Hardalpitour parte quarta, ovvero la terza tappa
Dopo il ristoro, quello con gli zombie, ripartire è un vero atto contronatura. Non ne hai alcuna voglia, infatti i più la terza tappa la saltano! Ma qualcuno dovrà pur farla, no?

Mario. Sicché, siamo al ristoro ma bisogna ripartire, se non si vuole entrare nel Tunnel del Sonno.

Dario. Ripartiamo anche noi. Mi è capitato più volte di fare nottate per lavoro, svago o viaggio e tutte le volte ho notato che accuso un momento di forte crollo da stanchezza circa una o due ore dopo l'orario in cui abitualmente vado a letto. Se in questo momento mi abbandono riesco a dormire come un neonato dopo la poppata, ma se lo supero allora posso tirare avanti sino alla mattina senza ulteriori crolli. La sosta a Becetto però cade esattamente durante l'apice del mio crollo fisico, quindi la lotta per restare sveglio è davvero dura. In genere non bevo molto caffè ma questa notte svuoto mezzo thermos, ottenendo come risultato principale un'ustione di terzo grado sulla lingua... Anche i miei compagni iniziano ad accusare il colpo e un pisolino se lo farebbero volentieri, ma decidiamo comunque di fare gli uomini duri e di continuare imperterriti ad andare avanti senza dare alcuna confidenza a Morfeo, che inizia a chiedere seriamente attenzioni.

Mario. Siete nel pieno della crisi da depressione della notte. Per noi tre, però, questa tratta rappresenta un discorso opposto, perché la percorriamo al sorgere del sole, il che ci dà fiducia, euforia e ci fa sparire il sonno. Studio il tracciato del Colle del Prete domandandomi se sarebbe fattibile in moto da strada, perché poi si scende sul Gilba che sarebbe un posto ideale per una Tendata All Travellers. Ma perdiamo un botto di tempo, sul Gilba, per spogliarci, fare la cacca e chiacchierare.

Devo però dire la verità: io la terza tappa la odio. Non ha passi particolarmente alti o belli, in compenso è piena di pietraie che troverei divertente se fossi fresco, non dopo 18 ore di guida. Considero questa tappa, con la sfilza di passi uno dopo l'altro (ben 7), uno stillicidio. Sì, ogni tanto l'idea di fermarmi a dormire a Becetto e di saltare questi 7 passi mi si fa strada nella mente.

Dario. Pietre, pietre ed ancora pietre... E se non sono pietre sono scalini di roccia, e se non sono né pietre né roccia sono canaloni scavati dall'acqua. Il corpo ormai è solo un ammasso molliccio di carne e ciccia che reagisce quasi passivamente alle "sassate" distribuite violentemente su ruote, sospensioni e paracoppa, il quale ormai ha assunto le sembianze del viso di un quattordicenne in piena esplosione ormonale.

Mario. Dario mi fa ricordare gli impressionanti "Cleng!" e "Clang!" delle pietre sparate contro il paracoppa, in quelle due edizioni in cui feci la Hat con l'Africa Twin. Invece la DR-Z ci passa sopra silenziosa, ha una luce a terra che l'Africona può solo sognarsi. Anche quella rialzata che posseggo io.

Dario. Temo che da un momento all'altro le braccia o le gambe mi abbandonino definitivamente, staccandosi dal corpo e rovinando mestamente a terra, raggiunte qualche metro dopo dal busto e da quello che resterà della moto. I lupi e gli avvoltoi della notte, prima di banchettare con le mie povere membra, si faranno una sonora risata vedendo quello che resterà del mio corpo. Ma, nonostante tutto, vado avanti, lentamente, goffamente, ma vado avanti... In molti ci sorpassano, in molti si fermano a bordo strada, chi dolorante per una caduta, chi per sdraiarsi a schiacciare un fulmineo pisolino, ma noi continuiamo ad avanzare, lenti ma inesorabili.

Mario. Già. Sdraiarsi a terra per un fulmineo pisolino. Per la prima volta, in sei Hat, provo a fare così anche io. Ho sempre pensato che dovessi combattere il sonno per tutte e 24 le ore, timoroso di svegliare un can che dorme (o meglio: far venire sonno a un cane che era sveglio!), ma questa volta sono influenzato dalle teorie della mia compagna (Paola Verani) e del Nagio sull'efficacia di un quarto d'ora di sonno in posizione scomoda. Paola dice: "Tutte le volte che in auto mi viene sonno faccio un quarto d'ora di dormitina all'autogrill e riparto fresca come una rosa". E il Nagio aggiunge: "Lo fanno quelli che pedalano alla Race Across America. Un quarto d'ora in posizione scomoda". Oh, ci provo mentre saliamo all'Infernotto. Funziona!

