Hardalpitour parte terza: Gardetta e Cannoni
La seconda tappa della Hardalpitour è quella cosiddetta della depressione, perché si svolge nel cuore della notte ed è quella in cui è facile che la motivazione venga meno. Basta poco per sentirsi depressi e mollare, specie quando arrivi al secondo punto di ristoro e trovi tutte quelle persone gettate a terra, quasi senza vita...

La puntata precedente terminava al punto di ristoro di Vernante, dopo i primi 150 km. Anzi, 160, per essere precisi. Qui si fa una lauta cena a base di pasta e poi si riparte, con tutta la notte davanti.

Mario. Abbiamo perso quasi tre ore ma, con tutti questi partecipanti, troviamo il ristoro ancora pieno di gente: hanno avuto le loro sfighe anche loro. Mi scappa tanta cacca, ma c'è troppa coda ai bagni e rinuncio. Ripartiamo, ma gli altri due mi maledicono perché è sulla Colla di Parasso (detta anche Colla Goderie, 1.270 m) che faccio la sosta cacca. E non è male farla su un prato sotto la luna piena, altro che coda al ristoro! Qui conosco il percorso a memoria, ma abbiamo deciso di tenere davanti Luca Nagini, detto Il Nagio, perché se faccio strada io tendo a rilassarmi e a rallentare, cosa che fa venire sonno sia a me sia a quelli dietro, mentre se sta davanti lui il passo è più elevato e tiene tutti svegli. Ma il Nagio vede due tipi davanti a noi andare a sinistra a un bivio e li segue, così devo rincorrerlo e dirgli di tornare indietro. Quando lo raggiungo anche i due che ci precedono capiscono l'errore e tornano indietro; e scopro così che sono Luca Missineo e Francesco Martini, compari di Fabrizio (di Cagiva Gran Canyon mica se ne vedono molte...). Li perdiamo subito, per colpa della mia sosta-cacca.

Lo sterrato successivo dovrebbe essere quello che scavalca il Monte di Sant’Antonio, che è uno dei più divertenti perché presenta tratti ripidi, tornanti strettissimi, solchi con le pietre e una navigazione difficile, dovendo identificare due sentieri nascosti tra i cespugli e invisibili di notte (perché le moto illuminano dritto e non di lato). Ma, già dopo la quarta Hat, questo sterrato è stato eliminato perché la gente delle frazioni alla base della montagna non gradiva il passaggio delle moto di notte. Hanno ragione, niente da dire. Così si raggiunge Demonte su asfalto e si attacca la lunghissima salita dell'Altopiano della Gardetta, alto ben 2.500 m sul mare.

Dario. La Gardetta: in cielo la luna, in lontananza le luci delle moto, negli specchietti i fari dei miei compagni e ancora più in fondo quelli degli altri gruppi ripartiti dopo di noi... Immaginate che spettacolo dev'essere guardare tutto questo da una delle tante cime che sovrastano l'altopiano: una serie di piccole lucciole che vagano per le oscure montagne in cerca di un varco verso valle. Mi ritrovo a fantasticare su che foto verrebbe fuori se si piazzasse una macchina fotografica con l'otturatore aperto su uno dei picchi più alti; una cupa tela scura con i profili delle montagne ben delineati, le stelle che accennano a filare in maniera circolare e una lama luminosa che taglia tutto l'altopiano seguendo più o meno il profilo della pista.

Mario. Bravo Dario, stai parlando bene. Arriviamo al Colle Valcavera e andiamo in estasi per questa visione celestiale delle moto "in fondo al mare nero", come pesci, mentre sopra di loro la luna illumina le montagne. E restiamo fermi per quasi un'ora a tentare di fare la foto che dici tu. Mi mangio le mani: ho dimenticato il grandangolare della reflex e devo fare la foto con la mirrorless, che però ha un autofocus scarso. Tanto per fare nomi: la vecchia Canon Eos 40D, una reflex vecchia di 7 anni, ha un autofocus che di notte lavora bene, mentre la Sony Nex6, che ha solo due anni, di notte è un disastro. Anche con la messa a fuoco manuale. Così devo fare un sacco di tentativi e 40 minuti se ne vanno. E fa pure freddo, perché siamo a 2.500 m.

Ma Luca Nagini, che è incazzato perché per iscriversi ha speso 260 euro e non ha capito perché debba spendere così tanto, quando vede lo spettacolo della luna, delle vette e delle lucine delle moto esclama: "Ecco il primo motivo per cui sono contento di avere speso 260 euro!". Si potrebbe dire: vi incazzate perché perdete tempo per colpa degli altri e poi sprecate 40 minuti a tentare di fare foto su un passo. Sì, è vero. Ma qua siamo tutti felici di perdere tempo. Si tratta di un posto magico in un momento magico e siamo felici di starci così tanto. Dovessimo guidare come in prova speciale, la Hat non la faremmo neanche.

