essere percorso completo a tutti i costi!

Mario. Giusto!

Dario. Ci arrampichiamo così sui monti della Luna e, col senno di poi, devo dire che è proprio un bellissimo percorso... Sul momento invece non riesco a godermelo, sia perché la stanchezza torna tutta in una volta, decisa a farmi desistere a tutti i costi, sia perché l'intestino reclama nuovamente attenzioni tanto che, mentre i miei compagni si godono un po' di relax al Colle Bercia, io cerco disperatamente un posto appartato tra la rada vegetazione. Quando ripartiamo desidero solo che la strada inizi a scendere e, quando inizia a farlo, desidero solo che le pietraie finiscano e che finalmente sotto le ruote torni l'asfalto, così da potermi finalmente rilassare un attimo nella guida.

Mario. Si arriva in cima al Bercia (2.250 m) abbastanza in fretta, ma Capra è sadico e in discesa ci fa passare per Chabaud e la Val di Thures: sono 15 km di pietraie che uno non si aspetta ed è facile essere psicologicamente sfiniti, visto che ti aspetti di finire la Hat da un momento all'altro.

Dario. Gli ultimi tratti in discesa sono un vero castigo divino e ogni volta che, dopo una curva, compare una pietraia urlo disperatamente: "Ancora pietre? Basta pietre, BAAAAAASTA!". Il contachilometri del Gps sembra non voler più diminuire la quota, o forse sono io che lo guardo troppo spesso perché lo faccia, anche perché ormai vado talmente piano che gli avvoltoi iniziano a roteare sopra la mia testa, convinti che da un momento all'altro avranno di che cibarsi. Fanculo gli avvoltoi, un ponte appare all'improvviso e, subito dopo, le pietre spariscono e la moto smette di soffrire. Le ruote iniziano a rotolare senza sobbalzi mentre il paese compare piano piano all'orizzonte, come una visione mistica... Ormai è fatta, abbiamo completato tutta la Hat, Extreme inclusa e senza tagliare neanche un pezzo di percorso!

Mario. Dopo il paese di Thures ritroviamo l'asfalto ed è quello per Cesana Torinese. Mancano solo 3 km e solo ora mi rendo conto che stiamo chiudendo anche la Extreme. Ogni volta parto pensando che potrebbe succedere qualcosa: un guasto alla moto o una caduta. L'Extreme era una cosa nuova per tutti e non sapevo se sarei stato in grado di farla. Adesso so che si può fare, dormendo in tutto due ore e quarantacinque minuti, frazionati in quattro minisoste all'interno di 43 ore e mezza di guida. Ma mi domando come sia possibile che, in sei Hat (che per me è come se fossero sette, avendo fatto anche quella di luglio), io non sia caduto una sola volta, o non abbia mai rotto le moto (ne ho usate quattro: per tre volte la Suzuki DR-Z400, per due la Honda Africa Twin e una ciascuna una BMW F 800 GS e una BMW R 80 G/S preparata). Poiché intendo farla anche nel 2015, ho paura che la sfortuna mi presenterà il conto in una botta unica.

Arriviamo alle tre del pomeriggio e il ristorante ha finito quasi tutto. Siamo ultimissimi, ma guarda che strano. Troviamo Corrado Capra, che è stremato ma non lo dà a vedere. Non dev'essere facile fare organizzare una cosa simile e non dormire per due notti col terrore che a qualcuno succeda qualcosa di grosso. Ci saluta, quindi se ne torna a casa: è quasi un rito, sa che dopo di noi in genere non arriva più nessuno!

Dario. Quello al tavolo del ristorante, in mezzo a tutti i reduci dell'impresa e agli organizzatori, è sicuramente tra i brindisi più belli e significativi che abbia mai fatto; ormai aspetto solo il tanto ambito premio, ovvero un buon riposo profondo e tranquillo in un caldo e morbido giaciglio, ma la dura realtà bussa nuovamente alle porte della mia immaginazione, sradicandole brutalmente: dobbiamo tornare a Garessio a recuperare tende e furgone, dobbiamo caricare le moto e ripartire prima di sera, perché l'Italia è lunga e noi dobbiamo attraversarla quasi tutta.