Dario. Sull'Infernotto la lucidità è ormai ai minimi termini e basterebbe un nulla a causare l'inevitabile... E, dato che è inevitabile, ad un certo punto accade davvero!

Km 325, lo ricordo bene perché la sonda del computer da bici montato sulla moto si rompe proprio in quell'occasione, fermando il parziale che ho azzerato sulla pedana di partenza. Dopo la discesa dell'Infernotto la pietraia, attraversata da un piccolo rigagnolo d'acqua, ha ricominciato a salire, verso la stazione sciistica di Rucas, il che è un bene perché le salite mi sono sempre riuscite meglio delle discese.

Mario. Mistero. Da come parli stai salendo verso Rucas, dove in effetti c'è una salita tutta scassata, ma a me risulta essere al km 365!

Dario. Penso di alzarmi in piedi sulle pedane per controllare meglio eventuali "scalciate" improvvise ma, nel momento stesso in cui le gambe iniziano a recepire il comando, la moto impatta con la pancia su un sasso grosso quanto un melone giallo, che fa da trampolino lanciandoci in aria (me e la moto), fortunatamente in direzioni opposte. L'atterraggio mi lascia senza fiato e rimango bloccato immobile per qualche istante, seduto su quel grosso sasso contro il quale ho impattato di schiena. Il compagno che mi segue e che ha assistito a tutta la scena, vedendomi fermo in quello stato, si preoccupa non poco, ma con un filo di voce gli assicuro che sto bene e che voglio solo riprendere un attimo fiato... Data la stanchezza, infatti, ogni occasione è buona per riposare, ma non possiamo trattenerci a lungo perché la moto, sdraiata poco più indietro sul fianco destro, ha impegnato quasi tutto il sentiero e alcune moto si sono fermate subito dietro. Con un po' di preoccupazione e una fatica sovrumana la portiamo nuovamente in posizione verticale; miracolosamente non ha riportato alcun danno e il motore riparte subito. La botta, però, mi ha profondamente segnato, tanto nel fisico quanto soprattutto nell'animo. Inizio a pensare di non voler più finire la Hat e di voler solo tornare a casa... È così tardi che ormai è diventato presto e io, col mio fisico da videogiocatore e una moto pesante quanto due lottatori di sumo, mi sento ridicolo a giocare a fare il pilota da motorally su e giù per le Alpi. Neanche la punzonatura dell'ultimo controllo e il sorgere del sole riescono a risollevare il mio umore, ormai compromesso dalla caduta e dalla stanchezza.

Mario. Essendo noi tre o quattr'ore dietro di voi, a quel controllo arriviamo col sole... e senza trovare alcun controllo. Se ne sono andati, si sono stufati di aspettare i concorrenti!

Fabrizio. Nel frattempo io mi sveglio, ben riposato, alle sei di mattina. Ogni malessere è scomparso. Telefono a Luca: "Dove siete?". Ogni risposta mi arriva come un'intercontinentale da Bora Bora, con due secondi di ritardo. Non è la linea, è Luca che ha i riflessi un po' rallentati. Si stanno ritirando al secondo ristoro, come Mauro della squadra #1, trovato a dormire su quattro sedie in fila. Stew e Giulio proseguono. Concluderanno eroicamente in 24 ore e 10 minuti, merito anche mio che non li ho più costretti ad aspettarmi di tanto in tanto. Io mi troverò in un dilemma: se mi iscrivessi a "Mucche dell'Appennino", di 500 km, con la Yamaha WR250R di mia moglie, avrei la mia rivincita o distruggerei definitivamente il mio ego?

Dario. Con quel poco di lucidità che mi è rimasta cerco di autoconvincermi che ormai il più è fatto, che il buio se n'è andato e che una volta a Sestriere potrò riposare qualche ora prima del trasferimento per l'Extreme... Già caspita, l'Extreme! Ma come potrò mai farcela a farla? Mancano meno di 200 km alla fine della Hat ma, se considero anche la Extreme, non sono neanche a metà di tutta l'avventura... Inizio a convincermi di non volerla più fare, sento che ho esagerato e che prima di farmi male veramente sarebbe meglio fermarsi. Però so anche che, se gettassi la spugna, i miei compagni non continuerebbero senza di me e rinuncerebbero a farla, nonostante la volontà di finirla e le condizioni decisamente migliori delle mie. Inizio ad avvitarmi su questi pensieri negativi e a provare sensi di colpa per la prospettiva di rovinare a tutti l'avventura; inizio ad avere seriamente voglia di casa e di stare tra le braccia della mia Lei, che a malincuore mi ha lasciato andare e che aspetta preoccupata mie notizie... Mi sento un patetico idiota per aver egoisticamente preferito soddisfare questo mio capriccio sottraendo tempo a Lei e, ora che sono sul punto di rinunciare, mi sento ancora più coglione per aver sovrastimato le mie reali capacità e per la prospettiva di rovinare la vacanza a tutti. E ad un certo punto, consapevole del fatto di essere intrappolato in questa situazione, mi tolgo gli occhialoni ed inizio a piangere sotto il casco, desiderando solo che tutto ciò finisca subito. E intanto l'ennesima stradina sterrata inizia a scorrere sotto le ruote, inerpicandosi su per un'anonima montagnola... E la moto continua ad andare, quasi come se stesse viaggiando da sola.

