Hardalpitour 2014 parte seconda: la Via del Sale
In questa seconda puntata parliamo della prima frazione della prima tappa della Hat: tutto chiaro, no? Perché il racconto è a puntate, la Hat è a tappe (due) ed è divisa in frazioni (sei, lunghe mediamente 150 km ciascuna). La prima dovrebbe scorrere liscia come l'olio, visto che si è tutti freschi, invece succede già di tutto: compagni non previsti che rischiano l'infarto, moto che volano dai burroni, motivazioni che crollano...

Mario. Siamo a Garessio, sulla pedana di legno della partenza, con Corrado Capra che ci fa da speaker e le fanciulle taglia 40 che ci fanno da ombrelline. Ogni volta io penso che siamo all'inizio di una storia infinita, 24 ore che sembrano 400, che potrebbe succederci di tutto, che questa volta a quelle 24 ore ne vanno aggiunte altre 12... Ma sono contento, non è come quando in bicicletta inizio a scalare qualche passo alpino e mi sento schiacciato da tutta la fatica che devo affrontare. Qua sono contento, come se la Hat fosse una cosa divertente, ahahahahahah.

Fabrizio. Finalmente si parte. Imbocco il primo sterrato e subito si palesa il lento ma inesorabile sviluppo della tecnica. Le tanto canzonate GS 1200 hanno un passo ben più sicuro e mi superano, per poi fermarsi e ripetere continuamente la manovra. In pratica vedo solo la loro polvere e non ho idea di dove stia poggiando le mie ruote. Però lo sento perché, a ogni scolo dell'acqua in cui precipito, la Transalp si lamenta come un vecchio veliero in legno.

Mario. Questa cosa degli scoli dell’acqua è l’incubo della Hat. Finché sei fresco è divertente farci i salti come se fossero trampolini, ma questa attività è faticosa e, dopo un po’, cosce e ginocchia chiedono pietà. E le canalette ci saranno fino alla fine...

Fabrizio. Poco male, non è il momento per fare l'appello dei pezzi di carena. Il vero problema è che ho proprio preso sotto gamba 'sta cosa. La vaccona non mi permette di stare in piedi e le gonadi contro il serbatoione sento che cederanno prima della schiena. La forcella troppo in piedi e cedevole non mi permette di andare più velocemente: cerco di convincermi di questo per non ammettere di essere un paracarro. Già a queste andature non posso godermi il panorama, e sì che meriterebbe.

Mario. Stiamo salendo sul Colle San Bartolomeo, un 1.400 m sterrato che si raggiunge da Ormea e dal quale si vede la costa ligure. Per due anni la Hat ha dovuto saltarlo: il primo anno perché ci stavano tracciando il percorso di una gara da enduro e il secondo anno perché ci hanno costruito delle pale eoliche. A seguito di ciò, purtroppo, la strada sterrata è stata rimessa a posto e ripulita dai sassi: adesso è più scorrevole e meno divertente. Lo dico perché ho la monocilindrica; per Fabrizio è tosta anche adesso che è stata “pettinata”. A dire il vero, tutto il percorso della Hat ogni anno diventa più facile e scorrevole, sia perché c’è sempre qualche sterrato che viene tolto dal percorso (come il Lavina-San Bernardo di Conio, il ramo est della Via del Sale con il Colle della Boaria, il Sant’Antonio, l’Ancoccia, il Colletto Canosio, il Sentiero Balcone sopra Pian Pra, la salita al Vaccera), sia perché alcuni tra quelli rimasti vengono messi a posto (il San Bartolomeo, la via dei Cannoni, il Gilba). Per questo io parto sereno con delle gomme tassellate vecchie di 5.000 km (Dunlop Geomax), anche se ciò mi costa le prese per i fondelli di un sacco di gente che pensa che ai giornalisti le gomme le regalino. Fabrizio compreso.