Mario. Alle 15 c'è ancora parecchia gente. Le tre CCM sono arrivate in fondo, con qualche acciacco. Chi cerca di dormire nel prato viene scacciato dalla pioggerella che inizia a cadere appena arrivato. Noi non sappiamo cosa fare, se dormire un po' o tornare a casa. Poi decidiamo: rimontiamo in sella e torniamo a casa. Io me la cavo con 210 km, durante i quali non ho sonno. Arrivo a casa e non ho sonno. Nelle due notti successive dormirò solo tre ore per notte, svegliandomi di continuo. Come se avessi costretto il mio corpo a resettarsi e a rifiutare la sensazione del sonno! Solo dal giovedì successivo sono tornato ad avere sonno, dopo l'una di notte. Nagini percorre 260 km fino a Domodossola. E il povero Danilka? Per lui i km sono 590 km, perché vive a San Giorgio di Pesaro. Li farà con molta calma e molte soste, arrivando alle sei di mattina.

Dario. Quei duecento chilometri di piattume autostradale sono più terribili di tutta la Hat! Ho un sonno bestiale e, pur di non addormentarmi alla guida, tento di cantare a squarciagola qualsiasi canzone mi venga in mente, da "Mila e Shiro" a Toto Cutugno! Man mano che scendiamo verso Torino il caldo si fa sempre più asfissiante, amplificando terribilmente sonno e stanchezza. Quando arriviamo a Garessio non ho quasi più voce e, una volta sul campo dove era parcheggiato il furgone, vorrei buttare la moto per terra e sdraiarmi dentro la tenda che, fortunatamente, giace ancora lì. Decidiamo però con tutti che la cosa migliore sia continuare a muoversi, a fare cose, perché se ci fermassimo finirebbe lì, crolleremmo a terra come case abusive dopo una scossa del primo grado. Così carichiamo le moto e ci prepariamo a partire ma, prima di metterci in viaggio, decidiamo che è il caso di darsi una lavata, anche se l'unica fonte d'acqua è una fredda fontanella situata vicino al parcheggio. Quella doccia improvvisata è davvero miracolosa: oltre a togliermi di dosso due giorni di sudore e polvere mi dà un'ultima sferzata di energia che mi consente di guidare il furgone sino a dopo Genova. Decidiamo che, mentre due dormono, uno guidi e un altro resti sveglio accanto a lui, per evitare che si addormenti. Non appena imbocchiamo l'autostrada i primi due vanno immediatamente KO mentre il terzo, che dovrebbe teoricamente farmi compagnia, crolla pochi chilometri dopo.

Superata Genova sento che è veramente finita e che materialmente non ho più la forza di tenere gli occhi aperti. Chiamo i miei compagni e mi sdraio sul sedile posteriore, poi le tenebre mi avvolgono.

Mi sveglio a Grosseto in piena notte, mentre siamo fermi ad un distributore. Sul furgone non c'è nessuno e così mi affaccio dal finestrino, per vedere cosa sta succedendo. Noto una BMW azzurra ferma accanto a noi e, prima che possa rendermene conto, un agente della Polizia mi intima di scendere e di mostrargli i documenti: evidentemente un furgone targato Messina che viaggia in piena notte sulla via Aurelia carico di motociclette deve destare un certo sospetto, tanto che pochi chilometri dopo essere ripartiti ci fermeranno nuovamente i Carabinieri, per lo stesso motivo.

Fortunatamente quella è l'ultima sosta forzata che dobbiamo affrontare e l'Italia continua a scorrere liscia sotto le nostre ruote, sino a che il mare non interrompe il nostro viaggio nel primo pomeriggio. Ormai è fatta, soltanto lo Stretto ci separa dall'arrivo. Una volta sotto casa mia scarichiamo con serie difficoltà le moto e ci salutiamo; i ragazzi devono proseguire sino a Catania, mentre io devo riconsegnare il furgone vicino a casa mia. Ci metterò diversi giorni a saldare il debito di sonno accumulato e a sincronizzarmi nuovamente con i corretti ritmi giorno / notte; la prima sera dormo profondamente per più di dodici ore, risvegliandomi pieno di dolori e ripensando alle parole che uno dei miei compagni mi aveva detto giusto un paio di sere prima: "È come se avessimo fatto un anno di palestra tutto in una notte"... Nel mio caso però quelle parole suonano come "È come se mi avessero picchiato per un anno intero, tutto in una notte!". Ancora oggi il mio pensiero è lo stesso ma, quando passo dal salotto e vedo quel foglietto giallo con scritto "Dario Fiumicello ha portato a termine la Hat Extreme", non posso fare a meno di sorridere.