Mario. Pietre, canalette, pietre, canalette... Siamo nella fase finale della terza frazione, con le sterrate di Pian Pra, del Colle Vaccera (cui Capra ha eliminato la divertentissima salita sterrata con le curve paraboliche, sempre perché la gente delle ville si lamentava) e del Colle Lazzarà. Qui c'è un netto scollamento tra me e i compagni di viaggio. Il nostro ritardo sulla tabella di marcia è arrivato a sei ore e stiamo rischiando di non riuscire a dormire abbastanza prima della seconda tappa. E loro cosa fanno? Siamo stati raggiunti da un'altra squadra di lazzaroni iscritti alla Extreme. Li conosciamo bene, sono amici carissimi, si chiamano Claudio Ranica, Angelo Ghirelli e Walter Barraja e hanno tutti e tre delle Honda Africa Twin profondamente modificate. Anche loro hanno perso tantissimo tempo, per lo più perché sono dei chiacchieroni, come noi. Eppure anche loro sono iscritti alla Extreme... Mettere insieme queste sei persone è devastante. Il Nagio, che sta usando la sua Africa Twin per la prima volta (l'ha comprata e, senza neanche conoscerla, c'è andato da Boano a farla gommare il sabato mattina, prima di partire per la Hat!), vuole sapere come vanno quelle elaborate, così Vaccera e Lazzarà li affronterà facendo continui scambi e soste per commentare, come in una qualsiasi gita con gli amici, o comparativa di Motociclismo. Ma siamo alla Hat, per Iddio! Dobbiamo finire in fretta per dormire, ché nessuno di noi ha mai fatto 800 km di fuoristrada in 36 ore e non sappiamo se saremo in grado di superare anche questa prova oppure no. Finalmente arriviamo a Pomaretto, dove si trova il terzo ristoro.

Dario. "E se a questo ristoro tirassimo dritto?" propongo io. "Ma no dai, facciamo una buona colazione e poi chiudiamo in bellezza l'ultimo tratto!" rispondono loro. Purtroppo la mia proposta non funziona, vorrei evitare di togliermi occhiali, casco e sottocasco e mostrare ai miei compagni lo stato pietoso in cui sto versando. Non vorrei che iniziassero a preoccuparsi per me, che mi compatiscano e soprattutto che tirino fuori l'ipotesi di saltare la Extreme, viste le mie condizioni. Non ho la forza per reggere il discorso e, soprattutto, non voglio prendere una decisione in quello stato; data la mia stanchezza sarebbe più logico finirla lì, riposarsi e tornare mestamente al furgone (200 km di autostrada dopo!), ma non voglio costringere anche loro a rinunciare. Vorrei che continuassero senza di me, che mi abbandonassero in quel prato con la moto accanto, lasciando magari a terra il mio casco sottosopra con la speranza che qualche viandante lasci pochi spiccioli, impietosito dal mio stato. Ma loro non lo farebbero mai! Se io gettassi la spugna mollerebbero anche loro e non posso permetterlo. Per questo voglio continuare sino alla fine: per prendere tempo, tentare di metabolizzare la stanchezza e soprattutto evitare di spezzare il ritmo e crollare miseramente a terra una volta sceso dalla moto. Ma non funziona, arrivati a Pomaretto ci fermiamo per la colazione. Mi tolgo il casco e mi mostro in tutta la mia devastazione; sporco, con gli occhi piccoli e lucidi e gli occhiali storti a causa dell'astina spezzata durante la notte. Loro sono stanchi ma divertiti, io sono distrutto e disperato, galleggio in uno stato di semi-trance senza rispondere agli stimoli esterni...

Mario. Eppure al ristorante di Pomaretto uno stimolo c'era: la cameriera, una bella fanciulla con l'accento dell'Est Europa.