Dario. Al via sono così esaltato che parto prima di tutti col gas a manetta, convinto di voler impennare e percorrere i primi decametri in monoruota, salutando con malcelata sufficienza il pubblico in delirio. Ci pensa il motore a riportarmi alla cruda realtà, ricordandomi che 50 cavalli scarsi e azzoppati non sono sufficienti a sollevare la ruota anteriore di quella massa uomo-mezzo che gravita intorno ai 3 quintali! Dai retrovisori noto che i mie capelli folti e dorati sono rimasti sulla pedana di partenza, da dove i miei compagni mi guardano in malo modo in sella ai loro vecchi ferracci borbottanti; improvvisamente quei quattro assi mi sono sembrati quattro "sassi" e più che un rallysta di lungo corso ho notato che somigliavo ad un panciuto teletubbie amante della buona cucina: Stipsi!

Pochi chilometri di bitume ci separano dalla prima divagazione sassosa, il colle di San Bartolomeo. Nonostante la pioggia del giorno prima, la polvere la fa da padrona e bastano pochi minuti di sterrato in gruppo per ritrovarci incipriati dalla testa ai piedi. Il percorso è abbastanza semplice ma già si vedono le prime forature, il che mi fa temere per il peggio: non ho mai cambiato una ruota "on-the-road" e l'idea di farlo durante una cavalcata di 36 ore, magari al buio, sopra i 2.000 metri e con un grosso debito di sonno mi fa abbastanza paura.

Mario. Anche a me.

Fabrizio. I miei compagni incalzano ma, per ora, rispettano la differenza di età. Ho 54 anni, è pericolosamente vicino il momento in cui mi cederanno il posto a sedere sull'autobus. Passata Pornassio finalmente finiamo su un tratto guidato su asfalto che mi permette di rialzare un po' la media, in fondo nasco stradista. Ma poi si ricomincia con lo sterrato e dopo ore di stillicidio entriamo nel Bosco di Rezzo (inizio Via del Sale) e finisco in una trappola per vaccone: la traccia sembra passare per un sentiero in cui il ruscellamento dell'acqua ha eroso il fondo. In un empito d'orgoglio porto su la Hondina per un tratto, lasciando i miei colleghi al palo, ma Stew mi telefona per avvertirmi che la trappola è bypassabile. Fatica inutile, ma che soddisfazione! Arriviamo al primo controllo accolti da due somari che sembrano volermi dire qualcosa. Non siamo gli ultimi, ancora, persino il Ciaccia è ancora lì ma non sembra sfatto come me.

Mario. Fabrizio è arrivato al primo controllo timbro, quello della Galleria di Garezzo, sulla Via del Sale, a circa 1.700 m di quota. E non dovrebbe trovarmi lì, perché sono partito molto prima di lui. Non sono sfatto, è solo l'ottantacinquesimo km, un decimo della Extreme, per cui essere sfatti qui sarebbe un grosso problema, ma sono depresso. Nell’anno in cui dovrei fare in frettissima, per poter dormire un po’ nella pausa tra Hat Base e Hat Extreme, sono già in ritardo marcio. La causa non ha a che fare con guasti o cadute, ma risale ad una e-mail che m’è arrivata qualche giorno prima del via. Carlo Badalini, un veterano della carta stampata specializzata francese (ha lavorato per anni a Moto Journal), ha scritto a Corrado Capra: “Vorrei fare un servizio sulla Hat, ma non so come muovermi”. Capra, per tutta risposta, gli ha dato il mio indirizzo e-mail. Non so per quale motivo: lui cerca sempre di mettermi in squadra con sconosciuti, quando gli ho spiegato più volte quanto sia necessario fare la Hat con persone in sintonia tra loro. S’è così creato un equivoco: il francese ha capito che io fossi uno dell’organizzazione e voleva fare la Hat con me, per farsi portare nei posti salienti; io gli spiegavo che ero un partecipante e che non potevo fare la Hat con lui. Ci siamo intesi alla perfezione, visto che al via s’è presentato vestito di tutto punto, con un mega zaino fotografico sulla schiena e una Yamaha 660 Ténéré con gomme stradalissime: “Vengo con voi”, mi ha detto. M’è venuta la bocca a uovo dallo stupore.