Dario. Ammiro tutto questo, ma è proprio la pista a riportarmi alla fredda realtà, intralciando le ruote della moto e costringendomi a sollevarmi sulle pedane per evitare di essere disarcionato dal nervoso destriero a motore. Accade però qualcosa di strano: il cervello impartisce alle gambe il comando "sollevatevi" ma le gambe rispondono con un ritardo decisamente marcato, un po' come quando cliccate "play" su un video in internet e invece di vedere subito le ballerine di zumba che sculettano appare il messaggio "buffering". Le mie gambe hanno bisogno di "bufferizzare" il comando prima di eseguirlo, sollevando il corpo qualche decimo di secondo dopo la mia reale volontà di farlo. Corpo e mente stanno cominciando a disallinearsi e, nonostante mi senta relativamente sveglio, inizio ad avvertire quella sorta di "torpore" tipico di un debito da sonno mixato ad un eccesso di stanchezza. Fortunatamente la cosa sembra essere solo un crollo momentaneo e, non appena riacquistiamo l'asfalto, sento che la connessione tra testa e fisico sta diventando più stabile, ma non durerà a lungo.

Mario. Dario sta ragionando da veterano della Hat (o da persona abituata a fare cose lunghe e faticose), che sa che la stanchezza non è eterna, ma ci sono alti e bassi. Non è escluso che Fabrizio si sia rifiutato di reagire a un momento basso e che magari dopo avrebbe avuto un momento di pura euforia (perché accade pure quello: di essere euforici). Fatto sta che dopo il Gardetta tocca a un'altra sterrata bella alta, la cosiddetta Strada dei Cannoni, che dai 2.300 m del Colle di Sampeyre plana fino al fondovalle della Val Chisone. Facciamo una sosta per riposare a Ponte Marmora e non crediamo a quello che sentiamo: c'è un rave party con musica techno a manetta nel bosco.

Dario. Questa nuova sterrata ci porta verso il quarto punto di controllo, ancora sopra i 2.000 metri ma, dopo un inizio relativamente semplice, cominciamo ad avere i primi problemi di orientamento e non siamo i soli. Sbagliare strada può anche essere divertente, ma farlo in piena notte, sulle Alpi, con un considerevole debito di sonno e di stanchezza e con la consapevolezza di non essere nemmeno a metà itinerario può seriamente debilitare corpo e psiche.

Mario. Fa impressione essere sulla strada giusta per il Colle Birrone e vedere le luci sotto di te delle moto che hanno preso uno sterrato sbagliato... E non puoi neanche farti sentire, se urli. Qui siamo verso il trecentesimo km e intorno alle tre della mattina. E' il momento peggiore. La Cannoni ha il fondo scassato, pericolosi burroni e diversi punti dove è facile perdersi. E' qui che, nel 2009, ebbi una crisi di stanchezza pazzesca: non era sonno, era spossatezza fisica. Giramenti di testa, dolori di ossa e muscoli... E fu qui che i miei due compari mi abbandonarono, facendomi incazzare nero. Fu qui che, nel 2010, un gruppo di gente esausta decise di tagliare per asfalto e di scendere direttamente in Val Chisone, ma era talmente in pallone che prima prese per errore quella stessa Strada dei Cannoni che volevano evitare poi, al Colle Birrone, al posto di andare a sinistra presero la destra, tornando nella stessa valle dalla quale stavano tentando di fuggire. Un errore pazzesco, del quale si accorsero subito – il Gps te lo dice, se stai uscendo dalla traccia – ma cui non rimediarono, presi da una sorta di panico collettivo. Fu qui che, nel 2011, convinsi sei amici a prendere una via alternativa, più tecnica, suggeritami da Capra e finimmo in una Ciaccia Shituation, perché sbagliammo strada e finimmo in una mulattiera per monocilindrici, restandoci tra le tre e le cinque della mattina, spingendo e imprecando. E in quattro mi mandarono al diavolo. Fu qui che, nel 2012, uno della squadra di Bruno Birbes uscì di testa per la stanchezza e decise di calare in fondovalle spingendo la sua Transalp a mano in discesa, perché non ne poteva più di stare in sella.

Quest'anno, mentre saliamo al Sampeyre, su una sterrata fangosella, vediamo tre enormi BMW R 1200 GS Adventure ferme, con le doppie frecce accese. Due sono senza piloti. La terza ha, accanto a sé, un biondino, olandese se ricordo bene, che mi spiega che ha finito le forze e che ha deciso di fermarsi a riposare. Cavolo, non è facile fare questo pezzo, in queste condizioni psicofisiche, con una Adventure...