58 anni, piccolo di statura (non lo dico per prenderlo in giro, ma perché è una nota tecnica importante: può guidare solo in piedi, non tocca terra), guida bene ma non è allenato. Non ha il Gps, che qui è indispensabile, quindi deve per forza seguirci, non solo per fare il servizio insieme a noi, ma perché non sa dove andare. Passiamo il San Bartolomeo senza problemi, finiamo sull’asfalto del Colle Caprauna, affrontiamo il lungo sterrato che scende a Pornassio passando per Trovasta. Credo che rappresenti la tratta più divertente per gli amanti dei "salti da canaletta", dato che le canalette sono alte mezzo metro ciascuna. Ma è al termine di questa tratta che ci accorgiamo che il nostro nuovo compagno non sta bene. Il viso è paonazzo ed ansima, eppure siamo solo all’inizio. Penso che sia perché è troppo coperto, eppure fino a pochi km prima non aveva questo aspetto stanco. Ed ecco che ci infiliamo in pieno in una Ciaccia Shituation.

Poiché l’eliminazione dello sterrato da Lavina a San Bernardo di Conio ha reso quella tratta noiosa – 21 km di asfalto e 10 di sterrato fino al Pian del Latte – noi abbiamo deciso di fare una variante: direttamente da Pornassio al Pian del Latte per una via alternativa, che presenta un solo km di asfalto in cambio di 12 di sterrato. Questi sono meno facili rispetto alla media della Hat: sassi smossi, pendenze elevate, canalette ad angolo acuto e diverse fangaie. Intendiamoci, non è roba da monocilindrici, con l’Africa Twin tassellata sono uno spasso. Ma sono una tragedia per il nostro amico francese, che non è allenato, è piccolo, ha una moto da 200 kg e gomme da strada.

All'inizio fa "solo" fatica, poi entra nel tunnel delle cadute. Non può zampettare perché non tocca terra, allora cerca di fare tutto in piedi, ma ha le gomme slick che perdono aderenza di colpo e lo lanciano nel cosmo. Quando scoppia definitivamente io sono un tornante sopra per scattare le foto e e non vedo arrivare gli altri tre. Al loro posto arrivano dei ragazzi di Savona/Varazze/Celle Ligure, che conosco bene perché con loro ho fatto un articolo di un viaggetto da Celle ad Ormea, in sterrato. Loro hanno trovato Carlo per terra, rannicchiato in posizione fetale, con gli occhi chiusi, apparentemente senza vita e si sono spaventati. Anche Danilka e Nagio, vedendolo così, hanno temuto il peggio. "Non riusciva a rialzarsi, non riusciva a camminare e a parlare, non teneva gli occhi aperti. Abbiamo pensato che stesse avendo un infarto. Invece sai cosa è successo?". "No". "Si è risvegliato e s'è messo a fumare". Carlo però non è in grado di guidare, è senza forze. Inizia così una penosa fase in cui lo portiamo su per un pezzo con l'Africa Twin, poi torniamo giù a riprendere la sua Ténéré. E siamo solo al sessantesimo km. Dopo due ore in questo modo abbiamo percorso appena 5 km. Mi viene da piangere e ho l'ennesima conferma che fare la Hat tra sconosciuti sia un rischio enorme. A un certo punto lui si riprende, il percorso è più facile, ma ci ferma più volte per fotografarci: è qui per fare un articolo e noi siamo "fuoripista", in un certo senso, sicché non ha che noi da fotografare (quelli della Celle-Ormea sono passati di qua perché anche loro conoscevano questo taglio). Arriviamo al controllo timbro di Colle Garezzo nello stesso momento in cui arriva Fabrizio. I due somari di cui parla sono due asinelli che prendono l'ombra dentro la galleria, indifferenti al passaggio delle moto. Carlo decide di fermarsi qui. Grazie al taglio, ha fatto 65 km contro gli 85 degli altri concorrenti ma è chiaro che, se non avessimo tagliato, sarebbe arrivato molto prima e molto più in salute. I giorni successivi, mi ha raccontato, li ha passati a letto, spossato. E' la prima volta che vedo uno mollare dopo neanche 70 km per sfinimento fisico, ma va detto che non era venuto qui con le idee chiare su cosa fare. Di solito la gente crolla intorno al trecentesimo km.

Dario. Noi, logicamente, non tagliamo alcun pezzo, non conoscendo il percorso. Raggiungere nuovamente l'asfalto, dopo Pornassio, scaccia per un po' i cattivi pensieri e il fatto di non essere gli ultimi mi infonde piccole dosi di prematuro coraggio. Qualche tornante dopo siamo nuovamente sulla terra, stavolta per salire verso il Passo di Mezzaluna e la galleria di Garezzo, che raggiungeremo attraverso una piccola divagazione dalla traccia originale. Il Gps infatti insisteva per farci passare da una salita ripida e fangosa che in tanti hanno affrontato ma solo in pochi hanno conquistato. La paur... saggezza ci fa dire di lasciar perdere perché ancora non abbiamo fatto neanche cento chilometri e avremo sicuramente tante altre occasioni per rischiare l'osso del collo; ma se il Destino decide che devi cadere non puoi farci molto, ed ecco allora che mi sdraio praticamente da fermo mentre tento di girare la moto per tornare sui miei passi. Dario 0, Hat 1 e la strada è ancora lunga!

Mario. Per noi è ancora lunghissima: abbiamo appena salutato Carlo Bagalini, che siamo di nuovo fermi, per una cosa raccapricciante. Dopo la Galleria di Colle Garezzo inizia un tratto sterrato che costeggia un burrone spaventoso. Non è verticale, ma quasi. Non ci sono parapetti, ma questa è una costante della Hat. Ogni anno mi domando come sia possibile che nessuno finisca di sotto: i burroni, il buio, la stanchezza... Questa volta ho la risposta: no, non è possibile. Qualcuno che finisce di sotto c'è. Succede che io supero due moto, quindi passando a sinistra, cioè a filo del burrone, senza alcun problema; ma, poco dopo, dietro una gobba finisco su un pezzo con dei sassi belli grossi. Sono a destra, lontano dal burrone, ma l'avantreno centra un grosso sasso e mi devia a sinistra, verso l'abisso. Riesco subito a correggere la traiettoria, ma mi vedo sverniciare da una KTM 660 Rally che, procedendo sdraiata, si tuffa nel vuoto alla mia sinistra. E' un'immagine horror, un flash di una frazione di secondo che mi fa rizzare i capelli sulla testa. Mi fermo, ma siamo in mezzo a un polverone e i miei amici, dietro di me, non hanno visto nulla. "Perché ti sei fermato?". "Ma non avete visto?". "Visto cosa?". "Un tizio è volato di sotto". "Sotto dove?". "Giù di lì! Dal burrone!". "Ma no, non abbiamo visto nulla, sei sicuro?". A quel punto non sono sicuro. Ho avuto un flash di una frazione di secondo in cui m'è sembrato di vedere uno uscire di strada, ma sono sicuro di averlo visto? Non ho il coraggio di affacciarmi. Ma lo faccio. Vedo due fari accesi che mi puntano, tre metri sotto di me e poi basta. Il pilota non c'è. Sembra la moto fantasma: mi supera straiata, tutta sola e adesso è qua sotto che aspetta di essere tirata su. Ma il pilota? Guardiamo più giù e a una cinquantina di metri di distanza vediamo un omino appeso a un albero. C'è finito sopra rotolando ed è riuscito ad abbracciare un ramo. Essendo questo spinoso, ha stracciato i guanti e s'è ferito le mani. Si vede tutto il percorso: la moto è uscita in diagonale ed è passata attraverso un albero facendolo esplodere. Sembra una situazione disperata, invece nel giro di mezz'ora, grazie a un certo Paolo Rossi, alla sua corda e a un gruppo chiamato Elefanti, moto e pilota tornano su. Il pilota è ferito ma non in modo grave, ha botte dappertutto, la moto sta benissimo (è una pronto-Dakar, è la mamma della 690), la Hat riprende anche per lui. Ha avuto la gran fortuna di precipitare in un tratto con degli alberi... In realtà non è un omino: è il gigantesco Stefano Trovanelli e fa parte del team di Azzurro Rosa.