Dario. Anche io non me la passo bene quassù. Dopo l'ennesimo errore di rotta veniamo avvolti da una fittissima nebbia e inizio a sentire un fastidioso senso di malessere che, probabilmente, non è altro che pura e genuina "paura del buio". È allora che, come per reagire al disagio, sento che la testa diventa sempre più leggera, come se fluttuasse qualche centimetro sopra il collo. I rumori e gli scossoni della moto mi arrivavano come ovattati e, nonostante io avanzi abbastanza bene, è come se mi fossi distaccato dalla situazione, come se stessi guidando in terza persona.

Mario. Anche a me succede questa cosa. La chiamo "guidare dentro una bolla di gas", ma nel mio caso la sensazione psichedelica è accompagnata, purtroppo, da un peggioramento del senso dell'equilibrio. Devo però confessare che, dopo la prima volta, nelle succesive cinque edizioni non ho più avuto questo problema. Ho capito che appena sento arrivare la "bolla di gas" devo fermarmi, scendere e fare una camminatina intorno alla moto. Ma sulla Cannoni perdiamo un'altra ora, semplicemente per ammirare il panorama illuminato dalla luna piena e per tentare di fotografarlo. Adoriamo la notte in montagna, specie con la luna piena e quindi ci prendiamo tutto il tempo che vogliamo per godercela. Anche se ciò ci farà dormire molto poco, una volta a Sestriere...

Dario. Riesco ad imboccare la pista corretta e tutti gli altri si accodano dietro di me; davanti ho solo la mia ombra, proiettata su quel muro di nebbia dai fari di chi mi precede. Ho raggiunto una sorta di equilibrio e, seppur lentamente, riesco ad andare avanti senza ulteriori sbagli ed incertezze. Improvvisamente, nella notte, compaiono una serie di luci rosse che rompono questo equilibrio: siamo arrivati al quarto punto di controllo e io, invece di fermarmi di fronte all'omino per la punzonatura della tabella, tiro clamorosamente dritto, arrestandomi solo qualche metro più avanti. Eppure ricordo bene di aver dato alla mano e al piede l'ordine di frenare...

Via la nebbia, giù di quota, un po' di asfalto, un po' di off, di nuovo asfalto, di nuovo off, poi di nuovo asfalto, poi un rifornimento con due moto parcheggiate e due piloti intenti a dormire abusivamente sul dondolo del benzinaio.

Mario. Che scena pazzesca, a guardarli in faccia sembrano morti! Uno dei due lo conosco, si chiama Stefano e viene da Brescia: è stato centrato da un'auto sulla sua Transalp, s'è fatto male a una gamba e gli è passata la voglia di andare avanti. L'altro ha fottuto i fari della sua KTM LC4 625 e sta aspettando l'alba per tornare a casa. Dai nostri racconti si evince che voi siciliani e noi... misti (Lombardia, Piemonte e Marche) abbiamo viaggiato staccati sempre di tre o quattr'ore, per cui è impressionante che sia noi sia voi abbiamo trovato i due dormienti sul dondolo. Devono averci fatto una signora dormita, lì sopra!

Dario. Un rapido pieno e, finalmente, raggiungiamo il secondo ristoro in quel di Becetto. L'alba è ancora lontana e il tratto successivo, l'Infernotto, si rivelerà uno dei pezzi più duri di tutta la Hat, non tanto per l'oggettiva difficoltà del percorso, quanto per il mix di condizioni psicofisiche con le quali ci apprestiamo ad affrontarlo. Ma noi ancora non lo sappiamo... Mi rendo conto che, man mano che la notte avanza, sto passando dal filosofico al drammatico...

Mario. Da quando faccio la Hat io considero, al pari dei miei compagni, il secondo ristoro come uno dei luoghi sacri della Hat. Una fase imperdibile, perché a Becetto si ritrovano gli sbandati che sono sopravvissuti alla parte più impegnativa, ovvero la sassosissima Cannoni alle tre della mattina. E' qui che viene da pensare alla Dakar dei poveri, con la gente distrutta che si piazza a dormire sotto i tavoli del ristorante, divisi tra chi dorme con gli stivali ai piedi e chi se li toglie. Ogni anno, questo spettacolo si fa sempre più demenziale. Il primo anno eravamo solo 12 ed era prevista una sosta di un'ora; nessuno si mise a dormire. Col passare del tempo la gente è aumentata sempre di più e inoltre sono aumentati anche coloro che decidono di saltare la terza tappa, di dormire qualche ora e di tagliare su asfalto tutta la parte tra il Colle di Gilba e la Strada dell'Assietta, che misura circa 150 km. Non ci sarebbe nulla di male, se poi molti di loro non millantassero di avere fatto tutta la Hat. Non è una gara e guidare stanchi di notte è pericoloso, per cui è capibile che si decida di fare questo taglio. Io e i miei compari però siamo tra quelli che, piuttosto che tagliare, si farebbero segare le gambe, per cui a Becetto ci limitiamo a mangiare qualcosa e a ripartire dopo una mezzoretta.