Nel frattempo, le ore perse dalla mia squadra salgono a due e mezza. Che sono due ore e mezza di sonno in meno una volta arrivati a Sestriere... Ripartiamo ma siamo sfiduciati, come Jorge Lorenzo quando a Valencia monta le gomme rain e smette di piovere. Quasi tre ore di ritardo e non per colpa nostra... Ci passa la voglia di insistere, ci sembra di essere i bambini estromessi dalla festa senza avere fatto nulla di male. Quando passiamo il confine con la Francia e iniziamo a scendere verso Briga sta già tramontando il sole, cosa che aumenta la nostra depressione.

Fabrizio. Riconosco che sto entrando in Francia dalla gita del 2012 sulla Via del Sale, fatta con mia moglie Raffaella, su moto più consone. Ci fermiamo per le foto di rito e per uno spuntino sul vecchio Pont du Coq a la Brigue, poi benzina e i tornanti del Col di Tenda col primo buio. Il sudore mi si sta gelando addosso, spero si asciughi per poter aggiungere una felpa al mio abbigliamento. Non porto quasi mai i guanti, quindi accendo zitto zitto le manopole riscaldate, ma queste vanno a tratti, forse per i mille sobbalzi cui ho sottoposto la moto. Mi sta venendo anche mal di pancia e mal di testa e a Vernante supero senza accorgermene il primo ristoro, dobbiamo tornare indietro di qualche chilometro.

Dario. Dopo aver punzonato la tabella al primo controllo iniziamo la discesa verso il fronte francese, che avviene in maniera così morbida da darmi quasi fastidio... Sarò anacronistico ma mi sono semrpe piaciute le frontiere nette, quelle dove vedi chiaramente che sei entrato in un altro Stato, dove il paesaggio intorno a te cambia drasticamente e ti sembra già di respirare un'aria diversa; il taglio netto ti fa capire in maniera decisa che non sei più un locale ma uno straniero, figlio di un altro popolo e di un'altra cultura, ti rafforza la sensazione di essere lontano da casa, ti contorna meglio l'esperienza del "viaggio". Qua invece non si vede neanche una linea, un'indicazione, un cartello "Bienvenue en France", una banda di benvenuto... Solo quando torniamo sul bitume ci rendiamo conto di essere in un altro Stato, quando le indicazioni cambiano forma, colore e lingua. Arriviamo a Tenda che è quasi il tramonto, approfittiamo per fare un pieno economico e punzoniamo nuovamente la tabella dei controlli prima di salire nuovamente in alto, sull'omonimo "Col", ovviamente in fuoristrada. Il percorso acquista quota molto rapidamente, regalando una visuale vertiginosa sulla valle sottostante mentre il sole va giù veloce, lasciando in ombra porzioni sempre più ampie di montagna. Quando siamo in cima il tramonto è già andato e il freddo inizia a reclamare attenzioni. Salutiamo il Col di Tenda con uno scatto d'obbligo e proseguiamo ad andatura tranquilla verso Limone Piemonte ed il primo punto di ristoro. Durante la strada scorgo con la coda dell'occhio una pietra miliare con su scritto "F"; non so se rappresenta la frontiera ma nel dubbio una foto me la faccio lo stesso, almeno avrò portato a casa la mia "linea di confine".

Mario. Dovrebbe essere un cippo di confine. Siamo sulla Baisse d'Ourne, a oltre 2.000 m di quota. Quando ci arriviamo, io e i miei due compari, siamo nella bellissima situazione in cui in basso è buio, mentre il cielo è tra il blu scuro della notte imminente e il rosso del tramonto. Così si vedono distintamente i profili delle montagne in alto, mentre in basso è tutto nero, a parte le luci rosse e bianche delle moto. Fantastico. Questo rende meno drammatico il passaggio dal giorno alla notte, che soffriamo psicologicamente perché discendiamo da uomini delle caverne che temevano l'arrivo del buio. A me succede sempre: quando vedo le ombre allungarsi e il buio farsi avanti provo un timore istintivo. Che poi è quello che provano tantissimi enduristi, quelli che vogliono essere a casa un'ora prima del tramonto. Poi, quando la notte mi ghermisce e ormai mi rassegno al fatto che la luce non ci sarà più, sembra di essermi appena svegliato e di vivere una giornata in un pianeta dove le cose funzionano al contrario.

Dario. Il parziale supera i 150 km e, in maniera del tutto irrazionale, inizio a credere di potercela fare... "In fondo dobbiamo solo percorrere la stessa distanza per altre quattro volte prima di arrivare al riposo del Sestriere, ho fatto uno farò anche due, tre, quattro e cinque... Facile no?". È davvero curioso come a volte la mente umana sia capace di autoilludersi concependo pensieri "tronchi" ed illogici, fini soltanto a dare un falso senso di conforto! Volendo filosofeggiare un po' si potrebbe dire che questa forma di autoillusione è contemporaneamente fonte di grande forza e di grande debolezza per l'uomo, ma ormai siamo al primo punto di ristoro ed è giunto il momento di abbandonare le disquisizioni auliche per riempire panze e svuotare vesciche; abbiamo una HAT da finire e fuori è già buio. La vera battaglia dei quattro assi di legno inizia adesso, nel nero mantello della notte!

Mario. Queste forme di autoillusione sono la benzina per andare avanti. Purtroppo per ogni forma di autoillusione ci sono altrettante forme di autodepressione che ti spingono a mollare. A seconda di quale vince, la Hat la finisci o la molli per strada.

Fabrizio. Al ristoro di Vernante mi si presenta di nuovo Ciaccia fresco come una rosa. Mi rendo conto che non arriverò mai in fondo e che mi sento troppo una chiavica per proseguire decoubertianamente e... mollo! Non ceno, sorseggio solo un tè, cedo il mio Gps a Luca e Francesco, che hanno solo un I-pad mini senza alimentazione, incrocio il Ciaccia che sta ripartendo, abbasso lo sguardo per la vergogna e mi defilo per cercare un alberghetto in paese. Saprò poi che un altro pellegrino, su KTM 690, giungerà alla medesima magione all'una e mezza di notte, dopo aver ritrovato la traccia Gps perduta.

Mario. Il suo ritiro mi stupisce, perché in genere a 150 km, ad appena un quarto della Hat (e un sesto della Extreme) non molla mai nessuno. Inoltre la Honda Transalp, a questa manifestazione, è molto gettonata, perché è comoda e non troppo pesante. Non voglio fare il secchioncello o prenderlo in giro. Sono affascinato da ciò che la nostra mente ci spinge a fare e non mi stupirei se gli avesse detto che era più stanco di quel che fosse veramente. Come disse Giada Beccari, mia compagna di ben tre Hat: "E' incredibile quanti milioni di scuse si inventi il tuo cervello per convincerti che andare avanti non ha alcun senso". Il ragionamento più comune è: "Sto facendo troppa fatica, non mi sto divertendo e tutto questo per cosa? Per dire che ho fatto tutta la Hat. E chi se ne frega?". Allora molli. Sono cose irrazionali. C'è un sottilissimo filo di rasoio che separa il pensare "Non ha senso, se mi fermo sarò sicuramente più felice che se andassi avanti", dal "Devo farcela a tutti i costi, sarà una soddisfazione enorme". In genere, quando uno la Hat la finisce è felice, ma felice per davvero. Non dice "Bah, tanto valeva fermarmi prima".

Dario. Un pasto caldo e un buon riposo, cosa c'è di meglio dopo un intenso pomeriggio di fuoristrada alpino? Forse solo un buon bicchiere di vino per riscaldare definitivamente il corpo ed accompagnarlo tra le braccia di Morfeo, ma noi questo lusso non ce lo possiamo permettere dato che siamo ancora a 400 chilometri dall'arrivo! La sosta spezza-ritmo ed il principio di digestione stanno iniziando ad appesantire le palpebre e a rammollire le gambe: dobbiamo riprendere il passo al più presto per evitare di cedere alla tentazione del riposo. Prima dentro, frizione su e via, alla conquista dell'altopiano della Gardetta!